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Ecologia, Salute ed Economia

Archive for the ‘ambiente’ Category

La Grande Fame

Posted by darmel su 10 gennaio 2011

Grano_import_export_2010.jpg

Principali Paesi esportatori (verdi) e importatori (rossi) di cereali per milioni di tonnellate 2009/2010

Cos’hanno in comune la rivolta in corso in Algeria, gli incendi estivi in Russia e le inondazioni in Australia? La risposta è l’aumento del prezzo dei cereali che ha raggiunto il suo picco all’inizio del 2011. Il prezzo è aumentato del 32% da giugno a dicembre 2010 e continua a salire. Le ultime rivolte per il cibo, i vecchi “assalti ai forni“, avvennero nel 2008 in molti Paesi, tra cui l’Egitto, la Somalia e il Cameroun in occasione del precedente picco. Rispetto ad allora la situazione è cambiata in peggio. Alcuni tra i principali produttori di cereali sono stati colpiti da siccità come l’Argentina e gli Stati Uniti, da inondazioni come l’Australia o da un caldo infernale, mai registrato nell’ultimo secolo, come la Russia. I Paesi importatori devono pagare di più, ma spesso non è sufficiente per ottenere la quantità di cibo necessaria.

La Russia, finora la terza esportatrice di frumento, dovrà importare 5 milioni di tonnellate di cereali e insieme all’Ucraina ha posto restrizioni all’esportazione. La Cina, da nazione esportatrice, è diventata importatrice, in prevalenza da Argentina e Stati Uniti, a causa dell’urbanizzazione e della crescente scarsità d’acqua. Nei primi sette mesi del 2010 la Cina ha importato circa 38 milioni di tonnellate di cereali, con un aumento del 20% anno su anno. La sola quantità di grano importata nel 2010 è stata 56 volte quella del 2009. Nel mondo le prime nazioni importatrici sono nelle aree del Nord Africa e nel Medio Oriente. Non sorprende che la prima reazione sia avvenuta in Algeria ed è probabile che si possa estendere a macchia d’olio. Secondo la FAO un miliardo di persone nel mondo soffre la fame. Il peggioramento del clima e la diminuzione dei raccolti, un andamento che non sembra reversibile nei prossimi anni, non potrà che aumentare il numero degli affamati e delle nazioni che terranno per sé i loro raccolti. Primum vivere.

La Comunità Europea nel suo complesso per ora esporta cereali, ma tra tutti i suoi membri la prima importatrice di cereali dall’esterno della UE è l’Italia. Non sembra vero, ma riusciamo a eccellere nel peggio con una tenacia formidabile. Nel periodo gennaio/luglio 2010 abbiamo importato ben 6,7 milioni di tonnellate di cereali. L’autosufficienza alimentare è la prima assicurazione per il nostro futuro. E’ necessario il rilancio dell’agricoltura. Meno cemento e più campi di grano.

Fonte: beppegrillo.it


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Quibio, la bioplastica tutta italiana

Posted by darmel su 15 marzo 2010

Dall’idea di due cagliaritani, Giuseppe Brau e Maria Grazia Sanna, 10 anni fa è nato Quibio, portale specializzato nell’e-commerce di prodotti in bioplastica, biodegradabile e compostabile al 100%. I prodotti possono essere acquistati sul sito di Quibio e verranno spediti gratuitamente in tutta Italia in sole 48 ore, questo è quanto promettono alla Quibio.

Ci sono utensili per la casa ad uso quotidiano, ed usa e getta, di tutte le categorie, tutti rigorosamente col prefisso bio: biobicchieri e biotazzine, biovaschette, biopannolini, biopattumiere, biopiatti, biociotole, biotovaglie, bioposate, biogiochi, bioguanti… insomma, di tutto e di più.

I prezzi sembrano abbastanza competitivi. I pannolini, ad esempio, in confezione da 30 vengono intorno ai 14 euro, e non dimentichiamoci il trasporto gratuito (con un ordine minimo di 30 euro) e la possibilità di ricevere i prodotti comodamente a casa nostra. Un po’ più costose mi sono sembrate invece le posate: una confezione da cinquanta forchette in bioplastica costa intorno agli 8 euro, quando nei supermercati si trovano anche 100 posate ad un euro. Ma non si può avere tutto, e l’ecosostenibilità spesso, si sa, che ha costi proibitivi. Va meglio per le tovagliette in carta riciclata che partono dai sei euro. La Quibio fornisce carte da imballaggio, sacchetti biodegradabili e altri prodotti a molte aziende italiane, senza dimenticare i privati. La mission dell’azienda è fornire:

Posate, piatti, bicchieri e tutti quei prodotti di largo consumo destinati a trovare una collocazione nel mercato, tra gli utenti ecosensibili che preferiscono l’utilizzo di oggetti rispettosi della natura. Il nostro primo obiettivo è la sensibilizzazione all’utilizzo dei prodotti ecocompatibili nel settore dell’usa e getta.

