Feel and Trust

Ecologia, Salute ed Economia

Archive for agosto 2009

Un sedicenne trova il modo di degradare la plastica

Posted by darmel su 27 agosto 2009

Daniel Burd era stufo di avere a che fare con gli indistruttibili sacchetti di plastica e ha trovato dei batteri in grado di decomporli molto rapidamente. La plastica viene decomposta in settimane, invece che in secoli, e il processo avviene a temperatura ambiente.

Il primo esperimento e’ stato veramente banale: ridurre la plastica in polvere, aggiungervi acqua di rubinetto, lievito, un po’ di sporcizia da discarica e lasciare il tutto a 30 gradi per qualche tempo. I microrganismi si riprodussero e dopo qualche settimana Daniel aveva delle colture batteriche con cui lavorare.

Daniel mise delle strisce di plastica dentro delle provette, di cui alcune contenevano i batteri e una solo acqua bollita (sterile). Dopo 6 settimane le strisce di plastica nelle fialette con i batteri pesavano il 17% in meno, mentre quella nella fiala di controllo non aveva subito variazioni di peso. La decomposizione batterica funzionava!!!

Daniel a questo punto identificò le specie batteriche presenti nel suo brodo e scopri che vi erano 4 ceppi, di cui uno (Sphingomonas) attivo nel degradare la plastica ed uno (Pseudomonas) che, pur non degradando direttamente, favoriva l’azione del primo.

Ora si trattava di trovare le migliori condizioni di crescita per questi due ceppi che, a 37 gradi, una concentrazione ottimale e l’aggiunta di acetato di sodio, riescono a degradare la plastica del 43% in 6 settimane. Il tutto funziona anche con sacchetti di plastica interi, non polverizzati.

Grazie a questa ricerca Daniel ha vinto il primo premio alla Canada Wide Science Fair in Ottawa, e abbastanza soldi da poter andare all’università, dove intende studiare scienze.

Fonte: ecowiki.it

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Basta sviluppo

Posted by darmel su 26 agosto 2009

«Dal giorno della pubblicazione de I limiti dello sviluppo, abbiamo convissuto con la consapevolezza che viviamo in un ecosistema fragile, che uno sviluppo economico senza fine è impossibile e che quando guadagnamo e consumiamo, rendiamo il mondo potenzialmente peggiore per i nostri figli.

Oggi anche le coscienze dei più aggressivi consumatori occidentali vengono regolarmente trafitte da schegge di eco-consapevolezza.

Allora, com’è che nulla è cambiato? Perchè la nostra cultura continua a crescere, sgobbare, produrre, quando sappiamo che potrebbe esserci fatale? […]

Concettualizzare tuta questa faccenda del pianeta in pericolo è estremamente difficile per dei cervelli che si sono evoluti per scampare al terribile percorso di vita chiamato Pleistocene, piuttosto che per comprendere il loro ruolo nel sistema planetario.

Lo sviluppo è stato troppo improvviso per il nostro caro vecchio impianto mentale. […]

A quanto pare, cercare di fare appello alla parte pensante del nostro cervello può rivelarsi molto frustrante. Per il bene della democrazia dovremmo continuare a bombardare i cervelli alti degli elettori con argomentazioni assenante sul perchè farebbero bene a comportarsi in modo eco-sostenibile.

Ma le prove dimostrano che dobbiamo anche lottare per la parte bassa, dove vengono prese molte decisioni economiche, e dove il mondo strabordante del marketing ha passato molto tempo a fare danni.

Dobbiamo trovare qualcosa che faccia appello ai nostri circuiti da età della pietra […]

La nuova sbruffonata dovrebbe essere: “Me la spasso molto più di te, perchè la mia ecologia personale è più forte: so di avere quanto basta.” »

John Naish, Basta! Con i consumi superflui, con chi li incentiva, con chi non sa farne a meno, Roma 2009, pp174-183

Fonte: ecoalfabeta.blogosfere.it

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Progetto “Adotta un Kw”

Posted by darmel su 26 agosto 2009

Retenergie Società Cooperativa nasce il 19 dicembre 2008 per iniziativa di un gruppo di persone impegnate nel campo delle autoproduzioni di energia da fonti rinnovabili.

La missione della cooperativa consiste nel produrre energia rinnovabile da impianti di produzione a basso impatto ambientale attraverso la forma dell’azionariato popolare (come allargamento dell’esperienza “Adotta un kw” promossa da Solare Collettivo). La sfida progettuale è includere gli utilizzatori finali di energia, chiudendo un circolo virtuoso che parte dalla produzione arrivando fino al consumo.

Essa costituisce un’opportunità economica dalla forte connotazione ideale per chi è attento a problemi ambientali e sociali quali inquinamento, limitatezza delle risorse, equità nella loro distribuzione.

La forma scelta è la cooperativa perchè gli obiettivi devono essere coerenti con i mezzi utilizzati per raggiungerli: partecipazione, autogestione, solidarietà. Sono benvenute proposte e critiche, per condividere il cammino: la cooperativa è un’impresa che si costruisce insieme strada facendo.

Durante l’estate Paridao si è informato sul progetto Adotta un kW. Non è più Solare Collettivo che si occupa del progetto che è passato a Retenergie. Vi riporto qui di seguito la presentazione del progetto che Paridao mi ha gentilmente inoltrato.

La nostra storia è cominciata nel 2007 con Solare Collettivo, un’associazione culturale il cui scopo è diffondere tematiche inerenti giustizia sociale e energie rinnovabili; nel corso del 2008 l’associazione ha promosso la realizzazione del progetto Adotta un kw, culminato nella costruzione di un impianto fotovoltaico da 20 kw sul tetto della Coop Proteo di Mondovì, Cuneo. Oltre a ciò sono in corso altri progetti di natura differente – energia/agricoltura biologica, energia/paesi in via di sviluppo – che si possono vedere nel sito www.solarecollettivo.it

Solare Collettivo per il futuro non intende realizzare altri impianti da energie rinnovabili. Per questo scopo a Dicembre 2008 è stata creata Retenergie Società Cooperativa www.retenergie.it

Da quella data in avanti tutti quelli che vogliono partecipare al progetto di costruire collettivamente impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili possono associarsi ad essa.

