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Ecologia, Salute ed Economia

Archive for the ‘inquinamento’ Category

“New Global Traction”, nuovo sistema di trazione made in Italy, si riducono del 70% i consumi delle auto

Posted by darmel su 9 novembre 2009

La “New Global Traction” è un sistema che consente di ridurre fino al 70% i consumi di benzina delle automobili e di conseguenza anche l’inquinamento. Almeno, così dicono i suoi inventori.

Basta spostare dal centro della ruota verso lo pneumatico il punto in cui viene scaricata la forza motrice del veicolo: si sfrutta così una leva più favorevole.

La “New global traction” è stata brevettata da quattro imprenditori del Varesotto, fondatori della società Legimac, e avrebbe già richiamato l’attenzione di alcune industrie.

Secondo gli sviluppatori del progetto, lo spostamento del punto in cui viene scaricata la forza motrice consente di utilizzare molta meno energia per lo spostamento, in quanto VIENE sfruttata una leva più favorevole. Meno energia, dunque anche meno benzina e meno emissioni.

Il sistema, dicono sempre gli inventori, può essere montato sulle auto attualmente in produzione senza modificare la catena di montaggio ed è adattabile a qualunque tipo di motore, visto che agisce solo nella fase della trasmissione.

Dal momento che consente di ottenere prestazioni analoghe a quelle delle auto convenzionali utilizzando meno energia, inoltre, permetterebbe di ridurre la cilindrata del motore e quindi il peso delle autovetture, limitando così ulteriormente i consumi.

Al momento l’idea si è materializzata in un prototipo che, a detta degli sviluppatori del progetto, si accontenta di un litro di benzina per percorrere 50 chilometri.

Su Motorbox “New Global Traction”, cambiando il sistema di trazione si riducono del 70% i consumi delle auto

Fonte: blogeko.libero.it

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Il problema dei rifiuti radioattivi di Los Alamos

Posted by darmel su 5 novembre 2009

Più di 60 anni dopo le bombe nucleari sganciate su Hiroshima e Nagasaki, i rifiuti letali che sprizzano dai siti interrati in montagna cominciano a muoversi verso falde acquifere, sorgenti e ruscelli che forniscono l’acqua a 250.000 abitanti, non in Giappone, ma nel nord del New Mexico.

Isolato su un altopiano, il Los Alamos National Laboratory sembrava un posto ideale per archiviare i detriti letali una fabbrica di bombe. Ma le montagne fortemente fratturata non hanno contenuto i rifiuti, alcuni dei quali sono scesi per centinaia di metri fino al bordo del Rio Grande, una delle più importanti fonti d’acqua nel sud-ovest.

Finora, il livello di contaminazione nel Rio Grande non sono stati sufficienti a sollevare le preoccupazioni per la salute della popolazione. Ma il controllo del deflusso nel canyon che ha alimentano il fiume ha trovato concentrazioni pericolose di composti organici come il perclorato, un ingrediente del razzo propulsore, e vari sottoprodotti radioattivi della fissione nucleare.

I funzionari del laboratorio insistono sul fatto che i rifiuti non mettono a repentaglio la salute delle persone, perché anche quando l’acqua piovana arrivà giù nel canyon, suscitando sedimenti altamente contaminati, è presto diluita o intrappolata nel fondo, dove può essere scavata e portata via. Ma questa spiegazione non convince molte persone.

La contaminazione superficiale infatti influisce nei sedimenti o si sposta verso il basso nelle acque sotterranee. Questa migrazione sotterranea pone il maggior pericolo a lungo termine nei pozzi d’acqua potabile e, infine, anche nel Rio Grande.

Aggiungendo incertezza all’incertezza, un rapporto pubblicato la scorsa estate dal Centers for Disease Control and Prevention ha specificato che il laboratorio può avere sostanzialmente sottovalutato la portata del plutonio e del trizio immessi nell’ambiente sin dal 1940.

Più recentemente, il Dipartimento dell’Ambiente ha segnalato di aver rilevato del DEHP, un composto organico utilizzato nelle materie plastiche ed esplosivi, 12 volte oltre il livello di sicurezza di esposizione in una falda acquifera che fornisce acqua potabile a Los Alamos e della vicina comunità di White Rock. L’US Environmental Protection Agency classifica il DEHP come probabile cancerogeno umano anche in grado di danneggiare i sistemi riproduttivi.