Insomma un usa e getta tutto italiano e tutto biodegradabile, che si propone su larga scala, con prodotti di vario genere, e che festeggia il suo decennale nell’e-commerce con un po’ di sana pubblicità. Anche quella, rigorosamente, bio.

Fonte:
Quibio.it
ecologiae.com

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La città di Detroit si vuole trasformare in una campagna

Posted by darmel su 13 marzo 2010

Può darsi che la crisi economica aiuti a realizzare un sogno. Smontare pezzo per pezzo le città invivibili e strapiene per trasformarle in qualcosa di completamente diverso: orti e animali da cortile, aria buona e alberi da frutto.

Ci sta provando Detroit, ex città industriale ormai ridotta al fantasma di se stessa. Il sindaco vuole demolirne gran parte, e trasformarla in campagna.

Gli abitanti di Detroit si sono dimezzati rispetto ai due milioni degli Anni 50, quando la città era la capitale americana dell’auto. Interi quartieri residenziali ora sono completamente abbandonati, con le case che cadono letteralmente a pezzi.

Guardate il presente di Detroit nel filmato. E poi vi racconto del piano del sindaco Dave Bing per il futuro. Nessuno aveva mai osato tanto.

La Detroit del presente, dicevo, è una città in decomposizione, piegata dalla crisi dell’auto e dalla crisi dei mutui: 33.500 edifici abbandonati e 91.000 lotti residenziali vuoti. In alcuni quartieri è rimasta ad abitare una sola persona.

Complessivamente, 65 chilometri quadrati di proprietà inutilizzate. Tutta roba che fu edificata dell’età dell’oro, quando sembrava che l’industria dovesse espandersi all’infinito.

Il piano del sindaco va ben oltre gli orti urbani di Città del Messico o di San Francisco. Un piano che fa impallidire Michelle Obama e il suo orto alla Casa Bianca. Vuole radere al suolo interi quartieri, e trasformarli in terreno agricolo.

Se le intenzioni si concretizzeranno, circa un quarto della città diventerà territorio semi rurale, e non più urbano. Al posto delle case ci saranno orti e frutteti.

Ricordate il ragazzo della via Gluck? Là dove c’era l’erba ora c’è una città. Ora Detroit ripercorre il cammino all’indietro. Ed è curioso che la rivincita del verde si consumi in quella che era la capitale americana dell’auto.

Su Associated Press il piano di Detroit per salvarsi diventando campagna

Fonte: blogeko.it

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Il problema dei rifiuti radioattivi di Los Alamos

Posted by darmel su 5 novembre 2009

Più di 60 anni dopo le bombe nucleari sganciate su Hiroshima e Nagasaki, i rifiuti letali che sprizzano dai siti interrati in montagna cominciano a muoversi verso falde acquifere, sorgenti e ruscelli che forniscono l’acqua a 250.000 abitanti, non in Giappone, ma nel nord del New Mexico.

Isolato su un altopiano, il Los Alamos National Laboratory sembrava un posto ideale per archiviare i detriti letali una fabbrica di bombe. Ma le montagne fortemente fratturata non hanno contenuto i rifiuti, alcuni dei quali sono scesi per centinaia di metri fino al bordo del Rio Grande, una delle più importanti fonti d’acqua nel sud-ovest.

Finora, il livello di contaminazione nel Rio Grande non sono stati sufficienti a sollevare le preoccupazioni per la salute della popolazione. Ma il controllo del deflusso nel canyon che ha alimentano il fiume ha trovato concentrazioni pericolose di composti organici come il perclorato, un ingrediente del razzo propulsore, e vari sottoprodotti radioattivi della fissione nucleare.

I funzionari del laboratorio insistono sul fatto che i rifiuti non mettono a repentaglio la salute delle persone, perché anche quando l’acqua piovana arrivà giù nel canyon, suscitando sedimenti altamente contaminati, è presto diluita o intrappolata nel fondo, dove può essere scavata e portata via. Ma questa spiegazione non convince molte persone.

La contaminazione superficiale infatti influisce nei sedimenti o si sposta verso il basso nelle acque sotterranee. Questa migrazione sotterranea pone il maggior pericolo a lungo termine nei pozzi d’acqua potabile e, infine, anche nel Rio Grande.

Aggiungendo incertezza all’incertezza, un rapporto pubblicato la scorsa estate dal Centers for Disease Control and Prevention ha specificato che il laboratorio può avere sostanzialmente sottovalutato la portata del plutonio e del trizio immessi nell’ambiente sin dal 1940.

Più recentemente, il Dipartimento dell’Ambiente ha segnalato di aver rilevato del DEHP, un composto organico utilizzato nelle materie plastiche ed esplosivi, 12 volte oltre il livello di sicurezza di esposizione in una falda acquifera che fornisce acqua potabile a Los Alamos e della vicina comunità di White Rock. L’US Environmental Protection Agency classifica il DEHP come probabile cancerogeno umano anche in grado di danneggiare i sistemi riproduttivi.

