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Ecologia, Salute ed Economia

Archive for giugno 2009

Domenico Finiguerra: sindaco a crescita zero

Posted by darmel su 28 giugno 2009

Vi proponiamo l’intervista a Domenico Finiguerra, sindaco virtuoso di Cassinetta di Lugagnano (MI), primo e finora unico Comune “a crescita zero” d’Italia. Un comune che non ha previsto un’estensione urbanistica del piano regolatore, e che in un contesto iper-edificato ed iper-cementificato come quello lombardo, ha deciso di anteporre il benessere dei suoi cittadini e del suo territorio ai soldi facili che l’edilizia può procurare. Un simbolo della campagna “Stop al consumo di territorio”.

Gentile Domenico Finiguerra, innanzitutto grazie per la Sua disponibilità. Che cosa l’ha portata, come sindaco, a decidere di rendere Cassinetta di Lugagnano il primo comune “a crescita zero” in Italia?

Per me è stato l’amore. Si, l’amore per mio figlio.

Ma non è stata una decisione solo mia. Bensì dell’intero gruppo che si è riconosciuto nella lista civica Per Cassinetta. Fermare l’espansione urbanistica e il cemento era ed è tuttora uno dei pilastri della nostra Politica. Il motivo principale sta nell’aver preso coscienza di un fatto: il territorio non è infinito e non è riproducibile.

Una volta preso atto di questo, abbiamo adottato l’unica decisione che può concretamente contrastare il fenomeno della cementificazione selvaggia che comincia a soffocare non solo l’ambiente, l’agricoltura e il paesaggio, ma anche i cittadini. Nelle nostre discussioni, è sempre presente un interlocutore mai considerato: le generazioni future, i nostri figli.

Il consumo di territorio ha assunto nell’ultimo decennio proporzioni molto preoccupanti. Seguendo un modello di sviluppo funzionale ad una sommatoria di interessi singoli e per nulla orientato al soddisfacimento e alla salvaguardia del bene comune, il nostro Paese ha cavalcato un’urbanizzazione ampia, rapida e violenta. Le aree destinate ad edilizia privata, le zone artigianali, commerciali e industriali con relativi svincoli e rotonde si sono moltiplicate ed hanno fatto da traino a nuove grandi opere infrastrutturali (autostrade, tangenziali, alta velocità).

Dinamiche complesse che però sono il risultato di un dato di fatto molto semplice: la cementificazione, oggi, non è considerata un’emergenza. Nonostante dati allarmanti e fatti concreti, il consumo di territorio non è considerato un problema.

Così, da un minuscolo comune lombardo, abbiamo deciso di lanciare un sasso nello stagno del grande dibattito italiano. Si è deciso di dire stop al consumo di territorio. Ed è stato fatto, appunto, con un’azione concreta. L’adozione di un Piano Regolatore che non prevede nessuna nuova espansione urbanistica, ma che punta tutto sul recupero dell’esistente. Una decisione che ha suscitato grande interesse, forse eccessivo.

Occorreva ed occorre prendere atto che la terra d’Italia che ci accingiamo a consegnare alle prossime generazioni è malata. Così, noi abbiamo cominciato a curarla. A partire dalla porzione di terra da noi amministrata.

E l’adozione di un Piano Regolatore battezzato a “crescita zero”, ha fatto emergere con chiarezza l’incompatibilità e l’avversità della scelta operata rispetto al modello di sviluppo dominante. Soprattutto nella provincia di Milano.

Quali pensa che siano i vantaggi di una tale scelta, considerando il fatto che l’espansione del territorio nei piani regolatori è vista generalmente come fonte di guadagno per le casse comunali?

Il vantaggio sta nell’ipotizzare e praticare un modello alternativo. E il venir meno di ingenti introiti per oneri di urbanizzazione ci ha fatto trovare un’ Altra Politica.

Oggi i comuni versano in condizioni economiche precarie. Entrate in diminuzione e uscite in aumento producono bilanci in forte squilibrio. In assenza di una reale autonomia finanziaria, per un sindaco e la sua giunta, è sempre più difficile far quadrare i conti.

Se poi l’attività amministrativa è ispirata da manie di grandezza (molti amministratori vogliono e promettono oltre misura: palazzetti, piscine, centri civici, bowling, rotonde, eventi e appuntamenti autoreferenziali), diventa ancora più difficile trovare le risorse necessarie.

Così, grazie al combinato disposto di una legge, che consente di applicare alla parte corrente dei bilanci gli oneri di urbanizzazione e della disponibilità di territorio i comuni praticano la monetizzazione del territorio.

