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Ecologia, Salute ed Economia

Archive for 25 marzo 2009

Lazio – La scommessa dell’energia “verde”

Posted by darmel su 25 marzo 2009

Sole, vento, acqua. Lo sviluppo è verde. E il Lazio diventa ecosostenibile. Mentre sta cambianto il quadro di riferimento energetico nazionale, con la svolta verso il nucleare, nella regione le rinnovabili si stanno incrementando. Un lavoro duro, frutto dell’assessorato all’Ambiente della Regione che ha imboccato la via dell’innovazione. Filiberto Zaratti ha aumentato del 15000 per cento la capacità di produrre energia da fonti rinnovabili.

La potenza di energia “verde” installata è aumentata di 150 volte in 4 anni. Nel 2005, infatti, era di un solo megawatt la potenza installata, mentre oggi è di 150 MW. Un traguardo che contribuirà a raggiungere gli obiettivi di Kyoto, evitando l’emissione di 360 mila tonnellate di anidride carbonica.

Nel 2005, infatti, era di un solo megawatt la potenza installata, mentre oggi è di 150 MW. Un traguardo che contribuirà a raggiungere gli obiettivi di Kyoto, evitando l’emissione di 360 mila tonnellate di anidride carbonica. Se il tasso di crescita resterà questo, Zaratti potrà raggiungere l’obiettivo dei 500 MW di rinnovabili autorizzate entro il 2010. Un percorso che in questi anni ha coinvolto centoquattordici Comuni, dodici comunità montane, dodici parchi e aree protette, cinquantamila studenti universitari e più di 2.500 classi elementari e medie. Insomma, il Lazio si veste di verde.

E non è un caso se i piani per il futuro prossimo andranno proprio in questa direzione. In occasione dell’esposizione «Ecopolis», dove verrà dato spazio a idee e realizzazioni riferite ai diversi ambiti critici che riguardano le aree urbane, la Regione presenterà i nuovi progetti. Sono tre i settori dove viene supportata la ricerca, per contribuire a una vita più «sostenibile» dei cittadini laziali. Il fotovoltaico organico: i nuovi pannelli a basso costo (per un investimento di sei milioni di euro). La mobilità sostenibile: consistente nell’utilizzo di veicoli elettrici, ecologici, ibridi (per un costo di un milione e mezzo di euro).

Infine nove milioni saranno stanziati per la ricerca nel campo dell’energia a idrogeno. Gli investimenti, è chiaro, daranno anche un nuovo impulso all’industria laziale e creeranno migliaia di posti di lavoro. Un po’ come è stato per la Germania, che assecondando lo sviluppo delle rinnovabili, oltre ad aumentare l’efficienza energetica, ha dato vita a 250 mila posti di lavoro. La Regione si è impegnata anche sotto il profilo della formazione.

Ha infatti siglato accordi con tutte le università del Lazio, rendendo obbligatorio l’insegnamento delle rinnovabili in tutte le facoltà. Con l’ateneo di Tor Vergata è in atto una convenzione per la ricerca sull’efficienza energetica, finanziando anche La Sapienza per uno studio per il recupero sostenibile dell’ambiente degli ex quartieri abusivi. Cifra totale impegnata: 178 milioni. «EcoLazio». Sarebbe questo il termine da coniare. Anche perché pochi giorni fa è stato inaugurato il cantiere della centrale fotovoltaica più grande d’Italia, attiva a novembre, che produrra elettricità pulita. Nell’emisfero «verde» Zaratti punta molto anche sulla mobilità sostenibile. Ha attivato un bando per l’incentivazione dei mezzi elettrici, dalla bicicletta ai furgoni. Una visione fondamentale per una regione che deve «sopportare» un importante flusso di mezzi.

Non a caso, il 27 per cento dell’inquinamento nelle città del Lazio dipende dall’«ultimo miglio» del trasporto merci. Continua anche il progetto dei detersivi alla spina, che consente risparmi sia sul fronte energetico sia su quello della riduzione dei rifiuti. A fine anno i 28 punti vendita che hanno scelto questo business diventeranno quaranta. Incentivi a pioggia anche per la rottamazione delle caldaie per il riscaldamento, ormai vecchie e inefficienti: quelle nuove consentono rispermi sia energetici che sul fronte della bolletta. Nell’era dell’energia il Lazio vince la sua sfida e si rinnova grazie alle fonti alternative. Del resto, sul sentiero «verde» chi si ferma è perduto.

