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Ecologia, Salute ed Economia

“New Global Traction”, nuovo sistema di trazione made in Italy, si riducono del 70% i consumi delle auto

Pubblicato da darmel su 9 Novembre 2009

La “New Global Traction” è un sistema che consente di ridurre fino al 70% i consumi di benzina delle automobili e di conseguenza anche l’inquinamento. Almeno, così dicono i suoi inventori.

Basta spostare dal centro della ruota verso lo pneumatico il punto in cui viene scaricata la forza motrice del veicolo: si sfrutta così una leva più favorevole.

La “New global traction” è stata brevettata da quattro imprenditori del Varesotto, fondatori della società Legimac, e avrebbe già richiamato l’attenzione di alcune industrie.

Secondo gli sviluppatori del progetto, lo spostamento del punto in cui viene scaricata la forza motrice consente di utilizzare molta meno energia per lo spostamento, in quanto VIENE sfruttata una leva più favorevole. Meno energia, dunque anche meno benzina e meno emissioni.

Il sistema, dicono sempre gli inventori, può essere montato sulle auto attualmente in produzione senza modificare la catena di montaggio ed è adattabile a qualunque tipo di motore, visto che agisce solo nella fase della trasmissione.

Dal momento che consente di ottenere prestazioni analoghe a quelle delle auto convenzionali utilizzando meno energia, inoltre, permetterebbe di ridurre la cilindrata del motore e quindi il peso delle autovetture, limitando così ulteriormente i consumi.

Al momento l’idea si è materializzata in un prototipo che, a detta degli sviluppatori del progetto, si accontenta di un litro di benzina per percorrere 50 chilometri.

Su Motorbox “New Global Traction”, cambiando il sistema di trazione si riducono del 70% i consumi delle auto

Fonte: blogeko.libero.it

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Il Parlamento discute la privatizzazione dell’acqua. Regioni e Comuni si ribellano

Pubblicato da darmel su 9 Novembre 2009

Forse forse per la privatizzazione dell’acqua si sta ripetendo quel che è capitato per il nucleare: Comuni e Regioni, a cominciare dalla Puglia, puntano i piedi e si ribellano alle decisioni del Governo.

In questi giorni il Senato discute la conversione in legge del decreto che assegna a privati i “servizi locali di rilevanza economica”: gas, spazzatura, acqua eccetera, finora gestiti da società per azioni a maggioranza di capitale pubblico. Prevede inoltre che le gestioni pubbliche debbano cessare entro il 2011.

Spesso privatizzazione significa aumento dei prezzi. Nel caso dell’acqua, significa anche perdere il controllo pubblico su un bene assolutamente fondamentale.

Il Governo dice che la privatizzazione dell’acqua è un adeguamento alla disciplina comunitaria. Ma due risoluzioni del Parlamento europeo affermano che l’acqua è un bene comune dell’umanità, e gli organismi dell’Unione Europea hanno ripetutamente evidenziato che alcune categorie di servizi non sono sottoposte al principio comunitario della concorrenza.

Comunque, ed è questa la novità, gli enti locali si ribellano. Per trovare le notizie bisogna razzolare a lungo fra siti web e news l’elenco non può che essere incompleto.

La Puglia ha stabilito che l’acqua non ha rilevanza economica. Ha inoltre deciso di impugnare di fronte alla Corte Costituzionale la privatizzazione decisa dal Governo, in quanto sarebbe lesiva delle prerogative degli enti locali.

In Calabria è iniziata la campagna per inserire negli Statuti comunali il riconoscimento che l’acqua è “un bene comune e un diritto umano universale” e che il servizio idrico è privo di rilevanza economica e da gestire in forma pubblica.

Una dozzina di Comuni sparsi lungo l’italico stivale, peraltro, hanno già inserito nei loro Statuti questi principi, mentre una bozza di legge regionale per la gestione pubblica dell’acqua è stata messa a punto in Sicilia.

Il Forum italiano dei movimenti per l’acqua ha messo on line una petizione e invita a spedire mail ai parlamentari perchè non approvino la privatizzazione. C’è ancora qualche giorno di tempo: la conversione in legge è all’ordine del giorno della Camera a partire dal 16 novembre; il voto è previsto entro il 26.