Ma a preoccupare c’è anche l’acqua utilizzata per ripulire i condotti dove venivano costruite le bombe, la quale ha fatto confluire isotopi radioattivi nel Rio Grande. George Rael, vicedirettore delle operazioni ambientali presso il laboratorio, ha detto che costerebbe fino a 13 miliardi di dollari rimuovere tutte le contaminazioni accessibili. Anche se non ci fossero abbastanza soldi a disposizione, riesumando i rifiuti potrebbero mettere le persone più a rischio che lasciandoli lì, almeno nel breve periodo. Spiega David McInroy, direttore del programma del laboratorio azioni correttive, con una semplicità disarmante:

Alcuni dei rifiuti offrono una bella sfida. Scavando, potremmo esporre i lavoratori e gli altri ad una nube tossica di detriti. Se lasciati sul posto, si potrebbe rivelare anni più tardi nelle acque sotterranee.

Molti abitanti di Los Alamos si sono assuefatti ai pericoli nel loro ambiente, e così è facile vederli passeggiare e fare pic-nic nel canyon costellato di rifiuti tossici. Ma perché diciamo tutto questo? Perché questo è esattamente lo scenario che potrebbe presentarsi in Italia tra 20 o 30 anni se le centrali nucleari fossero costruite sul nostro territorio nazionale. Un territorio che ha già tanti problemi, e che con altri di questa portata rischia di far collassare definitivamente l’intera nazione.

Fonte: ecologiae.com

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Moria delle api: il Ministro Zaia conferma lo stop ai pesticidi per il 2010

Posted by darmel su 13 settembre 2009

Il Ministro all’Agricoltura, Luca Zaia, conferma lo stop dei pesticidi, le cui molecole sono ritenute responsabili della moria delle api, che negli ultimi due anni ha dimezzato le colonie di api mellifere italiane. Il decreto è stato prorogato fino al 2010, in accordo con il Ministero della Salute, e riguarda la sospensione in via cautelativa dell’uso dei neonicotinoidi per la concia del mais.
Scrive Zaia sul suo blog:

Confermo che il decreto per la sospensione dei neonicotinoidi per la concia del mais sarà in vigore anche nella prossima annata agraria. I numeri parlano chiaro: quest’anno, dopo la sospensione, ci sono stati solo due casi di moria di api, contro i 185 dello scorso anno. Non possiamo ignorare questo dato né possiamo abbandonare i nostri 75 mila apicoltori e il milione e più di alveari che abbiamo in Italia.

Ha aggiunto Zaia:

Non vogliamo penalizzare nessuno. Si tratta semmai di una prudenziale sospensione del giudizio per riconciliare tutti i settori produttivi e trovare una soluzione definitiva e condivisa che salvaguardi le api, fondamentali per la stessa sopravvivenza della nostra agricoltura, e che allo stesso tempo venga incontro alle esigenze di un settore così importante qual è quello maidicolo.

Fonte: ecoblog.it

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Abolite l’elenco telefonico, costa 5 milioni di alberi l’anno

Posted by darmel su 11 settembre 2009

Elenchi telefonici? No, grazie. A chiederlo è il popolo di internet che, tramite una protesta verde partita dagli Stati Uniti e approdata anche in Italia, invita le compagnie di distribuzione a lasciare agli utenti la possibilità di scegliere se ricevere o meno gli elenchi.

Contro una consegna a pioggia, che spesso non raggiunge chi ne ha davvero bisogno, ma arriva nelle case di chi quegli enormi volumi non li scarterà neanche; contro i costi di produzione e consegna; contro soprattutto lo spreco di carta, acqua e carburante.

Il movimento chiede di lasciare all’utente la libertà di stabilire, a seconda dei casi, se il servizio sia più o meno utile. In modo così che ognuno decida se lo vuole oppure no.

Quand’è l’ultima volta che ne avete consultato uno? Se avete bisogno di un numero di telefono cosa fate per procurarvelo? Per molti la risposta sarà internet. Ecco quindi che dagli Stati Uniti parte la campagna “Ban the Phone Book”, ovvero “Aboliamo l’elenco”. Prima con l’apertura di un sito (www.banthephonebook.org) e poi con un sondaggio (l’81% dei consumatori intervistati è d’accordo).

Soprattutto a fronte dei dati diffusi dal sito: sarebbero 5 milioni gli alberi utilizzati ogni anno per la realizzazione delle “pagine bianche” americane e le operazioni di riciclo costerebbero ai contribuenti oltre 17 milioni di dollari annui. Inoltre il 75% degli intervistati dichiara di non essere a conoscenza dell’impatto ambientale ed economico delle operazioni di stampa, recapito e riciclaggio dei volumi.

In Italia le voci di protesta sono ancora poche e soprattutto meno organizzate. Un giro rapido della rete consente di scoprire che nel 2008 è stata lanciata una petizione online rivolta al ministero delle Comunicazioni che ha reclutato appena 34 firmatari. “Perché, a partire dal prossimo anno, non si trova il modo di chiedere chi vuole, e chi no, ricevere questi elenchi, riducendo così lo spreco di risorse?”. Questo il testo della petizione.