Fonti: Il Tempo

L’energia responsabile secondo Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni  

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E’ in degrado il 24% dei suoli del pianeta

Posted by darmel su 25 marzo 2009

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LIVORNO. Le stime fino ad ora disponibili ritenevano che il 15% dei suoli del pianeta fosse in degrado, ora lo studio “Proxy global assessment of land degradation” pubblicato da “Soil use and management” fa schizzare questa percentuale al 24%, con grosse conseguenze per la salute e la produttività dei suoli agricoli.

Una notizia pessima per un mondo sempre più popolato, con sempre meno terre arabili a disposizione e che punta ad incrementare le rese di terreni coltivabili che ora scopriamo più vulnerabili di quanto pensassimo.

Il degrado dei terreni, cioè il peggioramento della qualità di suolo, vegetazione ed acqua, è un indicatore importante, ma fino ad oggi mancavano stime a livello globale, anche se era evidente che nei Paesi in via di sviluppo, in quelli toccati di più dai cambiamenti climatici e nei territori occupati dall’agricoltura intensiva di tipo industriale, qualcosa stava succedendo, e non andava certo nella direzione della sostenibilità e della salute dei servizi ecosistemici.

Per 30 anni la Bibbia del settore è stato il “Global assessment of soil degradation”, uno studio che raccoglieva i lavori dei ricercatori sparsi nei vari Paesi, ma che evidentemente non costituiva che un puzzle al quale mancavano molte tessere. Purtroppo il degrado reale dei suoli sembra molto più esteso.
Lo studio dalla Isric – World soil information, una fondazione indipendente fondata dal governo olandese e che lavora a stretto contatto con la Wageningen university and research centre, è firmato da David Dent e dai suoi colleghi Bai, Schaepman e Olsson, si basa sia su una nuova raccolta di dati che su immagini satellitari, e le cartografie allegate lasciano davvero poco spazio all’immaginazione.

Dent sottolinea che «Il nostro studio mostra l´estensione e la severità del degrado misurandolo in termini di perdita di produttività primaria netta. Un quarto della popolazione mondiale dipende da queste aree che si stanno degradando. Le aree messe peggio sono quelle dell´Africa a sud dell´Equatore, dove Congo, Zaire, Guinea Equatoriale, Gabon, Sierra Leone e Zambia sono degradate al 50%, oltre allo Swaziland dove il degrado riguarda ben il 95% cento del territorio. In Asia, il primato negativo spetta a Myanmar, Malaysia, Thailandia, Laos, Corea e Indonesia. In termini di popolazione rurale colpita i numeri più elevati riguardano la Cina, con circa mezzo miliardo di persone, India, Indonesia, Bangladesh e Brasile. I paesi solitamente più sospettati, come quelli del Sahel e dell´area mediterranea sono molto meno colpiti di questi».

La perdita di biomassa e produttività planetaria sembra evidente e lo studio fa notare che le conseguenze sul futuro di questa nuova valutazione del degrado dei suoli sono ancora tutte da valutare, ma che comunque occorre prepararsi in fretta a profonde modifiche nell’utilizzo della terra ed a mettere in piedi nuovi modelli di salvaguardia di questa risorsa sulla quale si bassa la vita dell’umanità.

Fonte: greenreport.it

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Il Cese all’Ue: più foreste e legno per combattere il cambiamento climatico

Posted by darmel su 25 marzo 2009

Finalmente leggo di proposte che cercano di restituire alla natura la sua funzione creatrice e riparatrice.