Un circolo vizioso che, se non interrotto, porterà al collasso intere zone/regioni urbane. Un meccanismo deleterio, che permette di finanziare i servizi ai cittadini con gli oneri di urbanizzazione, con l’edilizia, la quale produce nuovi residenti e nuove attività e quindi nuove domande di servizi, e così via, con effetti devastanti. Un meccanismo che di fatto droga i bilanci comunali, finanziando spese correnti con entrate una tantum, che prima o poi finiranno, perchè ripeto il territorio non è infinito.

Quindi il primo vantaggio, sta nell’aver interrotto questo circolo vizioso. Risparmiando la terra. Ma questa scelta oltre a recare beneficio alla terra, ha messo in moto, data la scarsità di risorse con le quali ci dobbiamo misurare tutti i giorni, sobrietà e austerità. Virtù amministrative che, dati i tempi, è sempre più urgente reintrodurre nella pratica politica quotidiana.

Come è riuscito a convincere, se ce ne è stato bisogno, il Consiglio Comunale?

La mia maggioranza è un “monocolore”. Un monocolore per la terra. La nostra politica urbanistica ha passato tre esami. Il primo nel 2002, quando ci siamo presentati per la prima volta ottenendo il 51% dei consensi. Il secondo prima dell’approvazione del piano regolatore nel corso di un lungo processo partecipato. Il terzo nel 2007, quando dopo aver approvato il piano regolatore, gli elettori ci hanno premiato con il 62%.

Gli elettori li abbiamo convinti parlando. Illustrando e spiegando che questo modello di sviluppo non va. E che è necessario invertire la rotta. Perchè il futuro non può stare in un centro commerciale dove riversarsi nei fine settimana. Non può stare su una tangenziale. Non può stare in periferie anonime, dove le relazioni sociali sono ai minimi termini e i rapporti umani sono come gelati: una leccata e via.

Presso Cassinetta di Lugagnano è stata presentata a livello nazionale la campagna “Stop al consumo di territorio”. Pensa che possa davvero avere successo una tale iniziativa in un Paese come l’Italia, così soggetto a cementificazione, speculazione edilizia ed abusivismo?

Me lo auguro e i segnali che ci arrivano vanno in quella direzione. Sono ormai più di diecimila gli aderenti ed oltre 200 le associazioni che promuovono iniziative sul territorio. La campagna si propone di affermare il diritto al territorio non cementificato.

“L’Italia è un paese meraviglioso” recita il manifesto nazionale. Viviamo seduti su una miniera d’oro. Ma la stiamo usando come latrina. La campagna vuole essere quel tale che arriva e dice: “Scusi, può evitare. Mi da fastidio…

Cosa pensa del “Piano casa” ideato dall’attuale governo?

Rischia di diventare l’ennesimo condono mascherato.

Quali alternative suggerirebbe, Lei, per rilanciare in modo più “sensato” il settore edilizio?

I nostri immobili sono colabrodo. Consumano 20mc di metano al mq all’anno. Se si ipotizzasse una Grande Opera Pubblica, consistente nel recupero di tutto il patrimonio edilizio esistente rendendolo più efficiente dal punto di vista energetico e nel recupero dei molti angoli deturpati del territorio italiano da ecomostri, si rilancerebbe, eccome, l’edilizia. E sarebbe un investimento per il futuro. Per il turismo, per la cultura.

Il nostro Piano Regolatore, non ha fermato l’edilizia. L’ha indirizzata verso il recupero e verso il restauro. Corti, cortili, ville, cascine, ruderi. Certo non lavorano le grandi imprese immobiliari. Ma i piccoli artigiani. Specialisti del restauro e non quelli della speculazione.

Lei ha partecipato anche al libro L’anticasta: l’Italia che funziona, con altri autori quali Maurizio Pallante e Marco Boschini. Un libro che può risollevare gli animi degli italiani…

In Italia ci sono centinaia di persone che nell’ombra sperimentano quotidianamente un nuovo modo di fare politica. Difficilmente salgono alla ribalta dei talk show televisivi. Se fossero invitati a Ballarò o a Porta a Porta, renderebbero visibile un’altra Italia. Quella che non fa della politica un esercizio tattico. Ma che utilizza il potere per cercare nuove vie e rendendole praticabili anche per gli altri. Interpretando il significato dato alla politica da Aristotele. Lavorare per il bene comune. Il libro di Marco Boschini e Michele Dotti, raccoglie queste nostre storie e le mette a disposizione. Spero davvero molti Italiani sappiano prendere spunto per appassionarsi e per trovare tempo e spazio da dedicare alla rinascita di questo paese.

A proposito di Pallante e Boschini, pensa che Associazioni come quella della Decrescita felice o dei Comuni Virtuosi, con le loro proposte che vanno oltre alla mera critica di ciò che non va, possano aiutare gli enti locali nella gestione della cosa pubblica?