Più seguito è sicuramente il gruppo di Facebook “Eliminiano gli elenchi cartacei per chi ha internet” dove, intorno al fondatore Stefano Belardini, si sono riuniti un centinaio di interessati. “Sono un avvocato ma con degli amici ho fondato una onlus per la costruzione di pozzi di acqua potabile nei villaggi del Mali – spiega Stefano – Per questo sono molto sensibile al tema dell’acqua e in generale a quello dell’ambiente. Basti pensare che per fare 1kg di carta ci vogliono 500 litri di acqua e 2kg di legname. E’ assurdo che chi ha internet a casa o negli uffici si debba ancora vedere consegnare chili e chili di carta. Vorrei che almeno le persone possano su propria iniziativa dichiarare di non voler ricevere il cartaceo”.

Sui reali numeri di produzione e distribuzione degli elenchi in Italia è proprio la Seat Pagine Gialle, in qualità di editore di PagineBianche e PagineGialle, a fornire i dati aggiornati. Ogni anno vengono distribuite alle famiglie italiane 27,7 milioni di copie del volume PagineBianche e 22,5 del volume Pagine Gialle, utilizzando un totale di 45mila tonnellate di carta. Si tratta di carta speciale per elenchi, acquistata per il 45% in Finlandia, il 45% in Svezia e il 10% in Canada. Sul totale il 30% è carta riciclata e il 70% proviene da foreste oggetto di piani di riforestazione. Dagli anni ’70 è inoltre attivo un servizio di ritiro sul territorio italiano degli elenchi distribuiti nell’anno precedente.

A fronte dei milioni di volumi che Seat dichiara di distribuire ci sono però, secondo i dati GfK Eurisko dell’ultimo trimestre forniti sempre da Seat, 23,9 milioni di consultatori. Quanto basta per far pensare che gli italiani che utilizzano gli elenchi cartacei sono un numero inferiore rispetto alle copie distribuite e che probabilmente questi italiani preferiscono la versione online o altri servizi. Per loro, magari non proprio per tutti ma sicuramente per chi ha a cuore la questione ambientale e il risparmio energetico, arriva il consiglio degli avvocati del Codacons.

Ad ogni modo io personalmente ho già chiesto al mio operatore telefonico italiano di non ricevere più l’elenco telefonico… io non so davvero che farmene. Fatelo anche voi se non vi serve! Basta consumare risorse senza rendercene conto.
Spesso la gente si chiede cosa può fare per aiutare il mondo o la natura. In verità l’azione del singolo è molto importante e si può fare davvero tanto, con tanti piccoli cambiamenti… e questo può essere il primo. Chiamate il vostro operatore telefonico!

Fonte: repubblica.it

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Perù: indigeni e foresta lottano per sopravvivere

Posted by darmel su 10 settembre 2009

Per fortuna non ci sono solo cattive notizie nel mondo…

Dopo mesi di protesta e di blocco fluviale contro il progetto petrolifero della multinazionale Perenco, gli Indios dell’Amazzonia peruviana hanno deciso di denunciare alla Corte Costituzionale lo sfruttamento in un’ampia area di foresta, catalogata come Lotto 67, collocato al confine con l’Ecuador.

L’associazione indigena AIDESEP teme infatti che il faraonico progetto (per un investimento dichiarato di 2 miliardi di dollari) possa rivelarsi letale per le tribù indigene che ancora non hanno avuto contatti con l’uomo bianco, e che rischiano di essere sterminate da malattie e germi per cui non hanno anticorpi.

Il progetto prevede la trivellazione di oltre cento pozzi, dieci piattaforme, una centrale di pompaggio e un oleodotto verso la costa, che si trova a ben 1.000 km di distanza. Il giacimento potrebbe contenere più di 300 milioni di barili di greggo. Secondo la Perenco all’interno del Blocco 67 non vivono tribù indigene.

L’affermazione è un po’ contraddittoria, dal momento che non è effettivamente possibile sapere se nell’area esistono tribù che ancora non hano avuto contatti con la “civiltà”.

In ogni caso, l’apertura di pozzi petroliferi darà il via alla costruzione di strade, alla deforestazione, al rischio di disastri ambientali (come quello che è avvenuto nel vicino Ecuador), alla distruzione delle culture indigene che si trovano comunque nei pressi dell’area.

In ogni caso, le Nazioni Unite hanno dato ragione agli indigeni, affermando che le trivellazioni non possono avvenire senza il consenso delle popolazioni interessate.

Aggiungo, per chi non ha troppa dimestichezza con i numeri, che la consistenza del giacimento è del tutto irrisoria: 300 milioni di barili equivalgono a circa tre giorni e mezzo dell’attuale consumo mondiale.

Vale davvero la pena distruggere le foreste e i popoli indigeni per prolungare di tre giorni e mezzo l’era del petrolio?

Non sarebbe meglio lasciarlo dov’è, cioè sottoterra? Io come essere umano mi sento profondamente offeso.