BRUXELLES. Nella sua sessione plenaria del 24 e 25 marzo, il Comitato economico e sociale europeo (Cese) ha adottato un parere esplorativo, che sottolinea l´importanza delle foreste nella lotta contro il cambiamento climatico. «Il parere evidenzia l´importante ruolo delle foreste e dei prodotti a base di legno come una misura di costo-efficacia per affrontare i cambiamenti climatici, e propone che l´Ue espanda notevolmente l´uso di legno prodotto in modo sostenibile», si legge nella nota finale. Il Cese esorta inoltre l´Ue a «prendere l´iniziativa per promuovere la gestione sostenibile delle foreste in tutto il mondo».

Su richiesta della vicepresidente della Commissione europea Margot Wallström, il Vice-Presidente del Comitato, il finlandese Seppo Kallio ha stilato un parere che sottolinea «il ruolo significativo» delle foreste e dei prodotti a base di legno nel mitigare i cambiamenti climatici, assorbendo e lo stoccando il carbonio dall´atmosfera».

Il testo adottato dalla commissione chiede misure specifiche per estendere l´uso di legno, per questo occorre istituire un comitato di esperti di silvicoltura e ambiente e «fare ogni possibile sforzo per soddisfare gli obblighi di rendicontazione dei gas serra». Il Cese ritiene che sia importante che l´Unione europea si impegni a livello internazionale con i suoi partner per giocare un ruolo più attivo nella politica forestale internazionale.

Tra gli altri risultati, il Comitato sottolinea il fatto che ormai da diversi decenni le foreste funzionano come “pozzi” di CO2, visto che la loro crescita annua ha superato gli abbattimenti, contribuendo così a rallentare l´accumulo di anidride carbonica in atmosfera.

Il Cese è un organo consultivo dell´Unione europea. Fondato nel 1957, esso fornisce consulenza qualificata alle maggiori istituzioni UE (Commissione, Consiglio e Parlamento europeo) attraverso l´elaborazione di pareri sulle proposte di leggi europee, e si esprime inoltre con pareri elaborati di propria iniziativa su altre problematiche che a suo giudizio meritano una riflessione. Uno dei compiti principali del Cese è quello di fungere da ponte tra le istituzioni dell’Ue e la cosiddetta “società civile organizzata” «a tal fine contribuisce a rafforzare il ruolo delle organizzazioni della società civile stabilendo un dialogo strutturato con questo tipo di organizzazioni negli Stati membri dell´UE e di altri paesi del mondo».

I membri del Cese rappresentano un ampio ventaglio di interessi economici, sociali e culturali e all´interno del Comitato sono divisi in tre grandi gruppi: “Datori di lavoro”, “Lavoratori” e “Attività diverse” (agricoltori, consumatori, ambientalisti, associazioni delle famiglie, Ong, ecc.).

Fonte: greenreport.it

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I profondi difetti del nucleare francese

Posted by darmel su 25 marzo 2009

Un interessante articolo di qualenergia.it che ci racconta tutti gli svantaggi e i pericoli del nucleare francese.

Il nucleare francese mira a conquistare nuovi mercati, cosa che sta riuscendo bene visto anche l’accordo siglato con il nostro paese per la costruzione di quattro centrali EPR in Italia. Il presidente Nicholas Sarkozy, grazie alla sua intensa attività diplomatica per promuovere l’atomo d’oltralpe in tutto il pianeta, dal Medio Oriente agli Usa, è stato definito dal Washington Post “il piazzista nucleare più aggressivo del mondo”. Ma l’industria nucleare francese non è priva di zone d’ombra e problemi non risolti. In un articolo apparso ieri, Alternet.org parla di quello che non va in Areva, la compagnia a controllo pubblico francese che è anche il più grande operatore nucleare al mondo. Un elenco di incidenti, danni ambientali, problemi politici ed economici sparsi lungo tutta la filiera in cui è attiva la compagnia francese, dall’estrazione dell’uranio alla costruzione e gestione delle centrali, allo smaltimento delle scorie. Si scoprono così molti aspetti che mettono dubbi sull’efficienza e la trasparenza dell’industria atomica francese.