Ma a preoccupare c’è anche l’acqua utilizzata per ripulire i condotti dove venivano costruite le bombe, la quale ha fatto confluire isotopi radioattivi nel Rio Grande. George Rael, vicedirettore delle operazioni ambientali presso il laboratorio, ha detto che costerebbe fino a 13 miliardi di dollari rimuovere tutte le contaminazioni accessibili. Anche se non ci fossero abbastanza soldi a disposizione, riesumando i rifiuti potrebbero mettere le persone più a rischio che lasciandoli lì, almeno nel breve periodo. Spiega David McInroy, direttore del programma del laboratorio azioni correttive, con una semplicità disarmante:

Alcuni dei rifiuti offrono una bella sfida. Scavando, potremmo esporre i lavoratori e gli altri ad una nube tossica di detriti. Se lasciati sul posto, si potrebbe rivelare anni più tardi nelle acque sotterranee.

Molti abitanti di Los Alamos si sono assuefatti ai pericoli nel loro ambiente, e così è facile vederli passeggiare e fare pic-nic nel canyon costellato di rifiuti tossici. Ma perché diciamo tutto questo? Perché questo è esattamente lo scenario che potrebbe presentarsi in Italia tra 20 o 30 anni se le centrali nucleari fossero costruite sul nostro territorio nazionale. Un territorio che ha già tanti problemi, e che con altri di questa portata rischia di far collassare definitivamente l’intera nazione.

Fonte: ecologiae.com

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Francia, penuria di energia: spenti per manutenzione 18 reattori nucleari

Posted by darmel su 5 novembre 2009

Da lunedì in Francia sono scattate le procedure per spegnere 18 reattori nucelari su 58. I francesi inziano a chiedersi perché mai tanti reattori assieme hanno bisogno di manutenzione alle soglie della stagione invernale? E chi sopperirà alla mancanza di energia derivata dallo stop ai 18 reattori?

Stéphane Lhomme portavoce dell’associazione Sortir du Nucléaire denuncia la fragilità del sistema nucleare francese:

La Francia è il paese che ha più reattori nucleari e sarà obbligato a mendicare energia ai suoi vicini. E’ tutto il sistema francese, a questo punto, che fa acqua.

Ma perché i reattori sono stati fermati? Elenca Le Parisien:

  • Il numero 1 di Fessenheim (Haut-Rhin) ha superato i 10 anni;
  • quattro sono fermi per incidenti:
    • il reattore numero 3 di Paluel (Seine-Maritime) a causa di una perdita di fiamma nella sala macchine
    • il reattore numero 2 di Nogent-sur-Seine (Aube) per un guasto a un alternatore
    • il reattore numero 1 di Civaux (Vienne) a causa di disfunzione di una valvola del motore elettrico
    • il reattore numero 3 di Bugey (Ain) dopo un incidente sul generatore di vapore
  • Tredici reattori devono essere ricaricati di combustibile e per operazioni di manutenzione

Ebbene, la Francia sarà destinata a importare 4000 MW di elettricità dal novembre 2009 a gennaio 2010 per soddisfare l’approvvigionamento.

E’ proprio così che vuole finire anche l’Italia? Per avere un sistema che ci darà energia solo nel 2020, dovremo sostenere costi altissimi, rischi di perdite radioattive, avremo il problema delle scorie nucleari e alla fine fra 10 anni la tecnologia che avremo sarà sostanzialmente obsoleta.

Fonte: ecoblog.it

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Moria delle api: il Ministro Zaia conferma lo stop ai pesticidi per il 2010

Posted by darmel su 13 settembre 2009

Il Ministro all’Agricoltura, Luca Zaia, conferma lo stop dei pesticidi, le cui molecole sono ritenute responsabili della moria delle api, che negli ultimi due anni ha dimezzato le colonie di api mellifere italiane. Il decreto è stato prorogato fino al 2010, in accordo con il Ministero della Salute, e riguarda la sospensione in via cautelativa dell’uso dei neonicotinoidi per la concia del mais.
Scrive Zaia sul suo blog:

Confermo che il decreto per la sospensione dei neonicotinoidi per la concia del mais sarà in vigore anche nella prossima annata agraria. I numeri parlano chiaro: quest’anno, dopo la sospensione, ci sono stati solo due casi di moria di api, contro i 185 dello scorso anno. Non possiamo ignorare questo dato né possiamo abbandonare i nostri 75 mila apicoltori e il milione e più di alveari che abbiamo in Italia.

