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Ecologia, Salute ed Economia

Archive for novembre 2009

“New Global Traction”, nuovo sistema di trazione made in Italy, si riducono del 70% i consumi delle auto

Posted by darmel su 9 novembre 2009

La “New Global Traction” è un sistema che consente di ridurre fino al 70% i consumi di benzina delle automobili e di conseguenza anche l’inquinamento. Almeno, così dicono i suoi inventori.

Basta spostare dal centro della ruota verso lo pneumatico il punto in cui viene scaricata la forza motrice del veicolo: si sfrutta così una leva più favorevole.

La “New global traction” è stata brevettata da quattro imprenditori del Varesotto, fondatori della società Legimac, e avrebbe già richiamato l’attenzione di alcune industrie.

Secondo gli sviluppatori del progetto, lo spostamento del punto in cui viene scaricata la forza motrice consente di utilizzare molta meno energia per lo spostamento, in quanto VIENE sfruttata una leva più favorevole. Meno energia, dunque anche meno benzina e meno emissioni.

Il sistema, dicono sempre gli inventori, può essere montato sulle auto attualmente in produzione senza modificare la catena di montaggio ed è adattabile a qualunque tipo di motore, visto che agisce solo nella fase della trasmissione.

Dal momento che consente di ottenere prestazioni analoghe a quelle delle auto convenzionali utilizzando meno energia, inoltre, permetterebbe di ridurre la cilindrata del motore e quindi il peso delle autovetture, limitando così ulteriormente i consumi.

Al momento l’idea si è materializzata in un prototipo che, a detta degli sviluppatori del progetto, si accontenta di un litro di benzina per percorrere 50 chilometri.

Su Motorbox “New Global Traction”, cambiando il sistema di trazione si riducono del 70% i consumi delle auto

Fonte: blogeko.libero.it

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Il Parlamento discute la privatizzazione dell’acqua. Regioni e Comuni si ribellano

Posted by darmel su 9 novembre 2009

Forse forse per la privatizzazione dell’acqua si sta ripetendo quel che è capitato per il nucleare: Comuni e Regioni, a cominciare dalla Puglia, puntano i piedi e si ribellano alle decisioni del Governo.

In questi giorni il Senato discute la conversione in legge del decreto che assegna a privati i “servizi locali di rilevanza economica”: gas, spazzatura, acqua eccetera, finora gestiti da società per azioni a maggioranza di capitale pubblico. Prevede inoltre che le gestioni pubbliche debbano cessare entro il 2011.

Spesso privatizzazione significa aumento dei prezzi. Nel caso dell’acqua, significa anche perdere il controllo pubblico su un bene assolutamente fondamentale.

Il Governo dice che la privatizzazione dell’acqua è un adeguamento alla disciplina comunitaria. Ma due risoluzioni del Parlamento europeo affermano che l’acqua è un bene comune dell’umanità, e gli organismi dell’Unione Europea hanno ripetutamente evidenziato che alcune categorie di servizi non sono sottoposte al principio comunitario della concorrenza.

Comunque, ed è questa la novità, gli enti locali si ribellano. Per trovare le notizie bisogna razzolare a lungo fra siti web e news l’elenco non può che essere incompleto.

La Puglia ha stabilito che l’acqua non ha rilevanza economica. Ha inoltre deciso di impugnare di fronte alla Corte Costituzionale la privatizzazione decisa dal Governo, in quanto sarebbe lesiva delle prerogative degli enti locali.

In Calabria è iniziata la campagna per inserire negli Statuti comunali il riconoscimento che l’acqua è “un bene comune e un diritto umano universale” e che il servizio idrico è privo di rilevanza economica e da gestire in forma pubblica.

Una dozzina di Comuni sparsi lungo l’italico stivale, peraltro, hanno già inserito nei loro Statuti questi principi, mentre una bozza di legge regionale per la gestione pubblica dell’acqua è stata messa a punto in Sicilia.