Inoltre la grande caratteristica di novità della cooperativa risiede nel fatto che un domani, quando gli impianti saranno operativi, i soci potranno utilizzare a casa loro o sul posto di lavoro, l’energia prodotta dalle loro stesse centrali, anche se i luoghi di produzione e consumo sono geograficamente lontani: questo è reso possibile dall’attuale ordinamento del comparto energetico in Italia.

Gli impianti che vogliamo fare sono

  • fotovoltaici in zone vocate con taglie minime di 20 kw su tetti o al limite su terreni fortemente compromessi quali discariche o cave, in ogni caso non su terreni agricoli
  • Idroelettrici di piccola-media taglia su canali artificiali o corsi d’acqua già antropizzati per minimizzare l’impatto ambientale

  • microeolico ( max 1 Mw ).
  • Impianti di cogenerazione con particolare attenzione a filiera corta e utilizzo di biomasse legnose derivanti da pulizie dei boschi evitando l’utilizzo di colture no food e di liquami derivanti da allevamenti zootecnici intensivi.
Per la prima fase di questo grande progetto abbiamo bisogno di allargare la base sociale, in particolare Soci Sovventori che apportino capitale, in modo da ridurre per quanto possibile l’intervento delle banche. In un secondo momento, quando avremo fatto gli impianti, potremo accogliere Soci Cooperatori, quelli cioè che si associano per poter consumare, con vantaggi di varia natura, l’energia prodotta. Soci Sovventori e Cooperatori possono coincidere. 

Chi volesse investire cifre maggiori lo può fare sempre sotto la forma di aumento del capitale o in alternativa con il Prestito Sociale che si è stabilito per l’anno in corso avere un tasso di rivalutazione del 3,5% annuo.

Dato che ci interessa un modello di sviluppo democratico e decentrato cerchiamo il più possibile di coinvolgere gruppi locali che si interessino a individuare i siti e le tipologie per degli impianti nuovi, per questo è importante appoggiarci o favorire il nascere di gruppi di persone organizzati che promuovano la nascita dei singoli progetti.

Queste entità, denominate Nodi Locali, godono della massima autonomia nella proposta dei progetti e delle modalità per realizzarli pur facendo parte a tutti gli effetti della Cooperativa.

La prima realizzazione sarà una Centralina idroelettrica da 60 kw in provincia di Reggio Emilia, nel frattempo stiamo facendo i progetti per altri due impianti idroelettrici, uno da 200 kw in provincia di Cuneo e l’altro da 100 kw in provincia di Treviso. Inoltre stiamo lavorando alla realizzazione di un impianto fotovoltaico in provincia di Torino.

Ecco uno schema molto semplificato del progetto:

  • il socio entra nella cooperativa con 500 euro o più
  • la cooperativa costruisce gli impianti che producono energia
  • tramite lo stesso GSE o un trader ( o grossista accreditato) l’energia viene conferita ai soci della coop mediante un accordo con un Distributore Locale ( anche di notte quando il fotovoltaico non produce o in estate quando l’idroelettrico potrebbe rallentare: è questo il motivo per il quale occorre utilizzare la Rete nazionale come “serbatoio”)
  • con gli utili derivanti dal proprio lavoro la coop rivaluta il capitale sociale o il prestito sociale dei soci ( secondo vantaggio)
  • in sostanza il socio che ha messo 500 euro dopo un anno vede rivalutato il proprio capitale dell’x%, paga l’energia un prezzo trasparente, ne conosce la provenienza ( no carbone, petrolio, gas, nucleare, ecc…) e partecipa consapevolmente a tutto il processo di produzione e consumo dell’energia stessa.
Riteniamo che questo sia un passaggio fondamentale nel cammino verso la realizzazione di un modello di sviluppo sostenibile all’interno di un disegno mirato a dare nuova dignità e consapevolezza all’uomo; dignità che non può realizzarsi se non in equilibrio con la natura attraverso un ideale di giustizia sociale ed economica che deve caratterizzare tutte le nostre scelte.

 

I Soci Sovventori si associano con la quota base di 500 euro che diventa capitale sociale, tutti gli anni l’Assemblea si riunisce per discutere il bilancio e in presenza di utile assegna ad ogni socio la propria quota di rivalutazione, secondo quanto indicato sul Regolamento Soci Sovventori.

Un progetto con una filosofia analoga lo potete trovare al seguente link: People of Energy di Apigor Energia 

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Nucleare: la minaccia di Mister Burns

Posted by darmel su 18 agosto 2009

La seguente intervista è tratta dalla rivista Consapevole 15 aprile/giugno 2008. Nonostante sia stata realizzata ormai un anno or sono, l’attualità del tema e la pregnanza delle argomentazioni la rendono tuttora assolutamente valida quale testo di confronto e approfondimento.

In questi mesi di campagna elettorale il tema energetico è rimbalzato più volte tra le pareti degli studi televisivi. Tante volte, troppo volte, abbiamo sentito parlare del nucleare come di una panacea per tutti i mali: la soluzione ideale per liberarci da una situazione di atavica e tutta italiana “schiavitù energetica”. Ma il potere taumaturgico del nucleare che tanto piace alla politica è reale? Potrebbe davvero essere la scelta giusta?

Se anche il premio Nobel Carlo Rubbia ci mette in guardia sul nucleare (si veda la puntata di Annozero del 14 febbraio 2008) – 10 anni per costruire altre centrali, investimento economico ripagato su lunghissimo tempo, problema delle scorie, scarsità dell’uranio e aumento dei costi – la mosca al naso ci deve venire.
Alberto Zoratti – autore, con Roberto Bosio, di Fermiamo Mister Burns (Arianna Editrice, 2008) – ci aiuta a capire le ragioni del ritorno del grido “al nucleare, al nucleare”, prospettando nel contempo nuove strade energetiche.