In seguito alla fuga di liquido radioattivo alla centrale di Tricastin, nel luglio scorso, su queste pagine avevamo già parlato del silenzio colpevole dell’azienda che per 14 ore aveva omesso di informare le autorità dell’incidente. Dall’articolo di Alternet si viene a sapere di molti episodi del genere coem dei residui radioattivi provenienti dalle 210 miniere di uranio francesi abbandonate che sono stati usati per la pavimentazione di parcheggi in scuole e località sciistiche. Sistematica sarebbe, invece, la dispersione di materiale radioattivo alla centrale di riprocessamento del combustibile di La Hague: circa 380 milioni di litri di liquido radioattivo scaricati nel canale della Manica ogni anno. Due studi medici indipendenti avrebbero riscontrato tassi di leucemia superiori alla media nelle comunità residenti nei pressi della centrale. Il riprocessamento del combustibile nell’impianto non risolverebbe affatto il problema delle scorie: nel procedimento viene prodotto un surplus di plutonio, mentre il 95% dell’uranio usato delle centrali francesi sarebbe troppo contaminato da altri prodotti della fissione per essere riciclato.

Neanche il paese leader mondiale del nucleare, infatti, sa ancora dove mettere le scorie: recentemente il governo ha esaminato 3.511 comunità locali per individuare dei depositi di scorie a basso livello di radioattività. Andra, l’agenzia che si occupa dello smaltimento, ha dichiarato che avere un deposito sarebbe un’opportunità per le economie locali, ma non ha voluto rivelare i nomi dei potenziali siti individuati. Malgrado la lunga storia di convivenza, il sospetto dei francesi nei confronti del nucleare sarebbe ancora alto: un sondaggio citato dall’articolo dice che quest’autunno il 60% dei francesi dichiarava di volere che la Francia abbandoni l’atomo.

L’impronta del nucleare francese, poi, si estende al di là dei confini nazionali. Il servizio continua citando le conseguenze ambientali e sanitarie dell’estrazione dell’uranio da parte di Areva e controllate in Niger e Gabon negli ultimi 40 anni (tutte documentate al pari degli altri problemi riferiti dal CRIIARD, la rete di associazioni francesi che fa ricerca indipendente sul nucleare). Per finire Alternet racconta la storia, non nuova per il lettori di Qualenergia.it, dei ritardi, dei problemi e dei costi lievitati negli unici due reattori EPR in costruzione, quelli che Areva sta realizzando a Olkiluoto, in Finlandia e a Flamanville, in patria. Costi raddoppiati per il reattore finlandese, che ha verrà a costare oltre 6,7 milioni di dollari e già 9 mesi di ritardo sul cantiere di Flamanville, partito a dicembre 2007.

Fonte: qualenergia.it

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Finanziamenti alle imprese lombarde per realizzare impianti solari termici

Posted by darmel su 25 marzo 2009

Da domani, 26 marzo, fino al 26 maggio sarà possibile per le imprese lombarde presentare domanda di finanziamento per la realizzazione di impianti solari termici per la produzione di acqua e aria calda per uso igienico-sanitario, riscaldamento e impiego nelle attività d’impresa, con una producibilità pari o superiore a 10.000 kWh/anno (gli impianti dovranno essere dotati di contatore di calore).

Le risorse disponibili, 1.236.300 euro, sono per 848.555 euro a carico della Regione Lombardia e 387.745 euro a carico Sistema Camerale Lombardo (CCIAA).
Il contributo sarà pari al 30% dei costi ammissibili di realizzazione dell’impianto con un tetto massimo di 30.000 € per impresa. Ogni impresa può presentare una sola domanda. Il contributo è in regime “de minimis”. Il bando “Efficienza e Innovazione energetica nelle imprese” è stato approvato con il d.d.g. n. 2501 del 16 marzo 2009.

Il criterio per la formulazione della graduatoria, ai fini della concessione del contributo, è quello del rapporto tra l’energia producibile dall’impianto espressa in kWh/anno e il contributo concedibile (a parità di indice di efficienza, verrà data priorità nella graduatoria alla domanda con la quantità di energia producibile più alta). Le imprese beneficiarie per accedere al bando dovranno essere iscritte al Registro delle Imprese e presentare la domanda con procedura telematica.
Il contributo verrà concesso se l’impianto verrà realizzato entro 240 giorni dalla data di pubblicazione sul BURL della graduatoria. L’erogazione del contributo, a cura delle CCIAA provinciali, avverrà in una unica soluzione al termine dei lavori e ad esito favorevole delle verifiche effettuate.