Il Forum italiano dei movimenti per l’acqua ha messo on line una petizione e invita a spedire mail ai parlamentari perchè non approvino la privatizzazione. C’è ancora qualche giorno di tempo: la conversione in legge è all’ordine del giorno della Camera a partire dal 16 novembre; il voto è previsto entro il 26.

Dal sito del Senato la conversione in legge del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 135 che contiene la privatizzazione dell’acqua

Su La Stampa Regioni e Comuni si ribellano alla privatizzazione dell’acqua

La legge della Regione Puglia sull’acqua

La bozza della legge regionale siciliana sull’acqua

La campagna in Calabria per l’acqua pubblica

La petizione contro la privatizzazione dell’acqua

Fonte: blogeko.libero.it

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Il problema dei rifiuti radioattivi di Los Alamos

Posted by darmel su 5 novembre 2009

Più di 60 anni dopo le bombe nucleari sganciate su Hiroshima e Nagasaki, i rifiuti letali che sprizzano dai siti interrati in montagna cominciano a muoversi verso falde acquifere, sorgenti e ruscelli che forniscono l’acqua a 250.000 abitanti, non in Giappone, ma nel nord del New Mexico.

Isolato su un altopiano, il Los Alamos National Laboratory sembrava un posto ideale per archiviare i detriti letali una fabbrica di bombe. Ma le montagne fortemente fratturata non hanno contenuto i rifiuti, alcuni dei quali sono scesi per centinaia di metri fino al bordo del Rio Grande, una delle più importanti fonti d’acqua nel sud-ovest.

Finora, il livello di contaminazione nel Rio Grande non sono stati sufficienti a sollevare le preoccupazioni per la salute della popolazione. Ma il controllo del deflusso nel canyon che ha alimentano il fiume ha trovato concentrazioni pericolose di composti organici come il perclorato, un ingrediente del razzo propulsore, e vari sottoprodotti radioattivi della fissione nucleare.

I funzionari del laboratorio insistono sul fatto che i rifiuti non mettono a repentaglio la salute delle persone, perché anche quando l’acqua piovana arrivà giù nel canyon, suscitando sedimenti altamente contaminati, è presto diluita o intrappolata nel fondo, dove può essere scavata e portata via. Ma questa spiegazione non convince molte persone.

La contaminazione superficiale infatti influisce nei sedimenti o si sposta verso il basso nelle acque sotterranee. Questa migrazione sotterranea pone il maggior pericolo a lungo termine nei pozzi d’acqua potabile e, infine, anche nel Rio Grande.

Aggiungendo incertezza all’incertezza, un rapporto pubblicato la scorsa estate dal Centers for Disease Control and Prevention ha specificato che il laboratorio può avere sostanzialmente sottovalutato la portata del plutonio e del trizio immessi nell’ambiente sin dal 1940.

Più recentemente, il Dipartimento dell’Ambiente ha segnalato di aver rilevato del DEHP, un composto organico utilizzato nelle materie plastiche ed esplosivi, 12 volte oltre il livello di sicurezza di esposizione in una falda acquifera che fornisce acqua potabile a Los Alamos e della vicina comunità di White Rock. L’US Environmental Protection Agency classifica il DEHP come probabile cancerogeno umano anche in grado di danneggiare i sistemi riproduttivi.

Ma a preoccupare c’è anche l’acqua utilizzata per ripulire i condotti dove venivano costruite le bombe, la quale ha fatto confluire isotopi radioattivi nel Rio Grande. George Rael, vicedirettore delle operazioni ambientali presso il laboratorio, ha detto che costerebbe fino a 13 miliardi di dollari rimuovere tutte le contaminazioni accessibili. Anche se non ci fossero abbastanza soldi a disposizione, riesumando i rifiuti potrebbero mettere le persone più a rischio che lasciandoli lì, almeno nel breve periodo. Spiega David McInroy, direttore del programma del laboratorio azioni correttive, con una semplicità disarmante:

Alcuni dei rifiuti offrono una bella sfida. Scavando, potremmo esporre i lavoratori e gli altri ad una nube tossica di detriti. Se lasciati sul posto, si potrebbe rivelare anni più tardi nelle acque sotterranee.