Alla luce dei problemi energetici e della patologica incapacità della classe dirigente italiana ad affrontarli, ritorna ad avere credibilità la “tentazione” nucleare. Quali sono i motivi scontati, e quelli meno scontati, per ribadire il rifiuto di questa fonte energetica?
I motivi sono molti e circostanziati. C’è un problema di ordine economico, intanto. Ci sono studi, come quello dell’Università di Greenwich (The Economics of Nuclear Power: analysis of recent studies, Università di Greenwich, Luglio 2005) o dell’Università di Chicago (The economic future of nuclear power, University of Chicago, Agosto 2004) che parlano chiaramente di non convenienza economica. Si parla di necessità imposta da un clima che cambia, da una situazione di riscaldamento globale che chiede risposte veloci. Ma trovare la soluzione nel nucleare significa sbagliare strategia, intanto perché non è vero che il nucleare è a emissione zero. Lo è la produzione tout-court da fissione, ma non lo è certamente la costruzione (dispendiosa e lunga) degli impianti, né il processamento. Poi ci sono i tempi di costruzione, dell’ordine di sei anni in media (ma che per l’Italia salirebbero per l’attesa necessaria ad ottenere le varie autorizzazioni), che non permettono risposte adeguate in termini di velocità ad un clima che sta cambiando velocemente. Ma una risposta ci viene data addirittura dal rapporto del 2006 del World Energy Outlook, secondo il quale per i prossimi venti anni il contributo ad una diminuzione delle emissioni di gas serra dato dal nucleare sarebbe minimo e non andrebbe oltre il 10%. Al contrario un miglioramento netto nell’efficienza nei consumi e nella produzione energetica contribuirebbero rispettivamente per un 65% e per un 13%. Ma allora, di quale nuova strategia energetica stiamo parlando?

Il rifiuto del nucleare può essere disgiunto, all’oggi, da una critica complessiva al modello di sviluppo industriale e al richiamo ad una riduzione di scala e alla “decrescita”?
Il nucleare viene proposto come risposta alla fame di energia, esattamente come gli Ogm vengono offerti per combattere la fame nel mondo. Ad un modello di sviluppo estremamente dispendioso in energia e risorse, la risposta non è riformarlo, ma aggiungere problemi a problemi. Prima ancora di una riflessione sulla decrescita – un concetto che andrebbe certamente articolato meglio per non cadere nella demagogia – oggi bisognerebbe parlare di aumento dell’efficienza energetica, di risparmio, di energie alternative. Secondo un incontro organizzato alla Camera di Commercio di Milano da Ises Italia (la sezione italiana dell’International Solar Energy Society, ndr) nel dicembre 2006 dal titolo “2006: Anno dell’efficienza energetica negli edifici”, è emerso che attraverso interventi mirati, il consumo energetico degli edifici e le rispettive emissioni di gas climalteranti potrebbero essere ridotti almeno del 25%: non male, se consideriamo che l’intero comparto ha consumi annuali di circa 70 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio. L’Enea, in uno studio pubblicato nel 2003, dimostra come una famiglia media italiana potrebbe risparmiare fino al 10% delle spese legate all’uso degli elettrodomestici e fino al 40% delle spese per il riscaldamento. E tutto senza far nulla, semplicemente modificando i propri comportamenti quotidiani.

L’analisi internazionale quali risposte dà in merito alle scelte energetiche? I nuclearisti danno per scontato che i Paesi avanzati adoperino massivamente questa fonte, ma è proprio vero?
In realtà l’energia da fonti energetiche negli ultimi anni ha subito un forte stop proprio nei paesi avanzati, perché poco conveniente. Pensiamo agli Stati Uniti o alla Gran Bretagna, dove British Energy – il colosso energetico britannico che gestisce gli impianti – fu salvato nel 2002 da un’iniezione di denaro pubblico. Oggi gli accordi si fanno nei paesi emergenti come la Russia, l’India, la Cina. Guarda caso potenze nucleari anche sul piano militare. E questo perché il ciclo del nucleare si chiude in maniera economicamente conveniente se in fondo alla catena di produzione ci sta l’industria militare, che riesce a riciclare più efficacemente quei prodotti secondari che altrimenti sarebbero un costo.

Quale modello energetico senza nucleare, a livello internazionale, risulta credibile per efficacia ed efficienza e quindi esemplare per il caso italiano?
La risposta non può essere univoca, ma più complessa di quanto si pensi. È necessario un mix di fonti energetiche come l’idroelettrico (soprattutto di piccole e medie dimensioni), il solare, il vento, il gas naturale, sommato, però, a tutte le esistenti strategie di risparmio energetico. Che dire delle case-clima, già diffuse nel nord Europa ed in parte in provincia di Trento e di Bolzano dove il consumo totale si attesta sui 7 KWh/m² all’anno? Stiamo parlando di meno di un litro di olio combustibile per metro quadrato annuo (o meno di un metro cubo di gas), contro i 300 KWh/m² all’anno che si possono trovare come punta massima nei nostri edifici, con una media che – nel 90% dei casi – tocca i 200 KWh/m² all’anno (attorno ai 20 litri di olio combustibile per metro quadrato annuo). E questo è soltanto un esempio.

Quali sono le reali alternative energetiche a cui far riferimento in Italia? Responsabilità e consapevolezza non richiederebbero innanzitutto produrre vicino ai luoghi di consumo, risparmiare e innovare con tecnologie appropriate?
Responsabilità e consapevolezza dovrebbero innanzitutto richiamare il cittadino alle sue responsabilità personali, al proprio stile di vita, che dovrebbe essere all’insegna dell’attenzione ai propri consumi. Il risparmio energetico è sicuramente il primo passo. Ma a questo vanno affiancate politiche pubbliche che parlino di agevolazioni sull’edilizia, a cominciare dalle coibentazioni (meglio se in materiali naturali) per arrivare ai consumi. E poi, certamente, le fonti di approvvigionamento, che dovrebbero contemplare produzioni con microimpianti. Insomma, passare da una gestione centralizzata della produzione ad una gestione reticolare, dove ognuno non sia solo utente ed utilizzatore, ma anche produttore e distributore. Una rivoluzione, ovviamente. Ma visto il cambiamento in atto, forse ne vale la pena.

Le voglie nucleari dell’ENEL
Il 17 agosto 2007 esce sul quotidiano Repubblica un lungo articolo dedicato agli investimenti dell’ENEL nel nucleare in Slovacchia e al perfezionamento dell’accordo fra il Primo Ministro del governo di centro sinistra di Bratislava, Robert Fico, e l’amministratore delegato dell’azienda italiana, Fulvio Conti. La notizia non è nuova, ENEL ha già in piedi, da alcuni anni, una strategia di espansione nel nucleare in Europa dell’Est.

