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Ecologia, Salute ed Economia

Archive for 27 marzo 2009

Acqua in bottiglie di plastica contaminata da ormoni estrogeni

Posted by darmel su 27 marzo 2009

L’acqua minerale in bottiglia di plastica potrebbe essere contaminata da ormoni estrogeni, esponendoci costantemente a una fonte di xeno-ormoni (ormoni di origine esterna al nostro corpo) non indifferente, con potenziali conseguenze sull’ organismo. A sostenerlo è uno studio di Martin Wagner e Jorg Oehlmann della Goethe University di Francoforte, pubblicato sulla rivista Environmental Science and Pollution Research.Analizzando un campione di 20 marche di acqua minerale in vendita (8 in bottiglia di plastica, 8 in vetro, due in cartone) i ricercatori hanno scoperto che composti ormonali presenti nella plastica della bottiglia possono essere rilasciati nell’ acqua.

La minerale in vetro ha un contenuto inferiore di estrogeni che non quella in bottiglie di plastica e nel cartone: il 33% di tutta la minerale in vetro contro il 78% di quella in plastica e il 100% (tutte e due i campioni) in cartone hanno mostrato significativa attività ormonale. “Quella da noi scoperta – concludono gli autori – deve essere in realtà solo la punta di un iceberg, di certo molti altri cibi con l’imballaggio in plastica rappresentano un’enorme fonte di xeno-ormoni” che contaminano i nostri cibi.

Fonte: mondoecoblog.com

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Una zuppa di plastica nell’Oceano

Posted by darmel su 27 marzo 2009

Una notizia di qualche tempo fa ma che vale la pena tenere a mente.

LONDRA (6 Feb. 2008) – Nuota come un immenso bestione marino, non si vede finché non ci arrivi sopra perché sta appena sotto il pelo dell’ acqua, afferra tutto quello che incontra sul suo cammino, come una fossa di vischiose sabbie mobili.

Il mostro che risponde a queste caratteristiche non è dotato di vita propria, fortunatamente, almeno non ancora, ma toglie la vita a volatili e pesci, oltre che minacciare la salute del nostro pianeta: si tratta di una gigantesca isola di spazzatura, una «zuppa di plastica», come la chiamano i biologi marini, che si estende attraverso l’intero oceano Pacifico settentrionale, da 500 miglia nautiche al largo della California fino alle Hawaii, e da queste fin quasi al Giappone.

Scoperta quasi per caso, sbattuta ieri in prima pagina dall’ Independent di Londra, l’ isola dei rifiuti di plastica è opera dell’ uomo: l’abbiamo costruita noi, un pezzo alla volta, gettando pattume in mare. Un quinto dell’ inestricabile groviglio galleggiante proviene da navi e pozzi petroliferi; il resto, ovvero la stragrande maggioranza, arriva dalle coste del Nord America e dell’ Estremo Oriente. E continua a crescere, ingrandendosi di anno in anno, come in un film di fantascienza.

«La mia previsione», dice Charles Moore, colui che l’ ha avvistata e per primo ha provato a disegnarne la mappa, «è che raddoppierà di dimensioni nell’ arco di un decennio». Dopo aver fatto il marinaio per diporto da giovane, Moore stava godendosi l’eredità lasciatagli da un padre petroliere con una gara in yacht da Los Angeles alle Hawaii, una di quelle competizioni a cui si dedicano i ricchi senza molto da fare nella vita. Per errore, a un certo punto, il suo piroscafo l’ aveva portato in un’ area nota come «il cerchio del Nord Pacifico», un vortice in cui l’ oceano circola più lentamente per l’ assenza di vento e un sistema di pressione estremamente alta. Il navigatore rimase stupefatto: «Ero circondato dalla plastica, giorno e notte, a migliaia di miglia nautiche da terra. Ogni volta che uscivo sul ponte a guardare, c’ era della spazzatura che galleggiava. Non potevo credere ai miei occhi». Era il 1997.

Come folgorato da quella casuale visione, il giovane miliardario vendette l’ azienda di famiglia e da allora usa le sue risorse economiche per studiare e localizzare la macchia di plastica. Dopo dieci anni di ricerche, ora ha concluso l’ impresa, disegnando confini e caratteristiche di questo mostro degli oceani. «Contiene almeno 100 milioni di tonnellate di plastica», afferma Moore, è divisa in due blocchi, uno un po’ più grande a est delle Hawaii, l’altro un po’ più piccolo a ridosso del Giappone. Insieme, hanno un’estensione pari a due volte gli Stati Uniti». Due Americhe di rifiuti di plastica, insomma, che galleggiano alla deriva nel Pacifico e si ingrandiscono continuamente.

«Sono quasi un’entità vivente», osserva Curtis Ebbesmeyer, un oceanografo americano, «come un grosso animale sfuggito al guinzaglio». Conferma il professor David Karl, un’ autorità in materia di inquinamento marino, docente di oceanografia all’ università delle Hawaii: «Non c’ è motivo di dubitare dell’ esistenza di queste isole di spazzatura. La plastica che buttiamo via deve pur finire da qualche parte ed era ora che qualcuno scoprisse dove va a finire». Il petroliere pentito non è il primo ad averlo scoperto: un rapporto dell’ Onu del 2006 calcola che un milione di uccelli marini e oltre 100 mila pesci o mammiferi marini all’ anno muoiano a causa dei detriti di plastica, e che ogni miglio quadrato nautico di oceano contenga almeno 46 mila pezzi di plastica galleggiante. Probabilmente inclusi, per restare in tema, un po’ di quei rifiuti che a Napoli nessuno sapeva più dove gettare.