Dal sito del Senato la conversione in legge del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 135 che contiene la privatizzazione dell’acqua

Su La Stampa Regioni e Comuni si ribellano alla privatizzazione dell’acqua

La legge della Regione Puglia sull’acqua

La bozza della legge regionale siciliana sull’acqua

La campagna in Calabria per l’acqua pubblica

La petizione contro la privatizzazione dell’acqua

Fonte: blogeko.libero.it

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Il problema dei rifiuti radioattivi di Los Alamos

Pubblicato da darmel su 5 Novembre 2009

Più di 60 anni dopo le bombe nucleari sganciate su Hiroshima e Nagasaki, i rifiuti letali che sprizzano dai siti interrati in montagna cominciano a muoversi verso falde acquifere, sorgenti e ruscelli che forniscono l’acqua a 250.000 abitanti, non in Giappone, ma nel nord del New Mexico.

Isolato su un altopiano, il Los Alamos National Laboratory sembrava un posto ideale per archiviare i detriti letali una fabbrica di bombe. Ma le montagne fortemente fratturata non hanno contenuto i rifiuti, alcuni dei quali sono scesi per centinaia di metri fino al bordo del Rio Grande, una delle più importanti fonti d’acqua nel sud-ovest.

Finora, il livello di contaminazione nel Rio Grande non sono stati sufficienti a sollevare le preoccupazioni per la salute della popolazione. Ma il controllo del deflusso nel canyon che ha alimentano il fiume ha trovato concentrazioni pericolose di composti organici come il perclorato, un ingrediente del razzo propulsore, e vari sottoprodotti radioattivi della fissione nucleare.

I funzionari del laboratorio insistono sul fatto che i rifiuti non mettono a repentaglio la salute delle persone, perché anche quando l’acqua piovana arrivà giù nel canyon, suscitando sedimenti altamente contaminati, è presto diluita o intrappolata nel fondo, dove può essere scavata e portata via. Ma questa spiegazione non convince molte persone.

La contaminazione superficiale infatti influisce nei sedimenti o si sposta verso il basso nelle acque sotterranee. Questa migrazione sotterranea pone il maggior pericolo a lungo termine nei pozzi d’acqua potabile e, infine, anche nel Rio Grande.

Aggiungendo incertezza all’incertezza, un rapporto pubblicato la scorsa estate dal Centers for Disease Control and Prevention ha specificato che il laboratorio può avere sostanzialmente sottovalutato la portata del plutonio e del trizio immessi nell’ambiente sin dal 1940.

Più recentemente, il Dipartimento dell’Ambiente ha segnalato di aver rilevato del DEHP, un composto organico utilizzato nelle materie plastiche ed esplosivi, 12 volte oltre il livello di sicurezza di esposizione in una falda acquifera che fornisce acqua potabile a Los Alamos e della vicina comunità di White Rock. L’US Environmental Protection Agency classifica il DEHP come probabile cancerogeno umano anche in grado di danneggiare i sistemi riproduttivi.

Ma a preoccupare c’è anche l’acqua utilizzata per ripulire i condotti dove venivano costruite le bombe, la quale ha fatto confluire isotopi radioattivi nel Rio Grande. George Rael, vicedirettore delle operazioni ambientali presso il laboratorio, ha detto che costerebbe fino a 13 miliardi di dollari rimuovere tutte le contaminazioni accessibili. Anche se non ci fossero abbastanza soldi a disposizione, riesumando i rifiuti potrebbero mettere le persone più a rischio che lasciandoli lì, almeno nel breve periodo. Spiega David McInroy, direttore del programma del laboratorio azioni correttive, con una semplicità disarmante:

Alcuni dei rifiuti offrono una bella sfida. Scavando, potremmo esporre i lavoratori e gli altri ad una nube tossica di detriti. Se lasciati sul posto, si potrebbe rivelare anni più tardi nelle acque sotterranee.

Molti abitanti di Los Alamos si sono assuefatti ai pericoli nel loro ambiente, e così è facile vederli passeggiare e fare pic-nic nel canyon costellato di rifiuti tossici. Ma perché diciamo tutto questo? Perché questo è esattamente lo scenario che potrebbe presentarsi in Italia tra 20 o 30 anni se le centrali nucleari fossero costruite sul nostro territorio nazionale. Un territorio che ha già tanti problemi, e che con altri di questa portata rischia di far collassare definitivamente l’intera nazione.