Oltre all’accordo ormai concluso di 1,8 miliardi di euro per la costruzione dei reattori nucleari 3 e 4 a Mochovce, per l’appunto in Slovacchia, il colosso energetico italiano ha infatti lanciato un’offerta di 7 miliardi di euro per la costruzione di una centrale su un terreno sismico a Belene, in Bulgaria, e ha iniziato a stringere intese per la centrale di Cernavoda in Romania e, ancora, a Ignalina in Lituania e nella Russia di Vladimir Putin, che rimane tra i principali paesi nucleari al mondo. […]

Venti anni fa, quasi trenta milioni di italiani andarono a votare per il referendum sul nucleare. Rispondendo affermativamente al terzo quesito, la maggioranza (72%) dichiarò di voler escludere la possibilità per l’ENEL di partecipare alla costruzione di centrali nucleari all’estero. […]

L’ENEL oggi sta di fatto violando l’esito e lo spirito del referendum popolare e promuove con forza una strategia di espansione sui mercati esteri chiaramente improntata ad una pratica di dumping, con l’obiettivo neanche troppo implicito di esportare il rischio nucleare nei Paesi dell’Europa dell’Est per re-importare in Italia energia attraverso le reti internazionali esistenti.

Abbiamo intervistato: Alberto Zoratti
Biologo e giornalista freelance. Collaboratore di Altreconomia, La Nuova Ecologia e Carta, è autore di diverse pubblicazioni come Wto. Dalla dittatura del mercato alla democrazia globale (EMI, 2005). Ha collaborato alla realizzazione di Atlante di un’altra economia (Manifestolibri, 2004) e Prodotti dal Sud del mondo e mercati avanzati. Potenzialità e contaminazioni tra commercio equo e solidale e commercio internazionale (Franco Angeli Edizioni, 2007). È tra i fondatori dell’organizzazione dell’economia solidale
Fair (www.faircoop.it).

Fonte: ilconsapevole.it

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Qualcuno fermi la deforestazione

Posted by darmel su 18 agosto 2009

Nell’ultimo secolo la Terra ha subito un tracollo ecologico disastroso. La causa principale sta nella distruzione degli habitat naturali ed in particolare nella deforestazione indiscriminata (Massa, 1999).

Gli impatti più drammatici si riscontrano nelle foreste tropicali, che coprono il 6% circa delle terre emerse: in queste zone la deforestazione procede ad un ritmo incalzante, pari a circa 150.000 km2 l’anno (metà dell’estensione dell’Italia).

Decine di milioni di ettari di foresta tropicale sono destinati alla produzione agricola. Il boom brasiliano della soia (destinata sia ai capi di bestiame europei e nordamericani che all’uomo) nel Mato Grosso e nel Parà è la causa principale della recente impennata nella deforestazione, aumentata di oltre il 2% nel biennio ‘02-‘03 rispetto ai due anni precedenti (le coltivazioni di soia raggiungono, nel solo Brasile, 60 milioni di ettari) (Francone, Carne e fame).

Per non parlare poi delle coltivazioni di rendita: caffè, the, chinino, ananas, banane, agave, cacao e gomma, che determinano la perdita di enormi aree di foresta. Lo sfruttamento delle terre per le coltivazioni di rendita, tra l’altro, aumenta i prezzi delle derrate agricole, il cui acquisto diviene impossibile per i cittadini meno facoltosi – circa il 90% della popolazione.

Se questo tipo di agricoltura è volto direttamente a fini commerciali, l’agricoltura di sussistenza ha semplicemente il fine di mantenere il nucleo familiare. Eppure, anche questa pratica è diventata insostenibile. Fin dai tempi più antichi, la tecnica agricola più diffusa nelle regioni tropicali del Sud America è il cosiddetto slash-and-burn, taglio-e-incendio: i gruppi nomadi locali penetrano nel cuore della foresta, bruciano un’area di piccola estensione e vi si stabiliscono per due o tre anni. In questo periodo, il terreno viene sfruttato per le coltivazioni finché i raccolti non diventano troppo scarsi, quindi viene sottoposto al pascolo.

A causa della povertà del suolo tipica delle foreste tropicali, il raccolto ottenuto basta appena per sfamare il nucleo familiare, tagliando ogni possibilità di sfruttamento economico. Esaurite le risorse del terreno, gli agricoltori itineranti cercano un nuovo sito da incendiare e sfruttare, in un circolo vizioso senza fine.

L’esplosione demografica, le guerre civili e la spartizione ineguale delle terre (in Brasile, il 5% dei capofamiglia ha il possesso del 70% delle terre – Massa, 1990) hanno incrementato drasticamente questo fenomeno, rendendolo insostenibile.

Mentre un tempo le aree disboscate avevano il tempo di ricostituirsi (in 20-25 anni), ora i cicli di sfruttamento sono diventati troppo ravvicinati. In questo contesto i proprietari terrieri, forti della loro influenza politica, spingono i governi locali ad incentivare la colonizzazione di nuove terre, piuttosto che una ripartizione più equa di quelle già disboscate. Nel 1960 il governo brasiliano destinò ai piccoli coltivatori la parte settentrionale della foresta amazzonica: in dieci anni andarono persi 115.000 km2 di foresta tropicale (e con essa svariate specie animali endemiche).

Parallelamente all’aumento demografico è cresciuta la richiesta di legname, sia come legna da ardere destinata ai paesi in via di sviluppo, sia come legname industriale per i paesi sviluppati (Massa, 1990). In una foresta tropicale, solo il 5% degli alberi può fornire il legname adatto all’industria, per cui il suo commercio sarebbe del tutto sostenibile. Purtroppo gli alberi vengono spesso abbattuti senza criterio, danneggiando anche quelli privi di valore commerciale.

Formare i taglialegna al riconoscimento e cura degli alberi da conservare è troppo costoso, per cui si procede ad un abbattimento di massa.

D’altra parte, la legna da ardere destinata alle popolazioni in via di sviluppo che ne fanno uso (circa due miliardi di persone) viene raccolta ad un ritmo superiore alla sua ricrescita. Come alternativa, molte popolazioni usano lo sterco di bovino essiccato, privando i campi coltivati di un ottimo concime.