Ha aggiunto Zaia:

Non vogliamo penalizzare nessuno. Si tratta semmai di una prudenziale sospensione del giudizio per riconciliare tutti i settori produttivi e trovare una soluzione definitiva e condivisa che salvaguardi le api, fondamentali per la stessa sopravvivenza della nostra agricoltura, e che allo stesso tempo venga incontro alle esigenze di un settore così importante qual è quello maidicolo.

Fonte: ecoblog.it

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Perù: indigeni e foresta lottano per sopravvivere

Posted by darmel su 10 settembre 2009

Per fortuna non ci sono solo cattive notizie nel mondo…

Dopo mesi di protesta e di blocco fluviale contro il progetto petrolifero della multinazionale Perenco, gli Indios dell’Amazzonia peruviana hanno deciso di denunciare alla Corte Costituzionale lo sfruttamento in un’ampia area di foresta, catalogata come Lotto 67, collocato al confine con l’Ecuador.

L’associazione indigena AIDESEP teme infatti che il faraonico progetto (per un investimento dichiarato di 2 miliardi di dollari) possa rivelarsi letale per le tribù indigene che ancora non hanno avuto contatti con l’uomo bianco, e che rischiano di essere sterminate da malattie e germi per cui non hanno anticorpi.

Il progetto prevede la trivellazione di oltre cento pozzi, dieci piattaforme, una centrale di pompaggio e un oleodotto verso la costa, che si trova a ben 1.000 km di distanza. Il giacimento potrebbe contenere più di 300 milioni di barili di greggo. Secondo la Perenco all’interno del Blocco 67 non vivono tribù indigene.

L’affermazione è un po’ contraddittoria, dal momento che non è effettivamente possibile sapere se nell’area esistono tribù che ancora non hano avuto contatti con la “civiltà”.

In ogni caso, l’apertura di pozzi petroliferi darà il via alla costruzione di strade, alla deforestazione, al rischio di disastri ambientali (come quello che è avvenuto nel vicino Ecuador), alla distruzione delle culture indigene che si trovano comunque nei pressi dell’area.

In ogni caso, le Nazioni Unite hanno dato ragione agli indigeni, affermando che le trivellazioni non possono avvenire senza il consenso delle popolazioni interessate.

Aggiungo, per chi non ha troppa dimestichezza con i numeri, che la consistenza del giacimento è del tutto irrisoria: 300 milioni di barili equivalgono a circa tre giorni e mezzo dell’attuale consumo mondiale.

Vale davvero la pena distruggere le foreste e i popoli indigeni per prolungare di tre giorni e mezzo l’era del petrolio?

Non sarebbe meglio lasciarlo dov’è, cioè sottoterra? Io come essere umano mi sento profondamente offeso.

Fonte: ecoalfabeta.blogosfere.it

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Cancro e agenti tossici: cosa sta succedendo?

Posted by darmel su 8 settembre 2009

La recente scomparsa di giovani e giovanissimi per cancro nel nostro territorio ha riempito le cronache nelle ultime settimane: passata l’emozione del momento e lasciando perdere gli interrogativi che i singoli casi suscitano e su cui anche la Magistratura indaga, vorrei tornare a riflettere su questo tema così scottante.

Secondo gli ultimi dati dei Registri Tumori in Italia un uomo su due ed una donna su due è destinato a vedersi diagnosticare un cancro nel corso della vita. Al di là delle benevole favole che qualcuno, da decenni, continua a raccontare (e cioè che la soluzione del problema cancro è a portata di mano, che si tratta di un effetto legato solo all’ invecchiamento, che fra 10 anni nessuna donna più morirà per cancro alla mammella), la realtà è ben altra ed è sotto gli occhi di tutti.