Se ne continua a parlare su Blogeko.it

Fonte: Repubblica.it

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Striscia la Notizia: l’orrore del trattamento delle mucche

Posted by darmel su 27 marzo 2009

mucca

Il 26 Marzo 2009 Striscia la Notizia (Canale 5) è stata presentata un’inchiesta, realizzata in collaborazione con la LAV, sulle violazioni in materia di trasporto delle mucche da latte giunte alla fine del ciclo produttivo.

Quando una mucca da latte mostra segni di patologie o debolezza, o diminuisce la produzione di latte e la capacità di riproduzione viene giudicata non più redditizia e quindi avviata al macello. In un altro luogo rispetto all’allevamento in cui è sempre vissuta.

Le mucche da latte sono difficoltose da trasportare, perché spesso sono tanto debilitate o sofferenti da non riuscire a deambulare. Un’infinità di elementi combinati come: tecniche di allevamento intensivo, l’alimentazione ad alto contenuto proteico, la selezione genetica per ottenere un’elevata quantità di latte, i problemi cronici alle zampe, le patologie, la paralisi da parto e altro, le rende vulnerabili e doloranti.
Già al momento delle operazioni di carico numerose mucche non sono più in grado di camminare e spesso non riescono ad alzarsi: sono le “mucche a terra”.

Spinte, trascinate e sollevate
Nel viaggio verso il mattatoio la sofferenza di queste mucche non è un elemento preso in considerazione.
L’importante è che arrivino a destinazione come carne ancora viva, per permettere all’allevatore di trarne il profitto adeguato. Se muoiono nei pressi o all’interno dell’azienda o del mercato egli, non solo non sarà in grado di ricavarne alcun guadagno, ma dovrà spendere per provvedere allo smaltimento della carcassa, considerato che non è possibile far entrare nella filiera alimentare umana – cioè nel ciclo produttivo della carne – un animale deceduto per malattia.

La normativa italiana ed europea afferma che gli animali malati, o feriti – che non sono in grado di deambulare autonomamente – non sono idonei al trasporto e conseguentemente è vietato il loro spostamento.
Per loro la legge prevede la macellazione nell’allevamento d’origine o l’abbattimento sul posto e quindi la termodistruzione.

Le realtà osservate nel corso di varie investigazione svoltesi in alcuni Stati dell’Unione Europea, in particolare nei Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Germania e Belgio, denunciano situazioni ricorrenti di mancato rispetto delle norme e i casi di “mucche a terra” sono numerosi. Ciò accade, ovviamente, anche in Italia.

Animali “da reddito”
Gli animali “da reddito” si trasportano al macello tramite camion, su cui devono salire con le loro gambe. Perché la vendita della carne avvenga, devono arrivare vivi, in qualsiasi condizione ma vivi.

Per legge, in fase di carico (e scarico) gli animali non devono essere mai mantenuti in sospensione con mezzi meccanici, sollevati o tirati per la testa, le corna, le zampe, la coda o il vello.

La legge viene però contravvenuta e le “mucche a terra, e non solo loro, spesso vengono: trascinate con una catena o una fune legate a una o a due zampe, spinte sul camion con mezzi meccanici come pale di trattori, sollevate e scaricate, dopo averle imbracate sommariamente, nel camion, con l’ausilio di elevatori, verricelli o mezzi meccanici simili.

Un esempio fra tutti, osservato in un mercato alimentare all’ingrosso del Nord Italia, descrive come una bovina che giaceva in terra lungo il passaggio degli animali sia stata: spinta, caricata sul trattore, trascinata per la coda, schiacciata, calpestata, fatta rotolare sul camion. A queste azioni di violenza, si sono poi aggiunte le torture con un pungolo elettrico, utilizzato in varie parti del corpo, incluse le zone genitale e anale, per almeno 10 volte.

Chi ha visto ieri il programma “Striscia la Notizia” magari è rimasto come me “di stucco” di fronte alla Tv quando ha visto il servizio sulle “vacche a terra”, un fenomeno molto strano in cui i poveri animali non ci riescono a restare in piedi. Molte volte vengono così sfruttate per la produzione del latte che messe in reciti piccoli non si muovono e di conseguenza perdono la capacità di camminare. Questa è già una cosa raccapricciante secondo me, però non finisce qui:

Quindi state attenti al momento di fare la spesa, lasciate perdere certi prodotti non affidabili e, se volete proprio bere latte di mucca, andate dalle fattorie o agriturismi dove gli animali non sono sfruttati (forse), oppure guardate questo sito dei distributtori di latte crudo milkmaps.
Una soluzione molto efficace è quella di bere il latte di soia, un latte molto ricco e salutare. Noi consumatori abbiamo il potere di far sparire i cattivi allevamenti, basta non comprare più il loro prodotti e questo vale pure per altri prodotti.

Qui di seguito il video di Striscia la Notizia

Fonte:
Lega Anti Vivisezione (LAV)
lavpalermo.netsons.org
Blogeko.info

vivereverde.blogspot.com

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