In ultima analisi, le cause della deforestazione possono essere tutte ricondotte sia all’eccessivo aumento demografico dell’uomo, sia alla concentrazione delle terre nelle mani di pochi proprietari terrieri. La deforestazione porta dunque forti vantaggi per pochi, mentre costituisce un’autentica tragedia per milioni di persone sia dal punto di vista economico che sociale.

Consideriamo la situazione dei popoli indigeni delle aree prese d’assalto. In Brasile, gli Amerindi sono passati da 5 milioni di individui prima della conquista dell’America latina da parte degli europei, agli attuali 200.000. Lo sterminio è continuato dai tempi della colonizzazione fino al 1970, anche ad opera dell’SPI, il Servizio governativo di Protezione degli Indios, manovrato dai proprietari terrieri.

Per fare largo alle coltivazioni intere tribù sono state annientate spacciando un’iniezione di vaiolo con un vaccino (Chierici, Odinetz-Hervé, 1989).

Nella descrizione delle cause della deforestazione sono naturalmente emerse alcune delle principali conseguenze economiche e sociali – sfruttamento delle popolazioni locali, allontanamento dalle loro terre d’origine, impoverimento estremo del suolo.

A livello ecologico, il maggior impatto è rappresentato dalla perdita della biodiversità: visto che le foreste tropicali ospitano circa il 50% di tutte le specie animali esistenti sul pianeta, si calcola che il numero di specie perse ogni anno per la deforestazione di questi ecosistemi si aggiri attorno alle 20-30.000 specie (Wilson, 1989).

La perdita di biodiversità non si limita solo alle specie che abitano il sito deforestato, ma anche a quelle che occupano siti adiacenti. È come se in un quartiere residenziale, abitato da persone che richiedono uno standard abbastanza elevato, venissero abbattuti alcuni palazzi e negozi, lasciando i calcinacci in bella mostra.

Non gli inquilini dei palazzi distrutti sono costretti ad andarsene, ma anche quelli che abitano i palazzi adiacenti, non essendo più soddisfatti dello standard del quartiere, abbandonano la zona.

In ecologia, questo viene definito effetto isola: se gli alberi rimasti coprono un’area troppo ristretta, creano un’isola solo apparentemente abitabile, ma che in realtà non riesce più a soddisfare le esigenze degli individui.

Tra i danni che comporta la deforestazione, occorre ricordare l’erosione del suolo: gli alberi, con le loro radici profonde e resistenti, fungono da “collante” per il terreno. Di conseguenza, tagliare gli alberi sul versante di una montagna o di una collina significa eliminare un naturale freno alle valanghe (come purtroppo abbiamo potuto constatare dai numerosi casi di valanghe di fango che hanno investito alcuni centri in Italia).

Se il taglio avviene in una regione pianeggiante, aumenta l’erosione da parte del vento, che si traduce nell’impoverimento del suolo. Il danno può estendersi ad ecosistemi più lontani, perché i detriti in aumento a causa dell’erosione intorpidiscono i corsi d’acqua o soffocano le barriere coralline.

La deforestazione tuttavia non interessa solo l’area direttamente colpita dal fenomeno, in cui determina diminuzione della biodiversità, erosione e totale depauperamento del terreno, sradicamento e sfruttamento delle popolazioni native, ma ha un’importante effetto su scala globale: il cambiamento climatico.

Le piante assorbono anidride carbonica e liberano ossigeno sotto forma di vapore. Questo, sotto forma di nuvole, viene spinto dalle differenze di pressione sulle terre aride, dove torna alla terra come pioggia. Continuando con l’esempio della foresta tropicale, polmone del pianeta, il taglio degli alberi impedisce la formazione delle nuvole di vapore, quindi che cada la pioggia nelle zone aride, contribuendo, così, al processo di desertificazione su scala planetaria.

Sebbene la situazione possa sembrare irreversibile, le nuove generazioni si stanno dimostrando molto sensibili ai problemi della conservazione e portano la speranza nel cuore della foresta. Sempre più riserve naturali vengono istituite in ogni parte del mondo, in modo che le aree ora scoperte siano protette da vincoli legislativi ferrei.

Sopra la foresta amazzonica, fra l’altro, sono sempre puntati i satelliti dell’Inpe – Istituto nazionale di ricerche spaziali – e, a seguito dell’apertura di nuove piste illegali all’interno della foresta, l’Ibama brasiliano (l’Ente governativo di controllo ambientale) ha ottenuto dall’esercito degli elicotteri per pattugliare costantemente la foresta.

D’altronde, secondo l’ipotesi Gaia per cui la Terra sarebbe un unico grande organismo vivente, continuando su questa rotta, l’uomo assume sempre più il ruolo di parassita del Pianeta. Nei miliardi di anni di evoluzione della Terra, la nostra presenza ha le dimensioni di una breve influenza.

Se non invertiremo questa tendenza, Gaia non impiegherà molto tempo a reagire e, in conclusione, gli unici ad aver perso davvero qualcosa saremo noi.

Fonte: terranauta.it

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In Norvegia gli autobus vanno con le acque reflue

Posted by darmel su 17 agosto 2009

In Norvegia, precisamente a Oslo, hanno deciso di impegnarsi molto seriamente non solo per abbattere le emissioni di C02, per migliorare i trasporti pubblici e per sganciarsi dalla dipendenza del petrolio, ma anche per assicurare uno sviluppo sostenibile in armonia con l’ambiente.

Insomma, la soluzione è stata trovata nelle acque reflue della città che andranno ad alimentare gli autobus cittadini, 350 per l’esattezza, che dalla fine del 2010 useranno biometano ricavato da due impianti per il trattamento delle acque nere. Il metano sarà prodotto dal prossimo settembre.

Le acque nere possono bastare

L’obiettivo è di far circolare nella capitale norvegese entro la fine del 2010 circa 350 bus cittadini grazie al biometano prodotto dagli impianti per il trattamento di rifiuti urbani. Un modo certamente nuovo per ridurre l’inquinamento da CO2 e realizzare l’ambizioso piano norvegese di tagliare il traguardo delle emissioni zero entro il 2050.