Fonte: qualenergia.it
Per informazioni:
Regione Lombardia – Osservatorio Servizi di Pubblica Utilità

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Ecco la Tata Nano, l’auto low cost indiana che fa bene al portafoglio ma fa male all’India

Posted by darmel su 25 marzo 2009

Roma (22 Marzo 2009) – La Tata ‘Nano‘, l’auto veramente ‘low cost’ è pronta ad invadere l’India. Il lancio, infatti, è previsto per domani, ma sarà visibile in tutti i concessionari indiani nel primo fine settimana di aprile. Tre le versioni: una base e due modelli di lusso dotati di aria condizionata. Di listino costerà 100mila rupie, poco più di 1.720 euro, circa la metà di quello dei modelli più economici attualmente presenti sul mercato indiano.

Tra le caratteristiche della ‘Nano’ sono sostanzialmente due: buona abitabilità nonostante le dimensioni contenute e basso impatto ambientale. Destinata ad ospitare fino a quattro persone a bordo, la “minicar” è equipaggiata con un motore a due cilindri da 623cc a iniezione da 30 cavalli. Dispone di un portellone posteriore e di quattro porte laterali e le sue dimensioni sono di 3,1 metri di lunghezza per 1,5 di larghezza.

Tata, in occasione del recente salone di Ginevra, ha presentato anche la ‘Nano Europa’. Si tratta di un’auto decisamente diversa rispetto a quella destinata al mercato indiano. Annunciata ad un prezzo di circa 5000 euro ed omologata per 4 posti, la Nano Europa è lunga 3,29 metri, larga 1,58 ed alta 1,60, con un passo di 2,28 metri, quindi di fatto leggermente più grande rispetto al modello base indiano.

Anche gli interni, pur mantenendo l’impostazione con la strumentazione centrale, hanno radicalmente cambiato stile sfoggiando finiture più adatte al mercato dell’Europa occidentale. Il motore sarà un 3 cilindri a benzina Euro 5 con emissioni inferiori a 100 g/km, anche se non è escluso l’arrivo di un diesel in futuro e saranno di serie Abs, Esp ed almeno 2 Airbag frontali. Il cambio è automatico a 5 rapporti e lo sterzo è servoassistito.

Tra le novità del marchio indiano guidato da Ratan Tata, che oggi possiede anche i marchi Jaguar e Land Rover, c’è la Tata Prima, una concept car disegnata nientemeno che da Pininfarina. La Tata Prima è una berlina compatta, dalle forme morbide e decisamente armoniose. Con la Prima è stato esplorato un segmento più alto rispetto agli altri modelli Tata. Lunga 4,68 metri e larga 1,74, ha un passo di 2,8 metri per massimizzare lo spazio interno.

Per quanto riguarda il mondo dell’energia alternativa Tata ha presentato anche la Indica Vista EV, veicolo elettrico con autonomia di circa 200 km, capace comunque di raggiungere i 60 km/h con partenza a fermo in circa 10 secondi. A questo prototipo seguiranno presto modelli di serie e la parte relativa a motori e batterie è seguita dalla norvegese Miljo Grenland/Innovasjon, per il 70% di proprietà di Tata.

Fonte: adnkronos.com

 

Oggi 25 Marzo 2009 apprendo dal blog ilKuda che la produzione di questa auto sta portando un sacco di problemi. Qui l’articolo:

Tata nano, l’auto low cost che inquina e mette in ginocchio l’India

Ma come, ieri i giornali ne parlavano come un sogno che si avvera, un’auto a soli 1500 euro per concedere il lusso della macchina al miliardo e passa di indiani che non l’hanno, allora perchè questo titolo?

Primo, dobbiamo andare verso una società che supera l’auto privata come mezzo privileggiato di spostamento, la Tata Nano ha un motore molto inquinante (infatti per sbarcare in Europa avrà bisogno di molti accorgimenti che faranno lievitare il prezzo a 5.000 euro).