Fonte: ecoalfabeta.blogosfere.it

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Cancro e agenti tossici: cosa sta succedendo?

Posted by darmel su 8 settembre 2009

La recente scomparsa di giovani e giovanissimi per cancro nel nostro territorio ha riempito le cronache nelle ultime settimane: passata l’emozione del momento e lasciando perdere gli interrogativi che i singoli casi suscitano e su cui anche la Magistratura indaga, vorrei tornare a riflettere su questo tema così scottante.

Secondo gli ultimi dati dei Registri Tumori in Italia un uomo su due ed una donna su due è destinato a vedersi diagnosticare un cancro nel corso della vita. Al di là delle benevole favole che qualcuno, da decenni, continua a raccontare (e cioè che la soluzione del problema cancro è a portata di mano, che si tratta di un effetto legato solo all’ invecchiamento, che fra 10 anni nessuna donna più morirà per cancro alla mammella), la realtà è ben altra ed è sotto gli occhi di tutti.

Di fatto l’età di insorgenza dei tumori si è abbassata straordinariamente: da una recente ricerca risulta che in Italia gli interventi per cancro alla mammella in età giovane sono cresciuti in sei anni del 28.6%, e se da un lato diminuisce l’incidenza dei tumori correlati al fumo, specie nei maschi, sta drammaticamente aumentando l’incidenza di tumori che nulla o quasi hanno a che fare col tabagismo: linfomi, leucemie, cancro a rene, pancreas, prostata, tumori cerebrali ormai sempre più correlati anche con l’uso del telefonino.

I tumori nell’infanzia poi sono in drammatico aumento: in Italia +2% annuo (doppio rispetto alla media europea) e tra i bambini sotto l’anno di età l’incremento è addirittura del 3.2% annuo. Vorrei anche ricordare che l’incremento di cancro è solo la punta dell’iceberg del danno complessivo alla salute che stiamo recando ai nostri bambini: mi riferisco all’aumento di disturbi neuropsichici, intellettivi, relazionali, del comportamento, fino all’autismo, per non parlare dell’incredibile incremento di patologie allergiche, respiratorie, endocrino – metaboliche, diabete, disturbi alla tiroide, criptorchidismo, ecc.

Cosa sta succedendo?

Non sarà che ciò che alcuni medici, spesso definiti “allarmisti”, sostengono da anni è tragicamente vero?

Vi invito a fare un semplice ragionamento: cosa mai vi può capitare se camminate in un campo minato? E’ ovvio che tante più mine sono state disseminate tanto più è probabile incapparci e saltare per aria… Così è per il cancro e le “mine” cui mi riferisco sono cancerogeni noti da decenni quali benzene, arsenico, nichel, cromo, cadmio, piombo, diossine, per non parlare di PCB, particolato e pesticidi che continuiamo a riversare intorno a noi e di cui mai nessuno parla, visto che solo la CO2 (che non è un veleno!) sembra meritare l’onore delle cronache!

Da dati ufficiali emerge, ad esempio, che in Italia, nel pieno rispetto dei limiti di legge, abbiamo immesso in un anno in aria ed acqua: benzene 715.6 ton, arsenico 8.0 ton, cadmio 3.0 ton, cromo 140.0 ton, nichel 80.6 ton. L’inventario europeo delle diossine ci dice che in un anno nel nostro paese ne sono state prodotte 558 grammi, ovvero, in media, circa 1,5 g al giorno: può sembrare poco ma rappresenta la dose massima tollerabile per oltre 10 miliardi (!) di persone… Sapendo che si tratta di molecole che hanno tempi di dimezzamento di decine/centinaia di anni e che quindi ogni nuova dose si aggiunge alla precedente, come la mettiamo? La nostra regione poi è al primo posto per uso di fitofarmaci e spargiamo in media 5.7 kg di prodotti chimici per ettaro.

Ci siamo mai chiesti dove vanno a finire tutti questi veleni?

Purtroppo ovunque e anche dove non vorremmo mai trovarli, ad esempio nel sangue del cordone ombelicale in cui sono centinaia le sostanze chimiche tossiche, cancerogene e nocive che si ritrovano stabilmente: qualcuno può pensare, in totale buona fede di assolverle?

Da tempo è arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti ed agire per ridurre l’esposizione delle popolazioni agli agenti tossici promuovendo la Prevenzione Primaria.

Non è necessario per fare questo conoscere i minimi dettagli del processo della cancerogenesi o il ruolo che ogni singolo agente riveste: la letteratura segnala ormai, su larga scala ed in individui sani, come l’espressione di geni “chiave” si modifichi a seconda dell’esposizione a tossici ambientali e di conseguenza si alterino funzioni cruciali del nostro corpo aprendo la strada all’insorgere di neoplasie e non solo.

Il fallimento dell’approccio “riduzionista”, il vecchio paradigma secondo cui si analizza un agente per volta, senza tenere conto delle innumerevoli variabili biologiche e che non permette mai o quasi di giungere a conclusioni esaustive, è ormai sotto gli occhi di tutti.