Da settembre, perciò i due impianti di trattamento delle acque nere di Oslo inizieranno a produrre metano. “Oslo mira ad essere una delle capitali più sostenibili al mondo sul piano ambientale – spiega il manager del progetto, Ole Jakob Johansen -. Usare biometano ha senso. Non soltanto infatti quello prodotto dalla rete fognaria andrebbe perso, ma la riduzione di emissioni calcolata per ogni bus sarà un passo nella lunga strada per le emissioni zero”.

Lavorare i microrganismi

La maggior parte del metano che fuoriusciva dagli impianti per trattare i rifiuti urbani della città finora veniva semplicemente bruciato nell’atmosfera, rilasciando circa 17mila tonnellate di CO2. Il processo che porta alla produzione del metano biologico è in quattro fasi ed è conosciuto come digestione anaerobica. In sostanza, utilizza microrganismi per metabolizzare diverse sostanze, dai rifiuti umani agli avanzi di cibo. Oslo ha adottato da tempo una strategia per lo Sviluppo sostenibile e per la riduzione dell’effetto serra e delle emissioni inquinanti. Il documento più recente stilato dalle autorità della capitale norvegese estende la pianificazione per la salvaguardia dell’ambiente e della qualità dell’aria fino al 2014. “Oslo dovrà assumere un ruolo centrale tra le capitali del mondo per lo sviluppo sostenibile. Lo sviluppo economico, sociale e culturale deve essere adattato alla capacità dell’ambiente naturale di sostenerlo. Dovremo consegnare la città alle generazioni future in condizioni ambientali migliori di quelle che abbiamo ereditato”, si legge nel documento.

Linee pubbliche ecologiche

Le linee guida per la tutela dell’ambiente urbano integrano diversi aspetti della vita cittadina, a cominciare dal sistema di trasporto pubblico, ben sviluppato se paragonato ad altre città della stessa dimensione. Il traffico è la causa principale delle emissioni inquinanti a Oslo e il governo municipale è da tempo impegnato per incrementare il trasporto pubblico e ridurre il numero di automobili sulle strade della città. Tra le misure messe in campo, ci sono ad esempio i pedaggi stradali per l’ingresso nell’area urbana e la pulizia delle strade e delle autostrade nella regione di Oslo con il cloruro di magnesio, che riduce l’impatto dell’inquinamento. Grazie ad accordi con la vicina città di Akershus, Oslo ha creato un sistema per il pagamento di pedaggi per chi circola sulla rete stradale attorno alla città. Le risorse ricavate finanziano in parte i progetti per un disegno del traffico urbano che rispetti l’ambiente.

Il Piano della mobilità

Il Piano della mobilità punta inoltre su mezzi di trasporto “amici” dell’ambiente. La municipalità incoraggia l’uso di automobili a emissioni basse o zero e di bio carburanti estratti dall’olio vegetale o di pesce. Il Governo norvegese ha addirittura introdotto vantaggi fiscali a favore di chi utilizza carburanti biologici e si rifornisce in distributori appositi. A Oslo si investe anche sulle tecnologie per l’alimentazione di macchine a idrogeno e sono nati addirittura corsi per una guida ecologica, ovvero per insegnare a guidare in modo da minimizzare lo spreco di energia e le emissioni nocive. La capitale norvegese ama molto le due ruote. Le piste ciclabili hanno ormai raggiunto la lunghezza di 95 chilometri e si lavora continuamente per estenderle.

La Carta della Terra

Oslo ha siglato l’Earth Charter contenente “Valori e principi per un futuro sostenibile”. “Stiamo vivendo un momento critico per la Terra, un periodo in cui l’umanità deve fare i conti con il suo futuro – si legge nel documento -. Nell’era della globalizzazione, il futuro prospetta contemporaneamente grandi rischi e grandi promesse. Dobbiamo prendere coscienza che, sebbene viviamo immersi in culture diverse, siamo comunque un’unica famiglia con un destino comune”. “Dobbiamo perciò restare uniti e lavorare assieme per approdare ad una società sostenibile – prosegue la Carta – fondata sul rispetto per la natura, i diritti umani universali, la giustizia economica e la cultura della pace. Per raggiungere questo obiettivo, è indispensabile che gli uomini si comportino in modo responsabile. La Terra è la nostra casa e il bene dell’umanità dipende dalla nostra capacità di tutelare la biosfera e l’ecosistema”.

Paola Gregorio

Fonte: giornaledibrescia.it

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Energia e class action: il finto nuovo

Posted by darmel su 17 agosto 2009

Parte domani quella che il ministro allo Sviluppo Economico, Claudio Scajola, ha definito una “piccola rivoluzione nella politica energetica, industriale e dei consumatori”, la cosiddetta legge sviluppo.

Vediamo due particolari su energia e class action. Energia La nuova strategia energetica nazionale: un mix elettrico con il 50% di fonti fossili (contro l’attuale 83%), il 25% di rinnovabili dall’attuale 18%, il 25% di nucleare. Le prime due percentuali le aspettiamo al varco tra qualche anno.

Il nucleare sarebbe scelto anche per diminuire la nostra dipendenza energetica dall’estero, ma la tecnologia nucleare e’ di importazione, cioe’ estera (Francia), il combustibile (uranio) e’ estero (il 58% delle riserve sono in Canada, Australia e Kazakhstan), e la Francia con il suo 78% di produzione elettrica nucleare importa piu’ petrolio dell’Italia. Inoltre: * dove si metteranno queste centrali? Forse qualche Sindaco compiacente per servilismo di parte verra’ trovato, ma le popolazioni resteranno inermi o accadra’ peggio di quanto accaduto per gli inceneritori di rifiuti? * dove andranno a finire le scorie radioattive (1) che’ nessuno al mondo sa dove metterle? Infine la produzione elettrica rappresenta il 18% del nostro fabbisogno energetico complessivo, l’82% del fabbisogno energetico va essenzialmente ai trasporti. Il che significa che per 4/5 di fabbisogno energetico dovremo ancora far riferimento al petrolio e derivati, il 25% del 18% fa 4,5%, che e’ la quota riservata alla produzione di energia elettrica dal nucleare sul fabbisogno energetico complessivo.
Una percentuale cosi’ bassa non sarebbe meglio ottenerla con l’ottimizzazione della produzione e potenziando le energie rinnovabili? Class action L’azione giudiziaria collettiva dovrebbe entrare in vigore il prossimo 1 gennaio e ancora non si sa come sara’ articolata.