Fonte: ecologiae.com

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Francia, penuria di energia: spenti per manutenzione 18 reattori nucleari

Pubblicato da darmel su 5 Novembre 2009

Da lunedì in Francia sono scattate le procedure per spegnere 18 reattori nucelari su 58. I francesi inziano a chiedersi perché mai tanti reattori assieme hanno bisogno di manutenzione alle soglie della stagione invernale? E chi sopperirà alla mancanza di energia derivata dallo stop ai 18 reattori?

Stéphane Lhomme portavoce dell’associazione Sortir du Nucléaire denuncia la fragilità del sistema nucleare francese:

La Francia è il paese che ha più reattori nucleari e sarà obbligato a mendicare energia ai suoi vicini. E’ tutto il sistema francese, a questo punto, che fa acqua.

Ma perché i reattori sono stati fermati? Elenca Le Parisien:

  • Il numero 1 di Fessenheim (Haut-Rhin) ha superato i 10 anni;
  • quattro sono fermi per incidenti:
    • il reattore numero 3 di Paluel (Seine-Maritime) a causa di una perdita di fiamma nella sala macchine
    • il reattore numero 2 di Nogent-sur-Seine (Aube) per un guasto a un alternatore
    • il reattore numero 1 di Civaux (Vienne) a causa di disfunzione di una valvola del motore elettrico
    • il reattore numero 3 di Bugey (Ain) dopo un incidente sul generatore di vapore
  • Tredici reattori devono essere ricaricati di combustibile e per operazioni di manutenzione

Ebbene, la Francia sarà destinata a importare 4000 MW di elettricità dal novembre 2009 a gennaio 2010 per soddisfare l’approvvigionamento.

E’ proprio così che vuole finire anche l’Italia? Per avere un sistema che ci darà energia solo nel 2020, dovremo sostenere costi altissimi, rischi di perdite radioattive, avremo il problema delle scorie nucleari e alla fine fra 10 anni la tecnologia che avremo sarà sostanzialmente obsoleta.

Fonte: ecoblog.it

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Jeremy Rifkin: riduciamo i consumi di carne

Pubblicato da darmel su 3 Novembre 2009

Tutti gli scritti del professor Jeremy Rifkin, economista di fama mondiale, hanno in qualche modo influenzato le opinioni di studiosi e politici. Difficile dire lo stesso per Ecocidio, il saggio uscito quasi vent’anni fa contro quella che viene definita la «cultura della bistecca».

Professor Rifkin, il suo j’accuse contro un sistema alimentare basato essenzialmente sul consumo di carne è rimasto praticamente inascoltato. Perché?
In effetti è un problema di cui nessuno vuole parlare – risponde Rifkin –. Pochi sanno che l’allevamento e la produzione di carne contribuiscono al riscaldamento globale più di tutti i mezzi di trasporto messi insieme. La produzione di carne è in assoluto la seconda causa di emissioni di gas serra sul pianeta (la prima è il riscaldamento degli edifici). Eppure nessun leader politico dei 175 paesi nel mondo ha mai speso una sola parola su questo tema, inclusi Obama e Al Gore.
Siamo nel mezzo di una crisi economica, ambientale ed energetica senza precedenti che sta mettendo a repentaglio la stessa sopravvivenza della nostra specie. In questo contesto osservo che, da un lato, l’allevamento occupa il 28% delle terre non ghiacciate del pianeta e 1,3 miliardi di capi di bestiame consumano una spropositata quantità di risorse, mentre dall’altro lato 850 milioni di persone soffrono per scarsa nutrizione. L’assurdo è che delle grandi quantità di cereali prodotte nel mondo, solo un terzo viene destinato all’alimentazione umana. Il resto viene destinato a foraggio per il bestiame allevato nei paesi ricchi, dove per contro si muore per malattie come cancro, colesterolo, infarto, diabete. Vale a dire malattie spesso causate da un eccessivo consumo di carne.
Credo sia arrivato il tempo di discutere a livello globale sul l’impatto che questo tipo di agricoltura sta avendo sulla nostra economia, sull’ambiente e sui milioni di persone che ogni giorno muoiono di fame.