Fortunatamente nel mondo si infittisce la schiera di medici e ricercatori indipendenti che invocano un cambio di rotta nella strategia della guerra contro il cancro, ossia una drastica riduzione della esposizione ad agenti tossici e nocivi in tutti gli ambiti di vita, l’unica strada che finora ci si ostina a non imboccare con decisione. Eppure, in quei rari casi in cui questo si è fatto, i risultati non sono mancati: in Svezia, dove trenta anni fa sono stati messi al bando determinati pesticidi, seguendo le indicazioni di medici coraggiosi, oggi si registra una riduzione nella incidenza dei linfomi.

Si tratta di una strada difficile, che va contro enormi interessi, economici e non solo. M. Plank (premio Nobel per la Fisica) ci ricorda che “i vecchi paradigmi vengono abbandonati solo quando coloro che su di essi hanno costruito la propria carriera e fortuna sono morti”.

Ma ricordiamo anche le parole di Samuel Epstein, un grande medico americano: ”quasi tutti gli americani conoscono le pene causate dal cancro a parenti e amici. Il crimine è che molti di questi tumori sarebbero evitabili”; se trasferiamo queste parole all’infanzia ed alle giovani generazioni l’obbligo di abbandonare i vecchi paradigmi e di passare dalle parole ai fatti diventa ancora più pregnante e credo convenga a tutti noi riflettere, anche ai primi d’agosto e sotto l’ombrellone, sulla necessità di fare cambiare idea a chi di dovere prima che sia davvero troppo tardi per tutti!

Fonte: terranauta.it

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Vortice dei rifiuti nell’oceano Pacifico, la situazione è peggiore del previsto

Posted by darmel su 1 settembre 2009

Lo chiamano Pacific Trash Vortex, il vortice di spazzatura dell’Oceano Pacifico, ha un diametro di circa 2500 chilometri è profondo 30 metri ed è composto per l’80% da plastica e il resto da altri rifiuti che giungono da ogni dove. “E’ come se fosse un’immensa isola nel mezzo dell’Oceano Pacifico composta da spazzatura anziché rocce. Nelle ultime settimane la densità di tale materiale ha raggiunto un tale valore che il peso complessiva di questa “isola” di rifiuti raggiunge i 3,5 milioni di tonnellate”, spiega Chris Parry del California Coastal Commission di San Francisco, che è da poco tornato da un sopralluogo.

Questa incredibile e poco conosciuta discarica si è formata a partire dagli anni Cinquanta, in seguito all’esistenza della North Pacific Subtropical Gyre, una lenta corrente oceanica che si muove in senso orario a spirale, prodotta da un sistema di correnti ad alta pressione. L’area è una specie di deserto oceanico, dove la vita è ridotta solo a pochi grandi mammiferi o pesci.

Per la mancanza di vita questa superficie oceanica è pochissimo frequentata da pescherecci e assai raramente è attraversata anche da altre imbarcazioni. Ed è per questo che è poco conosciuta ai più. Ma proprio a causa di quel vortice l’area si è riempita di plastica al punto da essere considerata una vera e propria isola galleggiante. Il materiale poi, talvolta, finisce al di fuori di tale vortice per terminare la propria vita su alcune spiagge delle Isole Hawaii o addirittura su quelle della California.

In alcuni casi la quantità di plastica che si arena su tali spiagge è tale che si rende necessario un intervento per ripulirle, in quanto si formano veri e propri strati spessi anche 3 metri. La maggior parte della plastica giunge dai continenti, circa l’80%, solo il resto proviene da navi private o commerciali e da navi pescherecce.

Nel mondo vengono prodotti circa 100 miliardi di chilogrammi all’anno di plastica, dei quali, grosso modo, il 10% finisce in mare. Il 70% di questa plastica poi, finirà sul fondo degli oceani danneggiando la vita dei fondali. Il resto continua a galleggiare.

Gli scienziati hanno trovato una situazione peggiore del previsto. E’ diventato più “denso” il vortice dei rifiuti che galleggia nell’Oceano Pacifico, dove il gioco delle correnti raduna in un’area grande quanto la Francia i frammenti di plastica provenienti da tutto il mondo.

Sta terminando la spedizione del Project Kaisei organizzata dallo Scripps Institution of Oceanography. che ha mandato sul posto due navi.

Si era parlato della possibilità di trasformare quella plastica in carburante, ma ora non se ne fa più cenno. Ecco comunque i risultati.

Gli scienziati sono rimasti impressionati dalla quantità di plastica in cui si sono imbattuti e dalla crescente densità del vortice dei rifiuti.

Le Bbc News riportano le dichiarazioni di Mary Crowley , che era stato sul posto per la prima volta trent’anni fa. Allora, egli riferisce, si incontravano pezzi di plastica isolati.

Adesso, dice, la situazione è sorprendentemente cambiata. In mezz’ora si possono tranquillamente contare 400 pezzi di plastica sulla superficie dell’oceano.