Molti abitanti di Los Alamos si sono assuefatti ai pericoli nel loro ambiente, e così è facile vederli passeggiare e fare pic-nic nel canyon costellato di rifiuti tossici. Ma perché diciamo tutto questo? Perché questo è esattamente lo scenario che potrebbe presentarsi in Italia tra 20 o 30 anni se le centrali nucleari fossero costruite sul nostro territorio nazionale. Un territorio che ha già tanti problemi, e che con altri di questa portata rischia di far collassare definitivamente l’intera nazione.

Fonte: ecologiae.com

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Francia, penuria di energia: spenti per manutenzione 18 reattori nucleari

Posted by darmel su 5 novembre 2009

Da lunedì in Francia sono scattate le procedure per spegnere 18 reattori nucelari su 58. I francesi inziano a chiedersi perché mai tanti reattori assieme hanno bisogno di manutenzione alle soglie della stagione invernale? E chi sopperirà alla mancanza di energia derivata dallo stop ai 18 reattori?

Stéphane Lhomme portavoce dell’associazione Sortir du Nucléaire denuncia la fragilità del sistema nucleare francese:

La Francia è il paese che ha più reattori nucleari e sarà obbligato a mendicare energia ai suoi vicini. E’ tutto il sistema francese, a questo punto, che fa acqua.

Ma perché i reattori sono stati fermati? Elenca Le Parisien:

  • Il numero 1 di Fessenheim (Haut-Rhin) ha superato i 10 anni;
  • quattro sono fermi per incidenti:
    • il reattore numero 3 di Paluel (Seine-Maritime) a causa di una perdita di fiamma nella sala macchine
    • il reattore numero 2 di Nogent-sur-Seine (Aube) per un guasto a un alternatore
    • il reattore numero 1 di Civaux (Vienne) a causa di disfunzione di una valvola del motore elettrico
    • il reattore numero 3 di Bugey (Ain) dopo un incidente sul generatore di vapore
  • Tredici reattori devono essere ricaricati di combustibile e per operazioni di manutenzione

Ebbene, la Francia sarà destinata a importare 4000 MW di elettricità dal novembre 2009 a gennaio 2010 per soddisfare l’approvvigionamento.

E’ proprio così che vuole finire anche l’Italia? Per avere un sistema che ci darà energia solo nel 2020, dovremo sostenere costi altissimi, rischi di perdite radioattive, avremo il problema delle scorie nucleari e alla fine fra 10 anni la tecnologia che avremo sarà sostanzialmente obsoleta.

Fonte: ecoblog.it

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Jeremy Rifkin: riduciamo i consumi di carne

Posted by darmel su 3 novembre 2009

Tutti gli scritti del professor Jeremy Rifkin, economista di fama mondiale, hanno in qualche modo influenzato le opinioni di studiosi e politici. Difficile dire lo stesso per Ecocidio, il saggio uscito quasi vent’anni fa contro quella che viene definita la «cultura della bistecca».

Professor Rifkin, il suo j’accuse contro un sistema alimentare basato essenzialmente sul consumo di carne è rimasto praticamente inascoltato. Perché?
In effetti è un problema di cui nessuno vuole parlare – risponde Rifkin –. Pochi sanno che l’allevamento e la produzione di carne contribuiscono al riscaldamento globale più di tutti i mezzi di trasporto messi insieme. La produzione di carne è in assoluto la seconda causa di emissioni di gas serra sul pianeta (la prima è il riscaldamento degli edifici). Eppure nessun leader politico dei 175 paesi nel mondo ha mai speso una sola parola su questo tema, inclusi Obama e Al Gore.
Siamo nel mezzo di una crisi economica, ambientale ed energetica senza precedenti che sta mettendo a repentaglio la stessa sopravvivenza della nostra specie. In questo contesto osservo che, da un lato, l’allevamento occupa il 28% delle terre non ghiacciate del pianeta e 1,3 miliardi di capi di bestiame consumano una spropositata quantità di risorse, mentre dall’altro lato 850 milioni di persone soffrono per scarsa nutrizione. L’assurdo è che delle grandi quantità di cereali prodotte nel mondo, solo un terzo viene destinato all’alimentazione umana. Il resto viene destinato a foraggio per il bestiame allevato nei paesi ricchi, dove per contro si muore per malattie come cancro, colesterolo, infarto, diabete. Vale a dire malattie spesso causate da un eccessivo consumo di carne.
Credo sia arrivato il tempo di discutere a livello globale sul l’impatto che questo tipo di agricoltura sta avendo sulla nostra economia, sull’ambiente e sui milioni di persone che ogni giorno muoiono di fame.