Qualcosa le fa credere che sia in atto una maggiore presa di posizione nella giusta direzione, o l’atteggiamento è rimasto quello di allora?
Potrei citare Rajendra Pachauri, premio Nobel per la pace nel 2007 insieme ad Al Gore, il quale ha dichiarato pubblicamente che la migliore soluzione per contrastare il cambiamento climatico è la riduzione del consumo di carne. Ma nessuno sembra abbia colto il valore di quella dichiarazione. Paul McCartney ne ha parlato, sua moglie Linda, deceduta di tumore, ha scritto la prefazione del mio libro per l’edizione inglese, io ne ho parlato, il ministro tedesco dell’Ambiente ne sta parlando.
Negli Usa, invece, non è successo nulla. Si va avanti con l’industrializzazione degli allevamenti, con le bestie tenute in spazi ristretti che favoriscono la diffusione di virus che mutano a contatto tra un esemplare e l’altro. L’ultimo caso è l’influenza suina, prima c’era stata l’aviaria. Dobbiamo svegliarci! Se questa maniera di fare agricoltura è nociva per gli animali, lo è anche per la popolazione, per l’ambiente e per il pianeta.

Cambiare la cultura di una popolazione è difficile. Quale potrebbe essere lo strumento da utilizzare per indirizzare le persone verso regimi nutrizionali caratterizzati da un minore consumo di carne?
Assistiamo quotidianamente a discussioni globali su come ridurre il consumo energetico domestico, su come utilizzare più efficientemente l’energia, sul riciclo dei rifiuti e su come rendere più efficiente il consumo di carburante, ma non c’è ancora alcun dibattito su come ridurre il consumo di carne. Si parla di come tassare le emissioni di anidride carbonica, come già avviene per il petrolio, ma non si parla di tassare la carne. Perché? Ricordiamoci che l’uomo è onnivoro e che i nostri antenati erano cacciatori occasionali. Siamo stati disegnati biologicamente per ingerire un grande quantitativo di frutta e verdura e poca carne.
Il regime alimentare che dovrebbe essere adottato in tutto il mondo è la dieta mediterranea. Questo permetterebbe di ridurre l’utilizzo di carne e liberare terre agricole: si potrebbe quindi coltivare più cibo per l’umanità, facendone di conseguenza diminuire il prezzo. La salute della popolazione migliorerebbe, poiché nei paesi ricchi si ridurrebbero le malattie derivanti dal l’alto consumo di grasso animale, mentre in quelli più poveri aumenterebbe la quantità di cibo a disposizione, garantendo alla popolazione una vita decente.
È veramente così difficile cambiare le nostre abitudini alimentari riducendo il consumo di carne e aumentando quello di cereali, frutta e verdura?

Fonte: luxury24.ilsole24ore.com

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Turismo sostenibile: vacanze gratis facendo volontariato

Pubblicato da darmel su 2 Novembre 2009

Vi presentiamo il mondo delle vacanze gratis: vacanze da volontari, che permettono di arricchire se stessi ma anche il territorio, senza intaccare il portafoglio. Una forma di turismo sostenibile, per l’ambiente e per le nostre economie!

Nel mondo sono diverse le associazioni che si occupano di volunteer holidays (vacanze da volontario) e ci permettono di trascorrere delle vacanze interessanti completamente gratis. Spesso infatti coniugano il volontariato in viaggio con attività culturali, studio delle lingue e progetti di scambio culturale, proponendo pacchetti di vario impegno e durata. Si tratta nella maggior parte dei casi di associazioni non a scopo di lucro, che reinvestono sul territorio gli eventuali proventi della loro attività.
Alcune si occupano di temi specifici, come
Blue Ventures, una no profit specializzata nella conservazione dell’ambiente marino e nello sviluppo sostenibile delle comunità costiere dei tropici.
Altre, più genericamente, promuovono l’interculturalità e la fratellanza globale attraverso campi di volontariato in molti paesi. È il caso per esempio di
United Planet, altra organizzazione no profit che propone progetti di volontariato in più di 50 paesi del mondo di durata variabile da una settimana a un anno.
Anche in questo settore Internet si rivela una risorsa preziosa: portali specializzati, come
responsibletravel.com si occupano di raccogliere tutte le offerte disponibili nel mondo e di trovare quella più adatta con ricerche su misura. Si può scegliere il periodo, la durata, il paese di destinazione e il tipo di attività volontaria che si intende fare. La ricerca metterà a disposizione tutti i viaggi offerti dai tour operator nel database con le caratteristiche richieste.