Secondo, chiediamoci dove e come viene costruita, ne avevo parlato a gennaio 2008. Un anno fa la rivista cartacea di Peacerepoter dedicava agli stabilimenti Tata-Fiat in Benagala Occidentale un lungo e prezioso servizio che oggi mette on line e che invito a leggere. Ne riporto alcuni passaggi, invitandovi ad abbonarvi a Peacereporter.

la multinazionale indiana Tata Motors a Singur pretende mille acri per impiantare una fabbrica di utilitarie a basso costo con la collaborazione della Fiat. (…) A Nandigram, distretto di East Medinipur, sempre in Bengala Occidentale, la notte tra il 6 e il 7 gennaio 2007 squadracce del Cpm assaltano con bombe e armi da fuoco i contadini che difendono i loro campi dal tentativo d’esproprio a favore della multinazionale chimica indonesiana Salim.

Decine di migliaia di famiglie vedono perciò come destino più probabile quello di andare a ingrossare le baraccopoli di Calcutta e delle altre grandi città indiane. Le ricadute occupazionali dei nuovi insediamenti industriali sono ben esemplificate dalle recenti dichiarazioni di Debasis Ray, responsabile comunicazioni della Tata Motors, riguardo alle possibili assunzioni alla Tata di Singur dei contadini rimasti disoccupati a causa dell’esproprio: “Per ora non siamo in grado di fare promesse, ma di sicuro alcune persone di quell’area potranno essere assunte”.

In una società dove la maggioranza della popolazione vive di agricoltura, i piani di conversione di milioni di acri ad usi non agricoli (impianti industriali, strade, infrastrutture, edilizia) saldano la devastazione del territorio a quella sociale per la gloria di uno sviluppo di cui beneficeranno i pochi e che emarginerà i molti.
Questi piani sono parte di una guerra di ‘autocolonializzazione’, come è stata definita recentemente dalla scrittrice Arundhati Roy.

E in Italia, coinvolta in questa vicenda tramite la Fiat, cosa si dice di queste violenze? Silenzio assoluto.
Il responsabile comunicazione del gruppo Fiat, sollecitato ad esprimersi sui fatti di Singur, ha risposto: “Da dove arrivano (le auto) e come vengono fatte non ci riguarda”. (…) Da noi deve andar di moda la ‘Shining India’, quella del boom economico, quella del software avanzato.

Fonte: ilKuda

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Gran Bretagna: inflazione a doppia faccia

Posted by darmel su 25 marzo 2009

Il 24 marzo sono usciti i dati dell’inflazione dell’Inghilterra, che è risultata al di sopra delle aspettative.
E’ da mesi che ascolto i media e gli economisti che ci bombardano con notizie allarmanti sull’arrivo imminente di un periodo di deflazione, cioè la diminuzione dei prezzi. Allo stesso tempo anche le banche centrali da qualche mese hanno dichiarato guerra alla deflazione abbassando i tassi in modo violento.
La paura degli economisti e quella di trovarci in un periodo prolungato di calo generalizzato dei prezzi che colpirebbe la produzione e i consumi con effetti a catena e disastrosi sull’economia. Raramente in passato si è realizzato uno scenario simile: nella Grande depressione degli anni ’30 in Usa (già allora la crisi colpì il mondo intero) e in Giappone negli anni ’90.
Per una serie di motivi oggi il mondo è molto diverso e non credo ci siano le condizioni per la realizzazione di uno scenario deflazionistico. Mentre vedo molto più probabile uno scenario inflazionistico (spero non aggressivo), a patto che il sistema finanziario si stabilizzi.
Nei prossimi mesi al massimo assisteremo semplicemente a una situazione di disinflazione, cioè semplicemente una temporanea riduzione dei prezzi che semplicemente restituirà un po’ di potere di aquisto alle persone: in sostanza con la stessa quantità di denaro (i nostri amati stipendi) riusciremo a comprare più beni (dal fare la spesa all’acquisto di una casa); un fenomeno che definirei assolutamente positivo per le persone.
Quindi non fatevi spaventare dai toni spesso drammatici dei media.