Il vortice dei rifiuti si trova in una zona del Pacifico lontana dalle rotte commerciali e in cui raramente le imbarcazioni si avventurano. E’ impressionante, dicono ancora gli scienziati, vedere una così forte impronta della presenza umana a centinaia e di chilometri di distanza dalle coste e in un luogo assolutamente deserto.

I ricercatori ora contano di effettuare numerose analisi di laboratorio sui campioni di plastica che hanno raccolto, in cerca di sostanze tossiche.

Fra l’altro è di poche settimane fa la notizia che la plastica non è indistruttibile ma si decompone in mare rilasciando sostanze pericolose.

Il vortice dei rifiuti si trova fra le Hawaii e il Giappone. Fu scoperto nel 1997 dall’oceanografo Charles Moore. Continuerà a crescere finchè ci sarà plastica che finisce in mare.

Il sole e l’azione delle onde trasformano lentamente la plastica in minuti frammenti. Il mare somiglia ad un minestrone di immondizia.

Sulle Bbc News vortice dei rifiuti del pacifico, la situazione è peggiore del previsto

Fonte:
Blogeko.info
decrescitafelice.it

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Grandi Opere, Le infrastrutture dell’Assurdo

Posted by darmel su 1 settembre 2009

Marco Cedolin, lo scorso anno hai pubblicato un libro intitolato Grandi Opere, Le infrastrutture dell’Assurdo. Un titolo che non lascia molti dubbi sull’approccio all’argomento. Da cosa nasce? Come mai definisci le “grandi opere” in questo modo?

Grandi Opere nasce dalla volontà di fare una riflessione a 360 gradi sul mondo delle grandi infrastrutture. Una riflessione volta a mettere in luce la loro reale natura, i loro costi, l’effettiva utilità e gli impatti ambientali e sociali determinati dalla loro costruzione. Tentando di approfondire le eventuali alternative alla realizzazione delle grandi opere ed individuare quali sono i soggetti costretti a pagarne il conto e quali i soggetti che attraverso la loro costruzione accumulano profitti miliardari.

Ho definito le grandi opere “infrastrutture dell’assurdo” poiché molto spesso la loro costruzione non è motivata da necessità oggettive, ma semplicemente dalla volontà di costruire “profitto facile” attraverso la cementificazione del territorio.

Perché qualcuno dovrebbe comprarlo?

La lettura di Grandi Opere è utile per comprendere nel finanziamento di quali progetti viene speso il denaro del contribuente. Inoltre permette al lettore di maturare una visione a tutto tondo di un tema come quello delle grandi infrastrutture, riguardo al quale giornali, TV, politica e mondo sindacale offrono una visione parcellare, il più delle volte condizionata dagli interessi economici delle lobby che li sostengono.

È passato poco più di un anno dall’uscita del libro. Quale argomento tra quelli trattati resta per te più drammaticamente attuale e quale non avevi trattato, ma adesso aggiungeresti?

In linea di massima nell’anno trascorso tutti gli argomenti trattati nel libro sono rimasti drammaticamente attuali. La guerra fra Georgia ed Ossezia ha dimostrato ancora una volta quanto sia a rischio un’infrastruttura fragile come l’oleodotto BTC. In Italia è continuata la costruzione dei megainceneritori, ultimo in ordine di tempo quello di Acerra. Il processo di Firenze contro il consorzio CAVET ha messo in luce parte della profonda devastazione del territorio del Mugello determinata dalla costruzione delle gallerie del TAV Bologna – Firenze. Il governo italiano ha finanziato con 16 miliardi di euro la costruzione di nuove grandi opere, fra le quali alcune nuove tratte ferroviarie ad alta velocità ed il Ponte sullo stretto di Messina. Si ventila il ritorno in Italia delle centrali nucleari, nonostante come ampiamente documentato nel libro, sia nel nostro paese che nel resto del mondo nessuno abbia ancora individuato un qualche sistema efficace attraverso il quale stoccare in sicurezza le scorie radioattive.

Se a distanza di un anno dovessi aggiungere qualcosa, approfondirei sicuramente l’argomento centrali nucleari e parlerei del Ponte sullo Stretto di Messina. Inserirei anche il tema delle centrali a carbone “pulito” che in Italia stanno prolificando, nonostante quello del carbone “pulito” sia un ossimoro che non esiste e farei un’analisi dei progetti che riguardano i nuovi rigassificatori.

Berlusconi e il suo governo ancora una volta tentano di rilanciare le grandi opere. TAV, ponte sullo stretto, nucleare, rigassificatori, inceneritori. Siamo davvero destinati a vedere realizzate queste opere? E c’è qualche grande opera che tu ritieni necessaria?