Se siete alla ricerca di una vacanza che vi arricchisca spiritualmente e che non vi prosciughi il portafoglio, avete a disposizione molte opportunità anche in Italia. Nel nostro Bel Paese esistono infatti diverse organizzazioni, cooperative, Onlus che offrono pacchetti di vacanze gratis come volontari.
Ecco alcuni esempi:
la Comunità Impegno Servizio Volontario (CISV) organizza insieme all’agenzia di turismo responsabile CTA campi di lavoro in America Latina; oppure la cooperativa Viaggi Solidali, con sede a Torino, propone “campi di conoscenza”, soggiorni stanziali in cui è previsto un aiuto diretto e volontario da parte del viaggiatore a popolazioni in condizioni di disagio sociale, in cui le escursioni turistiche sono limitate in genere al fine settimana.

Tra le associazioni italiane più attive sul fronte delle vacanze volontariato c’è sicuramente Legambiente: scopo dei campi lavoro-vacanza gratis è sostenere le piccole economie locali e gli antichi saperi che rischiano di scomparire, praticare stili di vita più sostenibili per l’uomo e per l’ambiente, conoscere culture diverse per riconoscersi nell’altro, valorizzando le differenze; riscoprire e far amare alle comunità i tantissimi tesori nascosti negli angoli più impensabili del nostro fantastico territorio. Nei campi volontariato di Legambiente si cerca di agire all’interno di contesti critici: si recuperano e valorizzano territori, ambienti, monumenti e antichi saperi che sono minacciati dall’abbandono, anche culturale.
Il
centro C.R.U.M.A. (Centro Recupero Uccelli Marini e Acquatici) di Livorno organizza campi estivi dal 14 Giugno al 13 Settembre. Aspetto fondamentale dei campi del C.R.U.M.A. è la tutela della biodiversità, con l’occasione per gli amanti della natura di rendersi utili per lo svezzamento dei piccoli caduti dal nido. Ogni anno il Centro libera più di 500 pulli caduti dal nido. Nel periodo estivo infatti il 95-98 % delle cause di ricovero sono proprio piccoli caduti dal nido.
Siete appassionati di archeologia? I
Gruppi Archeologici d’Italia, un’associazione di volontariato che si occupa di tutela, valorizzazione e salvaguardia del patrimonio storico, archeologico e più in generale culturale del nostro Paese, organizza campi in Italia durante tutto l’anno: i prossimi in partenza sono a Tolfa, Falerii, Farnese e Ischia di Castro. I partecipanti ai campi archeologici potranno riscoprire la memoria storica della nostra civiltà, vivere in prima persona la realizzazione di un scavo archeologico, la documentazione ed il restauro dei reperti e delle evidenze monumentali, l’indagine topografica di un territorio, la progettazione e l’allestimento museografico di un’area monumentale.
Have a good volunteer holidays, everyone!

Alessandro Ingegno

Fonte: yeslife.it

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Sostanze chimiche tossiche: 7 grandi aziende hi-tech siglano l’accordo per eliminarle

Pubblicato da darmel su 18 Ottobre 2009

Sette aziende hanno progettato alcune soluzioni ambientali che negano la necessità per la maggior parte, o in alcuni casi per tutti, di usare le sostanze chimiche come bromurati e clorurati nel campo dell’elettronica di consumo. Le organizzazioni ambientali, ChemSec e Clean Production Action, hanno affermato che le seguenti società stanno guidando l’industria dell’elettronica verso l’allontanamento dalle sostanze chimiche che possono portare a problemi di salute e ambientali:

  • Apple (USA): ha istituito un programma innovativo che limita l’uso di quasi tutti i composti del bromo e cloro in tutte le loro linee di prodotto. Apple offre ora una vasta gamma di prodotti senza PVC e BFR, tra cui iPhone e iPod, così come i computer che sono privi di BFR e la maggior parte degli impieghi del PVC.
  • Sony Ericsson (UK): Sony Ericsson non solo rimuove le sostanze potenzialmente pericolose dai suoi prodotti, ma assume anche il complicato compito di stabilire inventari chimici completi per tutte le proprie linee di prodotto. I prodotti dell’azienda sono ora al 99,9% senza BFR e non avranno componenti in PVC entro la fine del 2009.
  • Seagate (US): Il più grande produttore di unità disco del mondo ha ora creato dei drives che non usano più cloro e bromo.
  • DSM Engineering Plastics (Paesi Bassi): Questo importante produttore di materiale plastico è tra i primi ad offrire un portafoglio completo di ingegneria delle materie plastiche, che sono prive di bromo e cloro. Hanno sviluppato e prodotto un nuovo polimero con poliammide ad elevata temperatura 4T senza bromo per i connettori e prese con un co-poliestere termoplastico che può essere usato in sostituzione del PVC per fili e cavi.
  • Nan Ya (Taiwan) e Indium (US): Nan Ya, uno dei maggiori produttori di laminato, e Indium, un produttore di pasta saldante hanno superato notevoli difficoltà tecniche per la produzione senza bromo e cloro dei componenti sui circuiti stampati in grado di soddisfare gli stessi standard di affidabilità dei loro derivati alogenati, ma ora ci sono riusciti.
  • Silicon Storage Technology, Inc. (USA): Il produttore di semiconduttori è stato il primo nel settore della fornitura di chip senza bromo alla Apple e alle altre aziende.

Queste sette società dimostrano che ci sono alternative meno tossiche e costose, efficaci per non compromettere le performance e l’affidabilità. Sono in buona posizione per ottenere un vantaggio competitivo in un mercato e in un contesto normativo sempre più sensibile per l’utilizzo di sostanze chimiche tossiche nei prodotti di consumo

ha spiegato il Direttore del Progetto CPA Alexandra McPherson. Il volume alto nell’utilizzo di bromo e cloro in ritardanti di fiamma e le applicazioni di plastica di resina, come i ritardanti di fiamma bromurati (BFR) e cloruro di polivinile (PVC) hanno attirato l’attenzione di tutto il mondo quando gli studi scientifici hanno dimostrato il loro collegamento con la formazione di composti di diossina altamente tossica. La diossina, un potente cancerogeno umano che è tossico in quantità molto basse, insieme ad altri composti problematici, è rilasciata nell’ambiente durante la combustione e fusione dei rifiuti elettronici.

Il riciclaggio delle apparecchiature obsolete non è sufficiente per ridurre il flusso di rifiuti sempre più in crescita nel mondo. Inoltre, gran parte dei rifiuti è sempre più spedita verso i Paesi in via di sviluppo con la capacità ancor meno di una corretta gestione dei rifiuti. Molti studi documentano l’accumulo di questi inquinanti diffusi nell’aria, acqua, suolo e sedimenti, dove sono sempre più ingeriti da esseri umani e animali.

Fonte: ecologiae.com

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Una centrale ad impatto zero darà energia al parco naturale di Pratolino

Pubblicato da darmel su 18 Ottobre 2009

Il bello di un parco naturale è il poter respirare l’aria pulita e vedere animali come se stessero nel loro habitat naturale. Ma anche una struttura simile per poter funzionare ha bisogno dell’elettricità, e sarebbe un controsenso se per generarla si inquinasse un posto così incontaminato. Per questo in Toscana hanno avuto una grande idea, e cioè costruire una centrale elettrica che funziona con un mix di energie rinnovabili, e soprattutto che ha zero emissioni.

La centrale si chiama Diamante ed è situata al centro del parco naturale di Pratolino, vicino Firenze. La struttura ha appunto la forma di un diamante alto 12 metri e con un diametro di 8, formato da 38 pannelli fotovoltaici a celle monocristalline e 42 facce in vetro temprato per catturare il sole che in queste zone c’è quasi tutto l’anno. Ma non bisogna disperare nelle giornate nuvolose. La centrale è in grado di generare energia attraverso l’accumulo di idrogeno.

Infatti all’interno della struttura ci sono tre sfere di vetroresina, il cui funzionamento è spiegato dal professor Luigi Maffei, docente di Architettura Tecnica alla facoltà di ingegneria dell’Università di Pisa:

Queste sfere contengono innovativi serbatoi a idruri metallici e a bassa pressione per l’accumulo energetico di idrogeno. Si tratta di un sistema integrato di produzione e stoccaggio di energia da fonte solare che assicura l’autosufficienza energetica di un piccolo condominio.