Di fatto l’età di insorgenza dei tumori si è abbassata straordinariamente: da una recente ricerca risulta che in Italia gli interventi per cancro alla mammella in età giovane sono cresciuti in sei anni del 28.6%, e se da un lato diminuisce l’incidenza dei tumori correlati al fumo, specie nei maschi, sta drammaticamente aumentando l’incidenza di tumori che nulla o quasi hanno a che fare col tabagismo: linfomi, leucemie, cancro a rene, pancreas, prostata, tumori cerebrali ormai sempre più correlati anche con l’uso del telefonino.

I tumori nell’infanzia poi sono in drammatico aumento: in Italia +2% annuo (doppio rispetto alla media europea) e tra i bambini sotto l’anno di età l’incremento è addirittura del 3.2% annuo. Vorrei anche ricordare che l’incremento di cancro è solo la punta dell’iceberg del danno complessivo alla salute che stiamo recando ai nostri bambini: mi riferisco all’aumento di disturbi neuropsichici, intellettivi, relazionali, del comportamento, fino all’autismo, per non parlare dell’incredibile incremento di patologie allergiche, respiratorie, endocrino – metaboliche, diabete, disturbi alla tiroide, criptorchidismo, ecc.

Cosa sta succedendo?

Non sarà che ciò che alcuni medici, spesso definiti “allarmisti”, sostengono da anni è tragicamente vero?

Vi invito a fare un semplice ragionamento: cosa mai vi può capitare se camminate in un campo minato? E’ ovvio che tante più mine sono state disseminate tanto più è probabile incapparci e saltare per aria… Così è per il cancro e le “mine” cui mi riferisco sono cancerogeni noti da decenni quali benzene, arsenico, nichel, cromo, cadmio, piombo, diossine, per non parlare di PCB, particolato e pesticidi che continuiamo a riversare intorno a noi e di cui mai nessuno parla, visto che solo la CO2 (che non è un veleno!) sembra meritare l’onore delle cronache!

Da dati ufficiali emerge, ad esempio, che in Italia, nel pieno rispetto dei limiti di legge, abbiamo immesso in un anno in aria ed acqua: benzene 715.6 ton, arsenico 8.0 ton, cadmio 3.0 ton, cromo 140.0 ton, nichel 80.6 ton. L’inventario europeo delle diossine ci dice che in un anno nel nostro paese ne sono state prodotte 558 grammi, ovvero, in media, circa 1,5 g al giorno: può sembrare poco ma rappresenta la dose massima tollerabile per oltre 10 miliardi (!) di persone… Sapendo che si tratta di molecole che hanno tempi di dimezzamento di decine/centinaia di anni e che quindi ogni nuova dose si aggiunge alla precedente, come la mettiamo? La nostra regione poi è al primo posto per uso di fitofarmaci e spargiamo in media 5.7 kg di prodotti chimici per ettaro.

Ci siamo mai chiesti dove vanno a finire tutti questi veleni?

Purtroppo ovunque e anche dove non vorremmo mai trovarli, ad esempio nel sangue del cordone ombelicale in cui sono centinaia le sostanze chimiche tossiche, cancerogene e nocive che si ritrovano stabilmente: qualcuno può pensare, in totale buona fede di assolverle?

Da tempo è arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti ed agire per ridurre l’esposizione delle popolazioni agli agenti tossici promuovendo la Prevenzione Primaria.

Non è necessario per fare questo conoscere i minimi dettagli del processo della cancerogenesi o il ruolo che ogni singolo agente riveste: la letteratura segnala ormai, su larga scala ed in individui sani, come l’espressione di geni “chiave” si modifichi a seconda dell’esposizione a tossici ambientali e di conseguenza si alterino funzioni cruciali del nostro corpo aprendo la strada all’insorgere di neoplasie e non solo.

Il fallimento dell’approccio “riduzionista”, il vecchio paradigma secondo cui si analizza un agente per volta, senza tenere conto delle innumerevoli variabili biologiche e che non permette mai o quasi di giungere a conclusioni esaustive, è ormai sotto gli occhi di tutti.

Fortunatamente nel mondo si infittisce la schiera di medici e ricercatori indipendenti che invocano un cambio di rotta nella strategia della guerra contro il cancro, ossia una drastica riduzione della esposizione ad agenti tossici e nocivi in tutti gli ambiti di vita, l’unica strada che finora ci si ostina a non imboccare con decisione. Eppure, in quei rari casi in cui questo si è fatto, i risultati non sono mancati: in Svezia, dove trenta anni fa sono stati messi al bando determinati pesticidi, seguendo le indicazioni di medici coraggiosi, oggi si registra una riduzione nella incidenza dei linfomi.