Le esperienza virtuose sono a disposizione. Basta cercarle, copiarle e adattarle. E non ascoltare mai i “mestieranti” della politica. Quelli che ai cittadini che vorrebbero occuparsi del loro paese, del loro quartiere o della loro città, dicono: “Eh…la politica è difficile. Enormi responsabilità. Leggi, regolamenti, normativa. Ci pensiamo noi. Non ti preoccupare. Tu continua a guardare la TV”.

Fonte: terranauta.it

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Greenpeace: Metro SpA diventa “amica delle foreste”

Posted by darmel su 28 giugno 2009

Con una lettera inviata a Greenpeace, FSC Italia e al Ministero dell’Ambiente, l’amministratore delegato di Metro S.p.A Antonio Marzia rende noto che negli acquisti lignei (quali traverse ferroviarie e legnami di armamento, mobili ed arredi) la società richieda sistematicamente prodotti certificati FSC (Forest Stewardship Council) e che analoga certificazione FSC sarà richiesta nell’acquisto del 50% della carta per fotocopie (mentre il restante 50% sarà costituito da fibre riciclate post-consumo).

Lo scorso marzo alcuni attivisti avevano srotolato un enorme striscione alla stazione metro del Colosseo a Roma con il messaggio “African forest destruction sponsored by Metro”, mentre al porto di Ravenna un altro gruppo marchiava il legname incriminato e si incatenava ai tronchi, chiedendo l’intervento del Corpo Forestale dello Stato e dell’ente certificatore FSC.

“Siamo soddisfatti per l’impegno assunto da Metro S.p.A. Ora siamo sicuri che la nostra metropolitana non verrà costruita deforestando l’Africa e il Pianeta. – afferma Chiara Campione, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace Italia – Questo è un risultato importante per la nostra campagna. Ma non finisce qui. Greenpeace continuerà a fare pressione affinchè l’Italia, che è uno dei porti più importanti per l’ingresso del legno illegale in Europa, assuma un ruolo chiave per proteggere le foreste”.

Fonte: terranauta.it

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Recensione: Il Mondo Secondo Monsanto, dalla diossina agli OGM: storia di una multinazionale che vi vuole bene

Posted by darmel su 28 giugno 2009

Ne avevamo parlato già qua, ma vale la pena segnalare la recensione intera del sito macrolibrarsi.

Un libro straordinario, che racconta e dimostra la follia della cultura occidentale. Il profitto /potere di pochi (Monsanto), con l’appoggio di DEMENTI ISTITUZIONI, sta minando l’agricoltura e attraverso di essa la salute e la prosperità dei popoli, verso un collasso senza ritorno. Ero a favore degli OGM, perché non sapevo cosa fossero, pensavo alla chimica come uno strumento da usare con parsimonia, ma utile, non sapevo che il profitto sostituisse l’interesse dell’umanità. Non immaginavo che una sporca ma potente multinazionale, potesse ricattare l’umanità intera. 

Monsanto è leader mondiale nella produzione degli Organismi Geneticamete Modificati (OGM) ed è una delle aziende più controverse della storia industriale.

Dalla sua fondazione nel 1901, la multinazionale di Saint Louis ha accumulato diversi processi a proprio carico, a causa della tossicità dei prodotti che impone al mercato.

Negli anni è stata accusata di negligenza, frode, attentato a persone e cose, disastro ecologico e sanitario e utilizzo di false prove.

Eppure, questo pericoloso gigante della biotecnologia si pubblicizza come azienda della “scienza della vita”, apparentemente convertita al verbo dello sviluppo sostenibile.

Cosa sappiamo veramente degli effetti degli OGM sulla nostra salute?
Perchè l’agricoltura transgenica è così pericolosa?
Quali interessi si nascondono dietro la commercializzazione di sementi geneticamente modificate?

Questo bestseller internazionale, risultato di tre anni di importanti ricerche, parla della poco nota storia dell’azienda Monsanto e risponde a molte domande che ci toccano da vicino.

Avvalendosi di documenti inediti e delle preziose testimonianze di scienziati e di uomini politici, il libro ricostruisce la genesi di un impero industriale che è diventato la prima azienda al mondo produttrice di semi grazie all’appoggio dei vertici politici e amministrativi USA, a una comunicazione falsa e aggressiva, a pesanti pressioni e a innumerevoli tentativi di corruzione.

Oggi, mentre in Europa sta finalmente nascendo un dibattito serio sulle conseguenze sociali, sanitarie e ambientali degli organismi geneticamente modificati, arriva in Italia con un tempismo perfetto la più aggiornata edizione de Il mondo secondo Monsanto, un libro inchiesta che negli altri paesi ha già venduto centinaia di migliaia di copie.