E sara’ possibile per illeciti commessi a partire dal 15 agosto, data posticipata rispetto al 1 luglio (che gia’ era un’ulteriore posticipazione) per evitare azioni contro Alitalia e i suoi disastri a fine luglio. Siamo sicuri che non ci sara’ una nuova posticipazione visto che Alitalia e’ sempre li’ come prima e le tante Alitalia popolano il nostro assetto economico disastrato?

Fonte: newsfood.com

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Ricerca choc del CNR sui livelli di contaminazione a Gela

Posted by darmel su 12 agosto 2009

Una ricerca choc sui livelli di contaminazione da arsenico e da altri metalli pesanti a Gela, realizzata dal Cnr, e anticipata dall’Espresso, conferma quanto già si sospettava da tempo. Decenni di petrolchimico nella zona, non hanno solo reso il mare color del vino, cui alludeva il titolo di un celebre racconto di Leonardo Sciascia, ma hanno avvelenato l’ambiente e ogni cosa in esso, mettendo seriamente a rischio la sopravvivenza degli abitanti della zona.

I risultati delle analisi effettuate per mesi dal Cnr sono impressionanti: “il sangue del 20 per cento del campione, composto in tutto da 262 persone, è pieno di veleno”, scrive l’Espresso. “Oltre all’arsenico ci sono tracce di rame, piombo, cadmio e mercurio. Non si tratta di operai esposti sul lavoro, ma di casalinghe, impiegati, giovani sotto i 44 anni. Residenti a Gela, Niscemi e Butera. Nelle loro urine sono stati trovati livelli di arsenico superiori del 1.600 per cento al tasso-limite. Facendo una proporzione sul totale dei residenti, a rischio avvelenamento potrebbero trovarsi più di 20 mila persone”.

Alla luce delle analisi non stupiscono dunque i nuovi dati sulla mortalità e le malattie, statistiche che arrivano fino al 2007: “Nell’area in studio – si legge nel rapporto pubblicato su Epidemiologia&Prevenzione – si osserva una mortalità generale per tutti i tumori significativamente più elevata, sia negli uomini sia nelle donne. Il boom riguarda il cancro alla pleura, ai bronchi e ai polmoni, con eccessi di patologie per lo stomaco, la laringe, il colon e il retto”.

Fabrizio Bianchi, epidemiologo del Cnr che ha coordinato la ricerca, non nasconde la sua preoccupazione: “L’impatto ambientale è indubitabile. In mare, nelle acque, sulla terra ci sono concentrazione di metalli superiori fino a un milione di volte i livelli accettabili. L’arsenico non era già presente in forme naturali, come dice qualcuno, ma è stato immesso dall’uomo”. Secondo il ricercatore, inoltre, “l’arsenico è un composto che non rimane a lungo nel corpo. Le grandi quantità che abbiamo trovato dimostrano che l’esposizione è tutt’ora in corso”.

La ricerca fa ancora più riflettere alla luce della bocciatura dell’eolico l’anno scorso da parte delle amministrazioni della zona, Gela in testa. Un no netto e senza appello al progetto di centrale eolica in mare di Enel e Moncada. Che suscita inquietanti interrogativi. “Perché si sbatte la porta a una fonte di energia pulita? Da un lato, infatti, si blocca l’eolico che produce energia a emissioni zero – commenta Roberto Rizzo, giornalista scientifico di Wind Energy – dall’altro si favorisce un sistema industriale inquinante che ha pesanti conseguenze sull’ambiente e sulla salute dei cittadini. Ci si chiede quale posto abbia la sicurezza degli abitanti e il rispetto dell’ambiente nei criteri di pianificazione del territorio”.

Fonte: zeroemission.tv

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Energia Solare Termica a prezzo competitivo da Stirling Energy Systems

Posted by darmel su 10 agosto 2009

La Stirling Energy Systems (Scottsdale, Arizona) e la Tessera Solar (Houston, Texas) hanno da poco terminato la collaborazione allo sviluppo di un nuovo collettore solare, chiamato SunCatchers. Le società affermano di aver realizzato un nuovo sistema solare termico più semplice rispetto alle altre versioni della stessa tecnologia in grado di produrre energia in modo più efficiente e conveniente.

La Stirling Energy Systems prevede a breve di iniziare la costruzione di grandi impianti per la produzione di energia grazie alla nuova tecnologia rendendoli operativi già entro il prossimo anno: 4 nuovi prototipi saranno pronti per approdare sul mercato non più tardi dell’inizio del 2010, con sistemi aggiornati per fornire maggiore produttività e costi ridotti (modelli da 100 kW a 100 MW).

La Stirling Energy Systems è riuscita a diminuire così la complessità e il costo della tecnologia per la conversione della luce solare in energia termica ed energia elettrica grazie ai motori Stirling, permettendo la produzione di elevati volumi di energia in modo conveniente. Il nuovo sistema è denominato SunCatcher ed è costituito da un grande specchio piatto di 12m di diametro che concentra la luce solare su un motore Stirling. La differenza di temperatura all’interno di una camera del motore tra il caldo e il freddo spinge i pistoni che producono energia elettrica. Ogni unità di SunCatcher con il suo motore Stirling è in grado di produrre 25 kW di energia elettrica e la Stirling Energy Systems ha in progetto l’utilizzo di circa 12.000 unità nel suo primo impianto nel sud della California per una capacità di 300 MW. La Stirling Energy Systems si aspetta che l’energia elettrica prodotta abbia un costo di circa 12 – 15 centesimi di dollaro per kWh, in modo da essere altamente competitiva con i prezzi dell’energia elettrica venduta dalla rete di utilità nelle ore di punta.

La società sta attualmente costruendo un impianto pilota da 1,5 MW, utilizzando 60 unità per un impianto dimostrativo. La nuova tecnologia SunCatcher ha il vantaggio di usare meno acqua degli abituali impianti solari termici che raccolgono il calore su una vasta area guidandolo nelle turbine in un impianto centralizzato. Le turbine attualmente utilizzate fanno spreco di considerevoli quantità d’acqua per il raffreddamento, Il nuovo SunCatcher invece non richiedendo acqua, rende la tecnologia ideale per climi desertici in cui l’energia solare termica è molto adatta ad essere utilizzata.