Ma non finisce qui. Infatti la struttura esterna, che esteticamente ha anche un valore artistico, visto che richiama l’architettura Rinascimentale che si è sviluppata proprio nella zona toscana, è costruita in maniera tale da essere sempre in continua evoluzione e poter progredire di pari passo con le nuove scoperte nel campo della tecnologia solare, così da inserire nuovi pannelli o strutture alternative per accrescerne le potenzialità energetiche in futuro.

Oltre a dare energia al parco, la centrale sarà anche un ottimo strumento didattico, dato che sarà inserito come meta per le gite scolastiche, per avvicinare un po’ di più i bambini italiani all’ecologia, cosa che finora è stata fatta molto poco da altre parti d’Italia.

Fonte:
Corriere della Sera
ecologiae.com

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La Genziana e Quintessentia: erboristeria come una volta

Pubblicato da darmel su 20 Settembre 2009

Cammindando per le vie del centro di Milano spesso capita di scoprire cose molto interessanti. In occasione dell’evento “Via Tadino e dintorni in mostra“, una manifestazione artigianale, artistica e teatrale, ho scoperto un piccola erboristeria che vende prodotti naturali di qualità: l’esercizio commerciale si chiama “La Genziana” e si trova in Via Alessandro Tadino, 1 – Milano 20124; al momento non ha un sito web ma pare che presto se ne doterà.

Non mi capitava di vedere erboristerie così da molto tempo, poichè ad oggi la maggioranza di quelle che hanno l’insegna di erboristeria hanno tutto tranne che erbe o estratti di piante. I prodotti di madre natura sono stati sostituiti da pillole, compresse e polverine con nomi fantasmagorici e di dubbia origine.

Questa erboristeria invece ha un intero scaffale di piante ed erbe, che vende a peso, oltre ad una serie di prodotti derivati direttamente da piante: come lo sono gli estratti idroalcolici, le essenze e le tinture di erbe. Tutti i prodotti sono ottenuti con processi estrattivi tradizionali per mantenere intatte le proprietà fitoterapeutiche delle erbe.

L’erboristeria è gestita da una persona simpatica, appassionata e competente, felice di illustrare le proprietà delle erbe e indicare quelle adatte per ogni particolare situazione e condizione fisica. I clienti dell’erboristeria la conoscono per lo più attraverso il passa parola.

L’erboristeria distribuisce per lo più i prodotti dell’azienda Quintessentia, uno studio e laboratorio di erboristeria e cosmesi naturale. La descrizione dell’azienda rende più di ogni mio commento.

Quintessentia nasce nel 1974 ed è fra le prime aziende in Italia a impegnarsi nella ricerca e nella preparazione di fitocosmetici e prodotti erboristici.

I suoi principi ispiratori fanno riferimento a un ideale di integrazione e sintonia con il mondo naturale in un’ottica di complementarità fra vita umana, animale e vegetale, contrariamente all’atteggiamento oggi dominante per cui la natura sempre più è considerata nel migliore dei casi un bel paesaggio da fotografare, ma più spesso qualcosa da sfruttare e di cui abusare.

Per questi motivi Quintessentia fin dalle sue origini ha puntato più sulla qualità dei prodotti che sull’immagine e sulla pubblicità. Lontana per scelta dalla produzione di massa e industriale, si caratterizza per l’accurata preparazione artiginale di ogni singolo prodotto, studiato ed elaborato seguendo una tradizione e una cultura millenaria che fa sì che i preparati conservino appieno non solo i principi attivi ma anche l’essenza caratteristica di ogni pianta ovvero la sua “anima”.

Sin dall’inizio della sua attivià Quintessentia ha posto particolare attenzione non solo alla qualità delle materie prime che vengono selezionate con estrema cura ma anche all’utilizzo di metodi di lavorazione tali da mantenere “vitali” i suoi preparati.

Fedele ai suoi principi ispiratori, Quintessentia utilizza quasi esclusivamente materie prime naturali per le sue formulazioni fitocosmetiche. Da qui la peculiarità di poter assegnare alle sue preparazioni artigianali una data di scadenza che tuteli la loro integrità e genuinità.