Una lettura fondamentale per la (ri)costruzione di un mondo a misura d’uomo, e non di multinazionale.

Pubblicato in Francia dalla casa editrice La Découverte, Il Mondo secondo Monsanto ha già venduto 80.000 copie.
L’omonimo documentario è stato trasmesso dal canale televisivo franco-tedesco ARTE.
Già disponibile in Spagna e America Latina, nei prossimi mesi il libro verrà pubblicato in diversi paesi quali Germania, Olanda, USA, Brasile, Corea, Grecia, Giappone, Ungheria e Polonia.

Oggi, mentre Francia ed Europa sono scosse da un vero e proprio dibattito scientifico, economico e sociale sulle conseguenze sanitarie e ambientali degli OGM, oltre che sulla condizione contadina e sui test sugli esseri viventi, il libro della Robin arriva con un tempismo perfetto. È infatti a pieno titolo un’opera per la salute pubblica, ed è come tale che dovrebbe essere letta e considerata.
Dalla prefazione di Nicholas Hulot, giornalista ed ecologista francese

È almeno dagli anni ‘30 che la società monopolistica del Missouri Monsanto miete vittime. Stranamente, i responsabili politici, per quanto perfettamente informati, non reagiscono. Oggi, questo mostro della “biotecnologia” detiene il 90% degli OGM coltivati nel pianeta. Un’indagine che la giornalista Marie-Monique Robin ha condotto per diversi anni.
Bakchich

In piena crisi economica e alimentare, dovuta alla crescita dei prezzi dei beni primari, c’è chi naviga nell’oro. È la Monsanto, industria biotech, che esporta felicemente in tutto il mondo il modello di agricoltura transgenica. La multinazionale delle sementi, invisa agli ambientalisti e ai contadini di mezzo mondo, ha dichiarato vendite per 2,6 miliardi di dollari con un incremento del 29% rispetto al 2008. Gabriele Bindi, Slowfood.it

Un’indagine serrata, che ci porta a riflettere sulle basi etiche della nostra società dei consumi: business, business!
Entreprise et Carrières

Un libro accattivante, trasparente, perfettamente documentato. Appassionante e scritto come un romanzo poliziesco scientifico.
La Recherche

Fonte: macrolibrarsi.it

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Alpi: Noi, taglialegna e ambientalisti

Posted by darmel su 27 giugno 2009

Ancora qualche settimana e poi una nuova certificazione si aggiungerà a quelle che Alpi, multinazionale della trasformazione del legno di Modigliana, in provincia di Forlì, possiede già. Si tratta del riconoscimento del Bureau Veritas che attesta il rispetto delle leggi forestali del Camerun, dove il gruppo guidato da Vittorio Alpi è la prima realtà industriale del settore, con tre siti produttivi e oltre 500 mila ettari di foresta tropicale in concessione. «Abbattiamo solo pochi alberi per ettaro, in modo che il tessuto forestale possa cicatrizzarsi velocemente, e poi lasciamo riposare l’area per 30 anni» spiega Alpi a Economy.

L’impegno per una gestione sostenibile della natura era già stato dimostrato con l’accordo firmato tra Alpi e il Tropical forest trust, un’organizzazione non profit internazionale impegnata nella tutela delle risorse tropicali. Mentre in Italia, dove la materia prima è costituita dal pioppo, Alpi ha già ottenuto la certificazione di Sgs e il marchio di Fsc (Forest Stewardship Council), associazione di cui fanno parte anche Wwf e Greenpeace.

«Una gestione sostenibile della foresta ci garantisce il suo utilizzo economico e al tempo stesso fornisce un importante contributo al reddito degli abitanti della regione» aggiunge Alpi. In Africa lavorano 1.500 dipendenti, impegnati nel taglio dei tronchi di Ayous e nella successiva lavorazione. Di questi, 150 operano al largo della Costa d’Avorio su una chiatta lunga 95 metri. Su questo stabilimento galleggiante, varato nel 1975 nei cantieri di Ravenna e poi rimorchiato fino in Africa, si procede alla sfogliatura del legno. Capofila del gruppo in terra africana è la Alpicam Industries che trasforma il legno per gli stabilimenti italiani.

Con un fatturato 2008 stimato in 168 milioni di euro e un utile di 20 milioni, il gruppo Alpi, tra Italia e Africa, può contare su otto stabilimenti e 2.895 addetti. Nell’ultimo anno ha prodotto 41,5 milioni di metri quadrati di tranciato, qualcosa come l’equivalente di circa 5.800 campi di calcio, rifornendo oltre 1.300 produttori di mobili e porte. «Le aziende italiane e tedesche sono le migliori per la qualità del prodotto, ma vendiamo in tutto il mondo» dice Alpi.