Qui di seguito l’articolo preso dal sito IlSole24Ore:

24 marzo 2009 – Inflazione zero in Gran Bretagna: l’attesa e temuta deflazione sta arrivando. Secondo i dati resi noti stamattina, martedi 24 marzo, dall’Office of National Statistics (Ons) l‘indice dei prezzi al dettaglio (Rpi) e’ sceso a zero in febbraio, per la prima volta da 49 anni. La causa e’ la strategia di riduzione dei tassi della Banca d’Inghilterra: l’Rpi comprende infatti anche il costo dei mutui immobiliari, che negli ultimi mesi si sono drasticamente ridotti.

L’altro dato sull’inflazione reso noto oggi, pero’, l’indice dei prezzi al consumo (Cpi), racconta un’altra storia. Il Consumer price index, il classico paniere che comprende i generi alimentari ma esclude i mutui, e’ salito al 3,2% in febbraio dal 3% registrato in marzo. Un aumento inatteso a oltre un punto sopra il tasso di inflazione programmato, che ha costretto Mervyn King a seguire le regole e scrivere un’altra lettera di spiegazioni al cancelliere Alistair Darling, la quinta da quando e’ governatore della Banca d’Inghilterra.

 

Si tratta del primo aumento dell’inflazione da cinque mesi, mentre gli economisti avevano previsto un calo al 2,6 per cento. Il Cpi aveva toccato il massimo del 5,2% in settembre. Secondo l’Ons l’incremento e’ stato dovuto soprattutto all’aumento dei prezzi dei generi alimentari. L’indebolimento della sterlina inoltre ha impedito ai consumatori britannici di ricevere i benefici del calo dei prezzi di molte materie prime.

Nonostante la sorpresa del dato di febbraio, le prospettive sono di un continuo rapido calo dell’inflazione, ha dichiarato King, dato che la domanda e’ in flessione, l’economia rallenta e le compagnie che forniscono sia elettricita’ che gas stanno riducendo i prezzi delle bollette. “E’ probabile che nel prossimo anno l’inflazione Cpi scenda sotto l’obiettivo programmato,” ha detto il governatore. Il messaggio implicito e’ quindi che la Banca d’Inghilterra manterra’ i tassi d’interesse al minimo storico dello 0,5% per diverso tempo e proseguira’ con la sua strategia di quantitative easing, la creazione di moneta virtuale per rilanciare l’economia e arginare gli effetti negativi della recessione.

“Il quadro generale resta invariato, la deflazione e’ in arrivo, – ha commentato stamani Vicky Redwood, UK economist di Capital Economics. – Dopo tutto l’indice Rpi a zero in febbraio e’ il piu’ vicino possibile alla deflazione. Il calo dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari spingera’ il tasso Rpi a una cifra negativa molto presto.”

articolo di Nicol Degli Innocenti

Fonte: IlSole24Ore

Per avere qualche chiarimento sulla deflazione: canisciolti.info

Qui una definizione della deflazione da IlSole24Ore:

Tutti sanno che cos’è l’inflazione: si ha quando i prezzi aumentano. E la deflazione è semplicemente il suo contrario: la riduzione del livello assoluto dei prezzi. La deflazione a sua volta può essere buona, quando la diminuzione dei prezzi è dovuta ad abbondanza di offerta: generoso raccolto agricolo o progressi tecnologici o salto di qualità nella concorrenza. Basti pensare alle riduzioni dei prezzi dei Pc o agli effetti della liberalizzazione delle telecomunicazioni. Oppure può essere cattiva, quando è dovuta a bassa domanda: basti pensare alla stagnazione dell’economia giapponese negli anni Novanta. La deflazione “cattiva” è una specie di anoressia dell’economia e complica la politica monetaria, perché per stimolare l’economia bisognerebbe spingere i tassi d’interesse sotto lo zero, cosa che non è possibile. Ma c’è anche chi è contento della deflazione: per esempio, i pensionati con un reddito fisso! Più deflazione c’è, più aumenta il potere d’acquisto del loro reddito.

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