In realtà il governo Berlusconi non sta facendo nulla di differente da quello che hanno fatto i governi precedenti (se si eccettua il tema del nucleare riguardo al quale il centrosinistra era più scettico) in tema di grandi opere. L’imperativo di costruire e cementificare accomuna tutte le forze politiche in maniera assolutamente trasversale ed è stato finora portato avanti senza esitazione a prescindere dal colore della maggioranza al governo. Alcune opere hanno maggiori possibilità di venire portate a termine, altre meno, tutto dipenderà probabilmente dalle disponibilità di denaro e dalla forza di pressione determinata dai singoli gruppi d’interesse. Sicuramente è più facile scommettere sulla costruzione di decine di nuovi forni inceneritori che non sulla realizzazione del Ponte sullo Stretto.

Ci sono molte grandi opere (pur non nel senso canonico del termine) di cui l’Italia avrebbe estremo bisogno. Penso alla ristrutturazione del patrimonio edilizio pubblico e privato, finalizzata a diminuire il consumo energetico degli edifici. Penso alla ristrutturazione di migliaia di edifici scolastici che contengono amianto o i cui soffitti rischiano di cadere sulla testa degli studenti. Penso ad un progetto che riorganizzi il sistema di distribuzione dell’energia, in funzione del contenimento delle perdite e della valorizzazione dell’autoproduzione energetica individuale. Penso ad una grande opera di bonifica delle zone inquinate e di riqualificazione dei territori, che ogni qualvolta arriva una perturbazione sono soggetti a movimenti franosi e fenomeni alluvionali devastanti. Purtroppo si tratta di grandi opere che pur alimentando l’occupazione non farebbero salire a sufficienza il PIL e distribuirebbero il profitto su un vasto numero di piccole imprese, anziché indirizzarlo nelle mani dei “soliti noti” e forse proprio per questo non vengono prese in considerazione.

In genere chi si oppone alle grandi infrastrutture è accusato di portare avanti una sterile politica del no o di sindrome di nimby. Tu nel tuo libro, però, in ogni capitolo proponi soluzioni alternative alle opere “denunciate”. Sono alternative concrete? Credi che verranno realizzate?

Il ritornello della sindrome nimby (non nel mio cortile) è stato usato a lungo per screditare chiunque si opponesse alle grandi opere, anche se in realtà la maggior parte di coloro che contestano infrastrutture e nocività sono persone in possesso di conoscenze e consapevolezze estremamente elevate che li portano a spaziare ben oltre il proprio orticello.

Effettivamente molte volte nel libro ho proposto soluzioni alternative alle opere progettate o realizzate. Soluzioni che sarebbero più efficaci ed estremamente meno costose. Le alternative sono concrete ma non penso verranno mai realizzate, proprio perché il loro minore costo le rende scarsamente appetibili per i gruppi di potere che attraverso le grandi opere costruiscono i propri immensi profitti. Altre volte non mi è stato possibile suggerire delle alternative, poiché il problema che la grande opera presa in considerazione si proponeva di risolvere in realtà non esisteva. Non si può proporre un’alternativa al TAV Torino – Lione che i promotori dell’opera sponsorizzano come un’infrastruttura finalizzata a facilitare lo spostamento di viaggiatori e merci che nella realtà non esistono, oltretutto su una direttrice all’interno della quale il già scarso traffico merci e passeggeri esistente sta continuando a calare da oltre 8 anni. Così come non si può proporre un’alternativa che non sia la ristrutturazione del sistema di distribuzione dell’energia, ad una diga come quella di Sardar Savor, in India, che produce una quantità di energia annua inferiore di tre volte a quella che annualmente viene persa in fughe di distribuzione e trasmissione all’interno della regione.

Le grandi opere, quindi, non sembrano essere solo una caratteristica italiana. Ci vuoi fare qualche altro esempio straniero?

Gli investimenti di cifre colossali nelle grandi opere non sono affatto elusivo appannaggio dell’Italia. Nel libro ho preso in considerazione molte infrastrutture ciclopiche realizzate o progettate in svariati paesi del mondo. Dall’Eurotunnel che corre sotto la Manica alle dighe che devasteranno l’Islanda, dalle grandi dighe cinesi a quelle costruite in Guatemala, in Argentina, in Turchia, in Africa e in India. Ho dedicato grande attenzione al deposito per scorie nucleari di Yucca Mountain nel Nevada, all’oleodotto BTC, alla Stazione Spaziale Internazionale e alle grandi infrastrutture di Dubai.

Verso la fine troviamo un capitolo intitolato “psicologia delle grandi opere”. Che significa?

E’ un capitolo molto interessante, perché al suo interno ci si domanda come sia possibile che i cittadini continuino a finanziare gioiosamente le grandi opere, pur ricevendo dalla loro costruzione unicamente conseguenze negative, sotto il profilo economico, ambientale e sociale. In realtà si tratta di un vero e proprio fenomeno di plagio, messo in atto dall’informazione e dalle classi politiche, che induce la pubblica opinione ad accettare l’assioma in virtù del quale le grandi opere producono progresso e ricchezza. Un assioma mai dimostrato, sostenuto attraverso slogan e frasi fatte contro l’evidenza determinata da migliaia di studi economici e scientifici, ma preso per buono dalla maggior parte della popolazione abituata ad informarsi solamente attraverso la TV ed i quotidiani.

Fonte: terranauta.it

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