Il core business è immutato da decenni e si chiama Alpilignum: si tratta di un foglio in legno destinato al rivestimento dei mobili che può essere realizzato in svariati colori e grazie alla particolare lavorazione può assumere le stesse venature di essenze pregiate e rare.

Fonte:
alpi.it
blogonomy.it

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Enel sole: il nuovo sistema di illuminazione pubblica fa risparmiare il 60% dell’energia

Posted by darmel su 27 giugno 2009

Enel Sole – la società di Enel specializzata nel settore dell’illuminazione pubblica che gestisce più di 2 milioni di punti luce – nell’ambito del “World Future Energy Summit” che si è tienuto ad Abu Dhabi, dal 19 al 22 gennaio 2009, ha presentato il nuovo sistema innovativo di illuminazione pubblica, basato su tecnologia LED (Light-Emitting Diode).

Il nuovo sistema Archilede di Enel Sole, realizzato presso gli stabilimenti di iGuzzini – produttore leader nel settore dell’illuminazione – sulla base delle specifiche tecniche predisposte da Enel Sole, consentirà di risparmiare oltre il 40% dell’energia destinata all’illuminazione pubblica rispetto alle migliori tecnologie tradizionali – le lampade a vapori di Sodio ad Alta Pressione (SAP) e ad Alogenuri Metallici – e fino al 60% rispetto a tecnologie tradizionali a minore efficienza – le lampade a Vapori di Mercurio (VM) – con un consistente contenimento dei costi energetici e un basso impatto ambientale.

Ottiche innovative ed elettronica “intelligente” fanno del nuovo apparecchio LED – ampiamente testato presso i laboratori certificati da IMQ – il sistema ideale per rispondere alle più svariate esigenze di illuminazione stradale: innovativa modalità di regolazione di ciascun punto luce, programmabile secondo le esigenze di sicurezza e viabilità; eccellente uniformità della luce e minimizzazione delle dispersioni; resa cromatica elevata, basso impatto ambientale nel rispetto delle prescrizioni delle Leggi vigenti in materia di risparmio energetico e inquinamento luminoso.

A inizio 2009 è stato inaugurato ad Alessandria, Lodi e Piacenza la fase di sperimentazione di questa nuova tecnologia. Presso il Comune di Alessandria è stato acceso il primo impianto LED in Corso Lamarmora a fine marzo 2009, prima fase del progetto pilota che prevede complessivamente l’installazione di circa 150 centri luminosi a LED. Se il progetto pilota avrà successo sarà poi esteso a livello nazionale.

Qualche numero. Con i primi 400 punti luce, le tre città risparmieranno per l’illuminazione pubblica sin da subito circa 90.000 chilowattora all’anno pari a circa il 55% dei relativi consumi di EE in presenza di un importante aumento della luminosità, con minori costi in bolletta e circa 45,5 tonnellate di CO2 evitate ogni anno. In proporzione, se tutti i comuni italiani adottassero il nuovo sistema di illuminazione e nell’ipotesi di utilizzare in pieno le caratteristiche di luminosità e regolabilità dei LED si potrebbero risparmiare fino a 2,5-3 Terawattora annui e 1,2 – 1,5 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Forse in questo modo non avremo bisogno di costruire onerose centrali nucleari (che per intenderci pagheremo noi cittadini), poichè la tecnologia per consumare meno mantenendo inalterato il nostro prezioso stile di vità già c’è.

Ma c’è di più. Enel Sole, che opera da sempre impiegando tecnologie innovative per incrementare l’efficienza complessiva degli impianti e ottimizzare i consumi di energia elettrica, offre ai clienti una soluzione integrata comprendente la progettazione, fornitura in opera e collaudo per facilitare l’introduzione della nuova tecnologia e, laddove richiesto, un’anticipazione in conto capitale per consentire alle amministrazioni comunali di ottenere risultati immediati e una programmabilità della spesa.

Enel Sole è la società di Enel che opera nel mercato dell’illuminazione pubblica ed artistica. Con circa 4.000 Comuni serviti e oltre 2 milioni di punti luce, Enel Sole è oggi il maggiore operatore italiano del settore, con una quota di mercato di circa il 22%.

Fonte:
enel.it
diariodelweb.it

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Asti: il Comune usa i pipistrelli come anti-zanzare

Posted by darmel su 23 giugno 2009

Che i pipistrelli siano acerrimi nemici delle zanzare lo sappiamo e dunque il Comune di Asti ha avviato un nuovo progetto in campo ambientale: da quest’anno, per la lotta alle zanzare, oltre alle consuete tecniche di disinfestazione, si stanno percorrendo strade alternative ed ecologiche usando proprio i pipistrelli.