Finalmente usciamo dai dannosi concetti di “produzione di massa”, “massimizzazione dell’efficienza” e “incremento dei margini di profitto” e invece parliamo di “rispetto della natura”, “qualità dei prodotti” e “materie prime naturali”.

Per quello che mi riguarda io ho già iniziato a fare acquisti (pezzi di radici di liquirizia e ortica per preparare le tisane) e presto tornerò per un secondo giro.

Fonte:
La Genziana - Via Alessandro Tadino, 1 – Milano 20124
Quintessentia

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SAEM di Altamura: vivendo il boom del solare

Pubblicato da darmel su 19 Settembre 2009

Avete un terreno da almeno 3,5 ettari in Puglia o il tetto di un opificio di almeno 3 mila metri quadrati da dare in affitto? Ad Altamura, provincia di Bari, Francesco Maggi è la persona che fa per voi: è alla ricerca di nuove superfici da «coltivare» a fotovoltaico. Ma l’amministratore delegato di Saem, società controllata dal gruppo Kerself di Parma, non è l’unico in Puglia a caccia di terreni buoni per impiantare pannelli fotovoltaici, perché da qualche anno il boom delle energie rinnovabili ha aperto un fiorente mercato sottostante: terreni a peso d’oro. «Prima del varo del conto energia i terreni agricoli costavano intorno ai 10-20 mila euro all’ettaro» dice Maggi. «Oggi siamo arrivati a quotazioni che superano i 30-35 mila euro per ettaro».

È l’altra faccia dell’eldorado italiano delle energie rinnovabili. Spiega Maggi: «Qui in Puglia tutti, operatori del settore e intermediari, hanno avviato l’iter autorizzativo. Ma la stragrande maggioranza tende a vendere l’autorizzazione e l’opzione per la connessione alla rete elettrica, cioè a Terna, prima di arrivare alla fase esecutiva del progetto. Detto in una parola: il settore è popolato da figure che non c’entrano niente con il fotovoltaico» E poi, con l’esperienza imprenditoriale acquisita in anni di attività nel settore, aggiunge: «Serve un minimo di regolamentazione per fermare le aziende di carta che danneggiano gli operatori seri e il mercato delle energie rinnovabili».

Impiantisti elettrici giunti alla terza generazione, Francesco Maggi e il fratello Sebastiano hanno cominciato a pensare alle energie alternative già nel 1998, con la costruzione di piccoli impianti fotovoltaici che fornivano energia ai pali dell’illuminazione e ai cartelli stradali. Poi, il mercato è letteralmente esploso. «Nel 2003 fu lanciato il piano dei 10 mila tetti fotovoltaici in tutta Italia» dice Maggi «ma il vero boom è scoppiato soltanto nel 2007 con il nuovo Conto energia». Così la piccola azienda di famiglia ha cominciato a macinare commesse e utili e per seguire più da vicino la crescita tumultuosa del fotovoltaico ha separato le attività legate agli impianti elettrici (con contratti importanti: dal Teatro Petruzzelli di Bari – ancora chiuso per dispute politico-amministrative tra il Comune e il ministro Bondi – al San Carlo di Napoli) da quelle fotovoltaiche.

Nel 2007 l’asset più promettente di Saem è finito nel mirino del gruppo Kerself di Parma, che lo scorso anno ha rilevato il 55% dell’azienda dei Maggi. Il risultato? Nei numeri dell’azienda: 160 dipendenti (erano 30 un anno e mezzo fa) e 20 milioni di fatturato nel 2008 che quest’anno dovrebbe schizzare a 70 milioni, annuncia con comprensibile soddisfazione Maggi.

«Abbiamo diversi parchi fotovoltaici in costruzione» racconta «stiamo realizzando una commessa di 6 megawatt a Gravina in provincia di Bari; stiamo realizzando un impianto da 7 megawatt nel Salento per il nostro gruppo e abbiamo appena siglato una joint venture con Ldk solar, società cinese quotata alla Borsa di New York, per la costruzione di cinque impianti fotovoltaici in Puglia da un megawatt ciascuno». Ma le attività della Saem non si fermano alla Puglia. L’internazionalizzazione e la ricerca (scounting) di nuove opportunità di mercato sono al primo posto nell’agenda imprenditoriale di Maggi. In queste settimane, per dire, l’attenzione è concentrata sulla Bulgaria.

Fonte: blogonomy.it

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