Un altro vantaggio del SunCatcher riguarda la facilità di aumentare la quantità di energia generata grazie alla sola aggiunta di più unità a terra, invece di dover ridimensionare la torre centrale. L’aspetto negativo della nuova tecnologia Stirling Energy Systems riguarda l’immagazzinamento dell’energia prodotta, così ora il sistema è in grado di produrre energia ed l’elettricità solo durante il giorno a differenza degli altri impianti ad energia solare termica che può continuare a fornire energia durante la notte, grazie magari a sistemi di backup a sali.

Rispetto ai diversi prototipi di specchi solari e motori Stirling che sono stati testati per diversi anni al Sandia National Laboratory, il nuovo design di SunCatcher taglia di circa due tonnellate il peso di ciascun piatto e riduce il numero di specchi da 80 a 40 per la stessa quantità di energia prodotta. Addirittura i nuovi specchi e motori Stirling grazie al loro design semplificato possono essere costruiti in grandi quantità utilizzando l’attrezzatura esistente nelle fabbriche di automobili.

Già diverse tecnologie solari termiche sono state sviluppate a partire dal 1970, ma le tecnologie non permettevano di essere competitive con il prezzo dell’energia elettrica prodotta da fonti fossili. I recenti incentivi per le energie rinnovabili hanno così portato nuova spinta alla commercializzare della tecnologia e soprattutto al suo miglioramento. “Solo nel sud degli USA ci sono più di 6 GW di energia solare concentrata prodotta grazie ai motori Stirling”, spiega Tommaso Mancini, program manager del Sandia National Laboratory di Albuquerque. “L’equivalente di circa 6 centrali nucleari”.

Fonte: genitronsviluppo.com

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La dittatura del nucleare

Posted by darmel su 10 agosto 2009

E’ di pochi giorni fa la notizia che il progetto riguardante la costruzione di nuove centrali nucleari “di nuova generazione” è stato definitivamente approvato e questo ci dovrebbe riempire il cuore di gioia perché finalmente avremo risolto tutti i problemi della crisi energetica. Le motivazioni che fanno del nucleare una scelta devastante sotto tutti i punti di vista le conoscono ormai anche i bambini ma, dal momento che, repetita juvant, le riporteremo per quelli che erano in altre faccende affaccendati quando le abbiamo descritte.

Nucleare “di nuova generazione”, è soltanto l’ennesima manciata di sabbia gettata negli occhi degli ingenui e dei pigri che non hanno voglia di andare a documentarsi e pensare con la propria testa. E’ una definizione simile a quelle del tipo: benzina verde, carbone pulito, termovalorizzatore, eco-gpl, etc. In pratica, cambiando le parole che definiscono una cosa, gli esperti della comunicazione, ci vogliono far credere che la cosa sia diversa.

E’ come pensare che una macchina diventi ecologica dipingendola di verde. Il principio, in sé, è di un’idiozia disarmante tuttavia funziona.

I motivi principali sono quelli che elencherò. A questi se ne possono aggiungere altri che fanno parte del bagaglio culturale di chimici, fisici, medici, economisti e che scrivono anche su La Scienza Verde.
L’uranio che serve per produrre energia in queste centrali, è un elemento che in natura sta già scarseggiando da tempo e questo significa, come minimo, che il suo costo, non potrà che aumentare.
Il problema delle scorie non è MAI stato risolto. I siti designati allo stoccaggio dei contenitori delle scorie nucleari sono strapieni; i contenitori dopo anni cominciano inevitabilmente a deteriorarsi con la conseguente fuori uscita di materiale radioattivo, che poi, altrettanto inevitabilmente, finisce nelle falde acquifere, nella terra e nell’aria e quindi sulle nostre tavole, nei nostri polmoni e nel nostro sangue. Iter regolare. Il successo francese del nucleare? In Francia ormai non passa un mese senza che si verifichi un incidente in qualche centrale; certo, loro hanno bell’è risolto il problema delle scorie: le mandano in Africa e chissenefrega. Forse i grandi Bob Geldof, Bono Vox, e compagni che tanto si attivano per l’Africa, dovrebbero cominciare a bacchettare anche Sarkozy perché questa schifezza è senza dubbio peggiore di quella, pur enorme, dei mancati aiuti all’Africa da parte dell’Italia.

A chi pensasse che prima o poi queste scorie esauriranno la loro potenzialità radioattiva, ricordiamo che l’urano impiega circa 4,5 miliardi (!!!) di anni SOLO per dimezzare la sua radioattività. Le centrali nucleari “sicure” esisteranno quando l’uomo sarà un essere perfetto; il che potrebbe corrispondere allo stesso tempo di dimezzamento della radioattività dell’uranio.

Acqua. Le centrali nucleari hanno bisogno di una quantità enorme di acqua per raffreddare certi loro meccanismi e sprecare questo bene indispensabile per la vita dell’uomo è un crimine fra i peggiori.
L’economia. Le centrali nucleari costano miliardi di euro e ne richiedono altrettanti per il loro mantenimento. Come sopra citato, l’uranio costerà sempre di più, inoltre nessuno parla mai dello smantellamento delle vecchie centrali; dinosauri che vanno eliminati con costi altissimi.
Democrazia. L’Italia ha già espresso il suo chiaro NO al nucleare attraverso un regolare e democratico referendum. Che succede ora? L’esito dei referendum, per caso, scade?

E i siti saranno considerati “di interesse strategico militare” e quindi verranno mandati i soldati a puntare i fucili su coloro che volessero manifestare, come fatto alla cava di Chiaiano a Napoli.
Cos’è questa, se non dittatura?

In alternativa abbiamo il re dell’energia che è il sole, ed è gratis e inesauribile; il vento, idem, l’acqua (fiumi, mari, oceani), la geotermia (calore che proviene dalla terra).

E bravi Berlusconi e Sarkozy e un ringraziamento particolare all’on. Casini che, nonostante l’intervento chiarificatore che ha fatto appositamente per lui il Nobel Carlo Rubbia sulla pericolosità del nucleare, ha votato a favore. Ma questa gente, i bambini di Chernobyl, li hanno mai visti?

Fonte: scienzaverde.it

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