La sperimentazione consiste nel monitoraggio dei pipistrelli in ambiente urbano e nell’installazione di circa una ventina di bat box, le casette-nido utilizzate come rifugio da parte dei pipistrelli stessi. In una bat box possono nidificare anche più di 200 cuccioli di pipistrello.
L’assessore all’ambiente, Diego Zavattaro, ha dichiarato che:

Il Comune è da anni impegnato nel Progetto di Monitoraggio e Lotta alla Zanzara Tigre. Il progetto riguardante i pipistrelli, oltre ad avere un grande valore ecologico, proteggendoli come chiedono le leggi nazionali e le direttive europee, consente di eliminare le zanzare appartenenti a specie di abitudini notturne, in particolare nelle zone dove la presenza di queste ultime e’ più numerosa. Ogni pipistrello, infatti, è in grado di mangiare più di 2mila zanzare a notte.

Fonte:
ecoblog.it
comune.asti.it

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Lazio, sarà costruita una centrale termodinamica solare a concentrazione da 150 milioni di euro

Posted by darmel su 23 giugno 2009

Ogni tanto anche buone notizie… speriamo si faccia in tempi “rapidi” la verifica della fattibilità dell’opera.

E’ stato firmato ieri il protocollo per la realizzazione in Lazio di una centrale solare per 150milioni di euro e tra i 25 ai 30 MW di potenza. L’impianto sarà termodinamico a concentrazione e sarà dislocato su un area di 100 ettari in provincia di Latina. Questo è il secondo impianto del genere in Italia: il primo si trova a Priolo in provincia di Siracusa.

Si legge sul comunicato della Regione Lazio:

I prossimi tre mesi verranno dedicati allo studio di prefattibilità dell’opera, per la realizzazione e messa in funzione dell’impianto ci vorranno invece almeno due anni. Importante innovazione tecnica legata all’impianto sarà la costruzione di una piscina per il recupero dei cascami termici, che consentirà un’ulteriore razionalizzazione della produzione energetica, e nell’area troverà posto anche un “Museo dell’energia per le fonti rinnovabili”, un’eccellenza a livello mondiale.

Ha detto il Presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, che ha firmato il protocollo con il presidente dell’Enea Luigi Paganetto, il presidente di Confindustria Lazio Maurizio Stirpe e l’Assessore all’Ambiente Filiberto Zaratti:

Se andrà a buon fine l’impianto entrerà nella linea politica di green energy che la Regione Lazio sta portando avanti da tempo. L’obiettivo 20-20-20 che la Comunità Europea ci impone ci mette di fronte a certe sfide e il Lazio potrà diventare la Regione delle energie rinnovabili. E questo grazie all’elevato numero di imprenditori che crede nelle rinnovabili e alla forte presenza di centri di eccellenza di rilevanza internazionale. A Montalto di Castro vogliamo creare la più grande centrale fotovoltaica d’Europa: dalla crisi si esce investendo e sfruttando le energie rinnovabili.

Fonte: ecoblog.it

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DLA Piper: il vento e il sole… l’uranio?

Posted by darmel su 22 giugno 2009

Secondo i dati del Gestore dei servizi elettrici (Gse) in Italia operano 2.128 impianti idroelettrici, 203 parchi eolici, 31 stazioni geotermoelettriche, 208 strutture a biogas, 106 a biomasse e 7.647 impianti fotovoltaici. Nel 2008 le fonti rinnovabili hanno prodotto complessivamente 59,2 mila gigawattora di elettricità (+20% sul 2007), che rappresentano il 18,6% della produzione energetica nazionale. Si tratta un mercato in pieno fermento, che attira importanti investimenti e una produzione normativa in continua evoluzione. Un mercato che sta in piedi solo grazie agli incentivi. Dai Cip 6 fino ai cosiddetti certificati verdi, il sistema è cresciuto sulla scia dei bonus per le imprese scaricati poi sulle bollette.
Matteo Falcione, senior associate di Dla Piper e socio dell’Aiee (Associazione italiana economisti dell’energia), sulle fonti rinnovabili e sul risparmio energetico ha costruito la sua professione e ha appena dato alle stampe il suo ultimo libro Diritto dell’energia (Barbera editore), che mette in fila i problemi degli impianti, dei costi di produzione, dei meccanismi di incentivazione pubblica. «Il mercato delle fonti energetiche rinnovabili è tra i più attraenti per gli investitori a livello globale e l’Italia è all’avanguardia per tradizione di investimento e per gli incentivi disponibili. Ma il quadro giuridico che affrontano gli investitori è tra i più complessi e, alla lunga, rischia di frenarne lo sviluppo».