Si tratta di una strada difficile, che va contro enormi interessi, economici e non solo. M. Plank (premio Nobel per la Fisica) ci ricorda che “i vecchi paradigmi vengono abbandonati solo quando coloro che su di essi hanno costruito la propria carriera e fortuna sono morti”.

Ma ricordiamo anche le parole di Samuel Epstein, un grande medico americano: ”quasi tutti gli americani conoscono le pene causate dal cancro a parenti e amici. Il crimine è che molti di questi tumori sarebbero evitabili”; se trasferiamo queste parole all’infanzia ed alle giovani generazioni l’obbligo di abbandonare i vecchi paradigmi e di passare dalle parole ai fatti diventa ancora più pregnante e credo convenga a tutti noi riflettere, anche ai primi d’agosto e sotto l’ombrellone, sulla necessità di fare cambiare idea a chi di dovere prima che sia davvero troppo tardi per tutti!

Fonte: terranauta.it

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Vortice dei rifiuti nell’oceano Pacifico, la situazione è peggiore del previsto

Posted by darmel su 1 settembre 2009

Lo chiamano Pacific Trash Vortex, il vortice di spazzatura dell’Oceano Pacifico, ha un diametro di circa 2500 chilometri è profondo 30 metri ed è composto per l’80% da plastica e il resto da altri rifiuti che giungono da ogni dove. “E’ come se fosse un’immensa isola nel mezzo dell’Oceano Pacifico composta da spazzatura anziché rocce. Nelle ultime settimane la densità di tale materiale ha raggiunto un tale valore che il peso complessiva di questa “isola” di rifiuti raggiunge i 3,5 milioni di tonnellate”, spiega Chris Parry del California Coastal Commission di San Francisco, che è da poco tornato da un sopralluogo.

Questa incredibile e poco conosciuta discarica si è formata a partire dagli anni Cinquanta, in seguito all’esistenza della North Pacific Subtropical Gyre, una lenta corrente oceanica che si muove in senso orario a spirale, prodotta da un sistema di correnti ad alta pressione. L’area è una specie di deserto oceanico, dove la vita è ridotta solo a pochi grandi mammiferi o pesci.

Per la mancanza di vita questa superficie oceanica è pochissimo frequentata da pescherecci e assai raramente è attraversata anche da altre imbarcazioni. Ed è per questo che è poco conosciuta ai più. Ma proprio a causa di quel vortice l’area si è riempita di plastica al punto da essere considerata una vera e propria isola galleggiante. Il materiale poi, talvolta, finisce al di fuori di tale vortice per terminare la propria vita su alcune spiagge delle Isole Hawaii o addirittura su quelle della California.

In alcuni casi la quantità di plastica che si arena su tali spiagge è tale che si rende necessario un intervento per ripulirle, in quanto si formano veri e propri strati spessi anche 3 metri. La maggior parte della plastica giunge dai continenti, circa l’80%, solo il resto proviene da navi private o commerciali e da navi pescherecce.

Nel mondo vengono prodotti circa 100 miliardi di chilogrammi all’anno di plastica, dei quali, grosso modo, il 10% finisce in mare. Il 70% di questa plastica poi, finirà sul fondo degli oceani danneggiando la vita dei fondali. Il resto continua a galleggiare.

Gli scienziati hanno trovato una situazione peggiore del previsto. E’ diventato più “denso” il vortice dei rifiuti che galleggia nell’Oceano Pacifico, dove il gioco delle correnti raduna in un’area grande quanto la Francia i frammenti di plastica provenienti da tutto il mondo.

Sta terminando la spedizione del Project Kaisei organizzata dallo Scripps Institution of Oceanography. che ha mandato sul posto due navi.

Si era parlato della possibilità di trasformare quella plastica in carburante, ma ora non se ne fa più cenno. Ecco comunque i risultati.

Gli scienziati sono rimasti impressionati dalla quantità di plastica in cui si sono imbattuti e dalla crescente densità del vortice dei rifiuti.