Qualcosa le fa credere che sia in atto una maggiore presa di posizione nella giusta direzione, o l’atteggiamento è rimasto quello di allora?
Potrei citare Rajendra Pachauri, premio Nobel per la pace nel 2007 insieme ad Al Gore, il quale ha dichiarato pubblicamente che la migliore soluzione per contrastare il cambiamento climatico è la riduzione del consumo di carne. Ma nessuno sembra abbia colto il valore di quella dichiarazione. Paul McCartney ne ha parlato, sua moglie Linda, deceduta di tumore, ha scritto la prefazione del mio libro per l’edizione inglese, io ne ho parlato, il ministro tedesco dell’Ambiente ne sta parlando.
Negli Usa, invece, non è successo nulla. Si va avanti con l’industrializzazione degli allevamenti, con le bestie tenute in spazi ristretti che favoriscono la diffusione di virus che mutano a contatto tra un esemplare e l’altro. L’ultimo caso è l’influenza suina, prima c’era stata l’aviaria. Dobbiamo svegliarci! Se questa maniera di fare agricoltura è nociva per gli animali, lo è anche per la popolazione, per l’ambiente e per il pianeta.

Cambiare la cultura di una popolazione è difficile. Quale potrebbe essere lo strumento da utilizzare per indirizzare le persone verso regimi nutrizionali caratterizzati da un minore consumo di carne?
Assistiamo quotidianamente a discussioni globali su come ridurre il consumo energetico domestico, su come utilizzare più efficientemente l’energia, sul riciclo dei rifiuti e su come rendere più efficiente il consumo di carburante, ma non c’è ancora alcun dibattito su come ridurre il consumo di carne. Si parla di come tassare le emissioni di anidride carbonica, come già avviene per il petrolio, ma non si parla di tassare la carne. Perché? Ricordiamoci che l’uomo è onnivoro e che i nostri antenati erano cacciatori occasionali. Siamo stati disegnati biologicamente per ingerire un grande quantitativo di frutta e verdura e poca carne.
Il regime alimentare che dovrebbe essere adottato in tutto il mondo è la dieta mediterranea. Questo permetterebbe di ridurre l’utilizzo di carne e liberare terre agricole: si potrebbe quindi coltivare più cibo per l’umanità, facendone di conseguenza diminuire il prezzo. La salute della popolazione migliorerebbe, poiché nei paesi ricchi si ridurrebbero le malattie derivanti dal l’alto consumo di grasso animale, mentre in quelli più poveri aumenterebbe la quantità di cibo a disposizione, garantendo alla popolazione una vita decente.
È veramente così difficile cambiare le nostre abitudini alimentari riducendo il consumo di carne e aumentando quello di cereali, frutta e verdura?

Fonte: luxury24.ilsole24ore.com

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Turismo sostenibile: vacanze gratis facendo volontariato

Posted by darmel su 2 novembre 2009

Vi presentiamo il mondo delle vacanze gratis: vacanze da volontari, che permettono di arricchire se stessi ma anche il territorio, senza intaccare il portafoglio. Una forma di turismo sostenibile, per l’ambiente e per le nostre economie!