Sono gli incentivi ad attrarre gli investitori, vero?
Rispetto al passato, oggi gli incentivi vengono assegnati soltanto alle fonti rinnovabili, tranne il termovalorizzatore di Acerra.
L’Autorità per l’energia dice che le rinnovabili pesano per il 6% sulla bolletta. Ha senso spendere tanto?
In quel 6% ci sono dentro anche gli impianti assimilati, che non impiegano fonti rinnovabili. Il principale regime di incentivo alle rinnovabili oggi in vigore è quello dei certificati verdi, il cui costo non va in bolletta.
E dove va?
È in regime di mercato: il costo d’acquisto dei certificati è addossato ai produttori termoelettrici e non necessariamente si trasferisce sul prezzo dell’energia elettrica applicato all’ingrosso.
Quanto vale un certificato verde?
Il costo di un certificato verde oscilla tra 81,82 e 86,3 euro a megawattora.
Ma non ci sono solo i certificati?
No, certo. Il sistema prevede incentivi per il nuovo conto energia, per gli impianti fotovoltaici, il conto energia per il solare termodinamico…
E quanto costano tutti insieme?
Secondo la relazione dell’Authority in Parlamento del 25 febbraio scorso, il sistema degli incentivi costa all’Italia 1,6 miliardi di euro, escludendo le assimilate.
È tanto o poco?
Per raggiungere gli obiettivi previsti dal terzo pacchetto energia del protocollo di Kyoto, l’Autorità stima che il costo dei sistemi di incentivazione rinnovabili nel 2020 costerà 7 miliardi di euro. Solo la metà sarà necessaria per il fotovoltaico.
Ripeto: è tanto o poco?
È troppo solo se l’obiettivo che si vuole raggiungere si può raggiungere con una spesa minore.
E come si fa?
Serve un corretto monitoraggio all’andamento prospettico del costo delle varie tecnologie che si vogliono incentivare.
Quando, secondo lei, si dovrebbero assegnare gli incentivi?
Il meccanismo degli incentivi ha senso quando il costo unitario totale di una tecnologia è superiore al ricavo unitario che garantisce il mercato elettrico. Oppure quando il ricavo unitario è maggiore del costo unitario, ma il margine ottenuto è più basso rispetto a un investimento nel termoelettrico.
Perché la bilancia energetica italiana resta sempre in passivo?
Se il parco generativo delle rinnovabili fosse sempre in produzione, l’Italia sarebbe autosufficiente dal punto di vista della produzione elettrica.
Spengono gli impianti?
In alcune fasce orarie.
Perché?
Il problema è economico, non tecnologico.
E qual è il problema?
Che importare energia dalla Francia o da altri Paesi, spesso, costa meno.
L’Italia ha siglato un accordo con la Francia per costruire centrali nucleari…
Le centrali nucleari in Italia non entreranno mai in esercizio: dall’investimento all’apertura di un cantiere nucleare passano almeno 15 anni e le maggioranze politiche possono cambiare. E poi perché vogliamo tornare al nucleare?
Secondo lei?
Vogliamo la sicurezza di approvvigionamenti, sganciarci dalla morsa dei russi? E dove andiamo a comprarlo l’uranio?

Fonte: blogonomy.it

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Ici Caldaie: caldo, freddo e meno emissioni

Posted by darmel su 22 giugno 2009

Nuove tecnologie per il risparmio energetico. Ici Caldaie ci crede e investe con successo: l’azienda è la prima classificata fra quelle che il ministero dello Sviluppo economico finanzierà per i progetti di efficienza energetica. Nell’ambito della cosiddetta cogenerazione con celle a combustibile, ovvero la trasformazione del metano in idrogeno per la produzione di energia elettrica, l’azienda veneta ha proposto il piano Microgen 30, che le consentirà, in tre anni, di produrre cogeneratori da 30 kw di seconda generazione, adatti al riscaldamento ma anche al raffreddamento di un palazzo di circa 30 appartamenti.
Quelli di prima generazione, Siderea 30, cinque in tutto e sempre a idrogeno, verranno installati quest’anno.
Microgen 30 sarà realizzato in collaborazione con un gruppo di soggetti industriali e alcuni centri di ricerca (Enea, Politecnico di Milano e Cnr). Il prezzo di un cogeneratore è di circa 70 mila euro, cifra che secondo Ici Caldaie dovrebbe essere ammortizzata in tre anni con la produzione di energia elettrica e termica per edifici residenziali.
Rispetto a una caldaia normale, si risparmia energia, evitando le perdite di distribuzione sulla rete elettrica, e si riducono le emissioni gassose. Inoltre il rendimento elettrico è superiore al 35%, più alto rispetto ai sistemi attuali. Infine, anche se il costo iniziale è più elevato di un normale impianto centralizzato, il condominio risparmia perché non deve più allacciarsi ad altri erogatori: l’energia serve sia per il riscaldamento sia per l’elettricità.
Nata nel 1958 in provincia di Verona, Ici Caldaie è nota per la produzione di impianti di riscaldamento e generatori di calore industriali. Questi ultimi rappresentano quasi il 50% del fatturato, che nel 2008 è stato di 36 milioni, mentre il gruppo Finluc, di cui l’azienda fa parte, supera i 75 milioni.
Ici Caldaie si dedica anche ai sistemi energetici (come per esempio il fotovoltaico) con l’intenzione di aprirsi a nuovi mercati: Cina, Russia, i Paesi dell’Est europeo in modo particolare. Oggi l’export rappresenta già il 49% del fatturato ed è in crescita.