Le Bbc News riportano le dichiarazioni di Mary Crowley , che era stato sul posto per la prima volta trent’anni fa. Allora, egli riferisce, si incontravano pezzi di plastica isolati.

Adesso, dice, la situazione è sorprendentemente cambiata. In mezz’ora si possono tranquillamente contare 400 pezzi di plastica sulla superficie dell’oceano.

Il vortice dei rifiuti si trova in una zona del Pacifico lontana dalle rotte commerciali e in cui raramente le imbarcazioni si avventurano. E’ impressionante, dicono ancora gli scienziati, vedere una così forte impronta della presenza umana a centinaia e di chilometri di distanza dalle coste e in un luogo assolutamente deserto.

I ricercatori ora contano di effettuare numerose analisi di laboratorio sui campioni di plastica che hanno raccolto, in cerca di sostanze tossiche.

Fra l’altro è di poche settimane fa la notizia che la plastica non è indistruttibile ma si decompone in mare rilasciando sostanze pericolose.

Il vortice dei rifiuti si trova fra le Hawaii e il Giappone. Fu scoperto nel 1997 dall’oceanografo Charles Moore. Continuerà a crescere finchè ci sarà plastica che finisce in mare.

Il sole e l’azione delle onde trasformano lentamente la plastica in minuti frammenti. Il mare somiglia ad un minestrone di immondizia.

Sulle Bbc News vortice dei rifiuti del pacifico, la situazione è peggiore del previsto

Fonte:
Blogeko.info
decrescitafelice.it

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Ricerca choc del CNR sui livelli di contaminazione a Gela

Posted by darmel su 12 agosto 2009

Una ricerca choc sui livelli di contaminazione da arsenico e da altri metalli pesanti a Gela, realizzata dal Cnr, e anticipata dall’Espresso, conferma quanto già si sospettava da tempo. Decenni di petrolchimico nella zona, non hanno solo reso il mare color del vino, cui alludeva il titolo di un celebre racconto di Leonardo Sciascia, ma hanno avvelenato l’ambiente e ogni cosa in esso, mettendo seriamente a rischio la sopravvivenza degli abitanti della zona.

I risultati delle analisi effettuate per mesi dal Cnr sono impressionanti: “il sangue del 20 per cento del campione, composto in tutto da 262 persone, è pieno di veleno”, scrive l’Espresso. “Oltre all’arsenico ci sono tracce di rame, piombo, cadmio e mercurio. Non si tratta di operai esposti sul lavoro, ma di casalinghe, impiegati, giovani sotto i 44 anni. Residenti a Gela, Niscemi e Butera. Nelle loro urine sono stati trovati livelli di arsenico superiori del 1.600 per cento al tasso-limite. Facendo una proporzione sul totale dei residenti, a rischio avvelenamento potrebbero trovarsi più di 20 mila persone”.

Alla luce delle analisi non stupiscono dunque i nuovi dati sulla mortalità e le malattie, statistiche che arrivano fino al 2007: “Nell’area in studio – si legge nel rapporto pubblicato su Epidemiologia&Prevenzione – si osserva una mortalità generale per tutti i tumori significativamente più elevata, sia negli uomini sia nelle donne. Il boom riguarda il cancro alla pleura, ai bronchi e ai polmoni, con eccessi di patologie per lo stomaco, la laringe, il colon e il retto”.

Fabrizio Bianchi, epidemiologo del Cnr che ha coordinato la ricerca, non nasconde la sua preoccupazione: “L’impatto ambientale è indubitabile. In mare, nelle acque, sulla terra ci sono concentrazione di metalli superiori fino a un milione di volte i livelli accettabili. L’arsenico non era già presente in forme naturali, come dice qualcuno, ma è stato immesso dall’uomo”. Secondo il ricercatore, inoltre, “l’arsenico è un composto che non rimane a lungo nel corpo. Le grandi quantità che abbiamo trovato dimostrano che l’esposizione è tutt’ora in corso”.