Nel mondo sono diverse le associazioni che si occupano di volunteer holidays (vacanze da volontario) e ci permettono di trascorrere delle vacanze interessanti completamente gratis. Spesso infatti coniugano il volontariato in viaggio con attività culturali, studio delle lingue e progetti di scambio culturale, proponendo pacchetti di vario impegno e durata. Si tratta nella maggior parte dei casi di associazioni non a scopo di lucro, che reinvestono sul territorio gli eventuali proventi della loro attività.
Alcune si occupano di temi specifici, come
Blue Ventures, una no profit specializzata nella conservazione dell’ambiente marino e nello sviluppo sostenibile delle comunità costiere dei tropici.
Altre, più genericamente, promuovono l’interculturalità e la fratellanza globale attraverso campi di volontariato in molti paesi. È il caso per esempio di
United Planet, altra organizzazione no profit che propone progetti di volontariato in più di 50 paesi del mondo di durata variabile da una settimana a un anno.
Anche in questo settore Internet si rivela una risorsa preziosa: portali specializzati, come
responsibletravel.com si occupano di raccogliere tutte le offerte disponibili nel mondo e di trovare quella più adatta con ricerche su misura. Si può scegliere il periodo, la durata, il paese di destinazione e il tipo di attività volontaria che si intende fare. La ricerca metterà a disposizione tutti i viaggi offerti dai tour operator nel database con le caratteristiche richieste.

Se siete alla ricerca di una vacanza che vi arricchisca spiritualmente e che non vi prosciughi il portafoglio, avete a disposizione molte opportunità anche in Italia. Nel nostro Bel Paese esistono infatti diverse organizzazioni, cooperative, Onlus che offrono pacchetti di vacanze gratis come volontari.
Ecco alcuni esempi:
la Comunità Impegno Servizio Volontario (CISV) organizza insieme all’agenzia di turismo responsabile CTA campi di lavoro in America Latina; oppure la cooperativa Viaggi Solidali, con sede a Torino, propone “campi di conoscenza”, soggiorni stanziali in cui è previsto un aiuto diretto e volontario da parte del viaggiatore a popolazioni in condizioni di disagio sociale, in cui le escursioni turistiche sono limitate in genere al fine settimana.

Tra le associazioni italiane più attive sul fronte delle vacanze volontariato c’è sicuramente Legambiente: scopo dei campi lavoro-vacanza gratis è sostenere le piccole economie locali e gli antichi saperi che rischiano di scomparire, praticare stili di vita più sostenibili per l’uomo e per l’ambiente, conoscere culture diverse per riconoscersi nell’altro, valorizzando le differenze; riscoprire e far amare alle comunità i tantissimi tesori nascosti negli angoli più impensabili del nostro fantastico territorio. Nei campi volontariato di Legambiente si cerca di agire all’interno di contesti critici: si recuperano e valorizzano territori, ambienti, monumenti e antichi saperi che sono minacciati dall’abbandono, anche culturale.
Il
centro C.R.U.M.A. (Centro Recupero Uccelli Marini e Acquatici) di Livorno organizza campi estivi dal 14 Giugno al 13 Settembre. Aspetto fondamentale dei campi del C.R.U.M.A. è la tutela della biodiversità, con l’occasione per gli amanti della natura di rendersi utili per lo svezzamento dei piccoli caduti dal nido. Ogni anno il Centro libera più di 500 pulli caduti dal nido. Nel periodo estivo infatti il 95-98 % delle cause di ricovero sono proprio piccoli caduti dal nido.
Siete appassionati di archeologia? I
Gruppi Archeologici d’Italia, un’associazione di volontariato che si occupa di tutela, valorizzazione e salvaguardia del patrimonio storico, archeologico e più in generale culturale del nostro Paese, organizza campi in Italia durante tutto l’anno: i prossimi in partenza sono a Tolfa, Falerii, Farnese e Ischia di Castro. I partecipanti ai campi archeologici potranno riscoprire la memoria storica della nostra civiltà, vivere in prima persona la realizzazione di un scavo archeologico, la documentazione ed il restauro dei reperti e delle evidenze monumentali, l’indagine topografica di un territorio, la progettazione e l’allestimento museografico di un’area monumentale.
Have a good volunteer holidays, everyone!

Alessandro Ingegno

Fonte: yeslife.it

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