Programma UE. Dopo la creazione dei cogeneratori, lo sviluppo a lungo termine è rappresentato dalla partecipazione, con altre 17 società e centri di ricerca italiani e internazionali, al Settimo Programma Quadro Ue per la ricerca, che ha come obiettivo principale quello di realizzare un edificio completamente «rinnovabile».
«Le nuove tecnologie» afferma Emanuela Lucchini, amministratore delegato e socio di Ici Caldaie, «possono dare un notevole impulso all’economia, soprattutto in un momento di crisi come questo, in cui cresce la domanda di maggiore efficienza degli impianti per ottenere risparmio energetico e meno emissioni inquinanti. Anzi, probabilmente sarà fondamentale per uscirne».

di Maria Eva Virga

Fonte: blogonomy.it

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Sistemi 2000: Il mio supermercato è “verde”

Posted by darmel su 22 giugno 2009

La rivoluzione verde per lui è già iniziata. Sergio Lupi, presidente e fondatore del gruppo marchigiano Sistemi 2000, specializzato nella produzione di arredi per la grande distribuzione, dal 1° gennaio 2008 ha messo al bando legno e plastica «vergini» per utilizzare solo materia prima  di riciclo. «Il progetto di riconversione della mia azienda in chiave ecosostenibile è partito nel 2007 sull’onda della necessità di sfuggire alla morsa dell’eccessivo costo del petrolio» racconta a Economy l’imprenditore.
Un anno di investimenti in ricerca e sviluppo e di preparazione per le modifiche a stampi e macchinari, poi è nato il marchio R-Evolution che oggi contraddistingue mobili e scaffalature in legno riciclato, cestini per la spesa e portaprezzi in polietilene proveniente dalla raccolta differenziata di bottiglie e tappi. «Per produrre un chilo di Pet riciclato servono 200 grammi di petrolio, ovvero il 90% in meno di quello necessario a produrre Pet vergine» sottolinea Lupi.
Un bel risparmio, che si traduce in vantaggio anche per le aziende della grande distribuzione: l’arredamento prodotto con materiale da riciclo costa infatti tra il 5 e l’8% in meno della media. Senza contare il ritorno di immagine di cui può godere un supermercato «verde». «Oggi il consumatore è molto attento alle problematiche ambientali e al risparmio energetico, quindi utilizzare arredi e accessori ecofriendly costituisce una leva di marketing per i supermercati» prosegue Lupi.

In controtendenza. La strategia di inserirsi in un business in rapida espansione come quello del «green retail» ha già dato i primi risultati: tra gennaio e marzo 2009, infatti, in controtendenza rispetto all’economia italiana, Sistemi 2000 ha registrato un incremento di fatturato del 60% rispetto all’anno precedente. «Il 2008 si è chiuso con un giro d’affari di 13,1 milioni di euro: per quest’anno il budget è di 14,5 milioni di euro, mentre il numero degli addetti salirà da 53 a 62 persone».
Non si fermano neppure gli investimenti. Dopo i 700 mila euro spesi per la riconversione, nei prossimi tre anni verranno impiegati 3 milioni di euro per la produzione di attrezzature con materiali riciclati e per completare così la gamma degli articoli da proporre ai propri clienti. Tra le novità dei prossimi mesi ci sarà il cestino-trolley per la spesa che si alza da solo.
«In futuro i supermercati saranno interamente ecologici» prevede Lupi, che ha messo nel suo portafoglio clienti tutti i big della grande distribuzione. «Prima ero uno dei tanti, adesso offro prodotti unici» ammette l’imprenditore, che punta anche  a rafforzare le collaborazioni con le università per studiare nuove soluzioni tecniche.

Barbara Gabbrielli

Fonte: blogonomy.it

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