La ricerca fa ancora più riflettere alla luce della bocciatura dell’eolico l’anno scorso da parte delle amministrazioni della zona, Gela in testa. Un no netto e senza appello al progetto di centrale eolica in mare di Enel e Moncada. Che suscita inquietanti interrogativi. “Perché si sbatte la porta a una fonte di energia pulita? Da un lato, infatti, si blocca l’eolico che produce energia a emissioni zero – commenta Roberto Rizzo, giornalista scientifico di Wind Energy – dall’altro si favorisce un sistema industriale inquinante che ha pesanti conseguenze sull’ambiente e sulla salute dei cittadini. Ci si chiede quale posto abbia la sicurezza degli abitanti e il rispetto dell’ambiente nei criteri di pianificazione del territorio”.

Fonte: zeroemission.tv

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Estate difficile per il golfo del Messico

Posted by darmel su 22 giugno 2009

Un nuovo studio del Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration) rivela che quest’estate la “zona morta” di fronte le coste della Luisiana e del Texas, nel golfo del Messico, potrebbe raggiungere dimensioni da record.

Ma che cos’è la zona morta? Si tratta di un’area del suddetto golfo dove, stagionalmente, i livelli di concentrazione dell’ossigeno raggiungono livelli così bassi da non consentire la sopravvivenza di esseri viventi nelle zone prossime al fondale marino. Queste aree sono normalmente provocate dal riversarsi, nelle acque marine, di flussi particolarmente ricchi di nutrienti, per lo più provenienti dalle attività delle aree agricole. Queste sostanze causano la proliferazione eccessiva delle alghe che assimilano e decompongono la maggior parte dell’ossigeno presente nelle acque creando condizioni anossiche.

I ricercatori hanno calcolato che i fiumi Mississippi e Atchafalaya, tra aprile e maggio, hanno convogliato in mare un quantitativo di sostanze azotate di origine agricola dell’11 per cento superiore alla media, tutto questo si tradurrà in una zona morta più grande del solito, stimabile tra i 20 e i 22 chilometri quadrati. Secondo gli scienziati negli ultimi 50 anni l’intensa attività umana a fatto si che la concentrazione di azoto nelle acque fluviali sia quasi triplicata.

Fonte: modusvivendi

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2007, disastro nucleare evitato per un soffio

Posted by darmel su 19 giugno 2009

Solo un caso ha consentito di evitare un incidente nucleare di grave portata all’impianto Sizewell A, in Gran Bretagna. Una crepa di quasi cinque metri in una condotta aveva perso già diverse migliaia di litri di liquido radioattivo quando un operaio l’ha notata.

Il danno, in corrispondenza di un reattore, ha rischiato di prosciugare una vasca di raffreddamento che contiene cinque mila barre di uranio esausto, altamente radioattive. In assenza di liquido, le barre avrebbero potuto dar luogo a una esplosione e a una nube radioattiva di grandi dimensioni. I fatti risalgono al gennaio 2007, ma solo ora si scopre che l’intera vicenda è stata insabbiata e non è stato individuato nessun responsabile. Secondo l’ispettorato competente per i controlli, infatti, all’epoca dei fatti mancavano le risorse per effettuare indagini, verifiche e per prendere provvedimenti disciplinari nei confronti di qualcuno.

L’impianto in questione, infatti, non è più attivo. La fase attuale è di smobilitazione. Le informazioni sulle condizioni di sicurezza della centrale sono state rese note solo grazie a una norma sulla trasparenza, nota come Freedom of Information Act, che consente anche alla stampa di ottenere informazioni altrimenti riservate.

Secondo i documenti ufficiali la crepa ha disperso oltre 40.000 galloni di acqua radioattiva (oltre 180 mila litri), tutti finiti nel mare del Nord. I sistemi di allerta, che dovrebbero scattare in questo caso, non funzionavano. In ogni caso, anche se l’allarme avesse funzionato, nessuno era in grado di accorgersene: un altro allarme era scattato nei giorni precedenti in un altro punto della centrale, senza alcun intervento da parte del personale.

La crepa è stata scoperta per caso. L’ispezione di routine era prevista dieci ore dopo la scoperta casuale, un tempo sufficiente perché la vasca di raffreddamento si asciugasse, mandando in escandescenza le scorie. Secondo le fonti citate dal Daily Telegraph l’incendio avrebbe ucciso “centinaia di persone” e provocato l’evacuazione di migliaia. Secondo il governo, invece, l’emergenza è stata gestita adeguatamente.

Fonte: modusvivendi

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