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Ecologia, Salute ed Economia

Archive for the ‘rifiuti’ Category

Google finanzia energia pulita da alghe offshore

Posted by darmel su 18 settembre 2009

La Nasa si prepara a progettare sistemi per la raccolta di alghe cresciute in appositi sacchetti di plastica in mare per produrre biocarburanti senza consumare acqua e sottrarre terra all’agricoltura e depurando, al tempo stesso, le acque reflue e i liquami che non saranno piu’ scaricati in mare. Un sistema vincente da un lato per la produzione di biocombustibile e dall’altro per la capacita’ del sistema di fare da filtro alle acque sporche.

L’idea e’ venuta allo scienziato Jonathan Trent e arriva direttamente dallo studio di tecniche per migliorare la qualita’ della vita degli astronauti nello spazio, che possono disporre di risorse limitate come l’acqua.

Tra i finanziatori troviamo anche i fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin che affermano di aver investito $ 250.000 nel progetto di Trent e nel continuo impegno di sviluppare un biocarburante dalle alghe utilizzando soprattutto una tecnologia low-tech: le acque reflue. Si utilizzerebbero sacchi di plastica o involucri (gli stessi che vengono utilizzati ora dalla NASA per studiare il riciclaggio delle acque sporche nelle missioni spaziali) con membrane semi-permeabili, che utilizzano una particolare applicazione dell’osmosi, da posizionare nell’oceano per consentire al flusso di acqua di scorrervi attraverso per farvi crescere delle alghe.

”Il motivo per cui le alghe sono cosi’ interessanti e’ dovuto all’elevata capacita’ produttiva di alcune specie”, ha affermato Jonathan Trent, a capo del team di ricerca al centro Nasa di Moffett Field, California. Semplicemente confrontandola con le altre materie prime impiegate ci si accorge come, a fronte di una produzione annuale di circa 50 litri di olio per ettaro dalla soia, di 160 l dalla colza e di quasi 600 l dalla palma, con alcuni tipi di alghe si potrebbe arrivare a produrre fino a 2.000 litri di olio”. La competizione con le colture alimentari, la sottrazione di spazio utile e le richieste idriche dei processi di sintesi sono i punti deboli di una tecnologia che continua a suscitare polemiche. Un’opzione ad alta sostenibilita’, in tal senso, e’ quindi rappresentata dalle alghe, al cui vantaggio di assicurare una produzione energetica per ettaro piu’ elevata rispetto a qualsiasi altra fonte bioenergetica, si somma la capacita’ di riutilizzare metalli pesanti e residui di idrocarburi.

Il progetto Nasa mira a prendere di petto il problema relegando il processo in mare ed affidando alla natura stessa lo svolgimento di alcune fasi. ”L’ispirazione che avevo era di utilizzare dei sacchetti costituiti da membrana per farvi crescere offshore le alghe”, continua Trent. Un concetto semplice ed elegante secondo il suo ideatore che prevede, dunque, il riempimento di buste di plastica in membrana semi permeabile con acque reflue e liquami, ottimo terreno di crescita per questi organismi. Questa sorta di isole artificiali riceverebbero direttamente la luce del sole e attraverso l’osmosi assorbirebbe la CO2 atmosferica rilasciando ossigeno e acqua dolce; alla capacita’ termica del mare il compito di controllare la temperatura mentre le onde manterrebbero il sistema in movimento e dunque attivo. Inoltre i sacchetti dopo due anni di utilizzo verrebbero riciclati.

Fonte:
progettonuovaenergia.blogspot.com
ischiablog.it

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Abolite l’elenco telefonico, costa 5 milioni di alberi l’anno

Posted by darmel su 11 settembre 2009

Elenchi telefonici? No, grazie. A chiederlo è il popolo di internet che, tramite una protesta verde partita dagli Stati Uniti e approdata anche in Italia, invita le compagnie di distribuzione a lasciare agli utenti la possibilità di scegliere se ricevere o meno gli elenchi.

Contro una consegna a pioggia, che spesso non raggiunge chi ne ha davvero bisogno, ma arriva nelle case di chi quegli enormi volumi non li scarterà neanche; contro i costi di produzione e consegna; contro soprattutto lo spreco di carta, acqua e carburante.

Il movimento chiede di lasciare all’utente la libertà di stabilire, a seconda dei casi, se il servizio sia più o meno utile. In modo così che ognuno decida se lo vuole oppure no.

Quand’è l’ultima volta che ne avete consultato uno? Se avete bisogno di un numero di telefono cosa fate per procurarvelo? Per molti la risposta sarà internet. Ecco quindi che dagli Stati Uniti parte la campagna “Ban the Phone Book”, ovvero “Aboliamo l’elenco”. Prima con l’apertura di un sito (www.banthephonebook.org) e poi con un sondaggio (l’81% dei consumatori intervistati è d’accordo).

Soprattutto a fronte dei dati diffusi dal sito: sarebbero 5 milioni gli alberi utilizzati ogni anno per la realizzazione delle “pagine bianche” americane e le operazioni di riciclo costerebbero ai contribuenti oltre 17 milioni di dollari annui. Inoltre il 75% degli intervistati dichiara di non essere a conoscenza dell’impatto ambientale ed economico delle operazioni di stampa, recapito e riciclaggio dei volumi.

In Italia le voci di protesta sono ancora poche e soprattutto meno organizzate. Un giro rapido della rete consente di scoprire che nel 2008 è stata lanciata una petizione online rivolta al ministero delle Comunicazioni che ha reclutato appena 34 firmatari. “Perché, a partire dal prossimo anno, non si trova il modo di chiedere chi vuole, e chi no, ricevere questi elenchi, riducendo così lo spreco di risorse?”. Questo il testo della petizione.

Più seguito è sicuramente il gruppo di Facebook “Eliminiano gli elenchi cartacei per chi ha internet” dove, intorno al fondatore Stefano Belardini, si sono riuniti un centinaio di interessati. “Sono un avvocato ma con degli amici ho fondato una onlus per la costruzione di pozzi di acqua potabile nei villaggi del Mali – spiega Stefano – Per questo sono molto sensibile al tema dell’acqua e in generale a quello dell’ambiente. Basti pensare che per fare 1kg di carta ci vogliono 500 litri di acqua e 2kg di legname. E’ assurdo che chi ha internet a casa o negli uffici si debba ancora vedere consegnare chili e chili di carta. Vorrei che almeno le persone possano su propria iniziativa dichiarare di non voler ricevere il cartaceo”.

Sui reali numeri di produzione e distribuzione degli elenchi in Italia è proprio la Seat Pagine Gialle, in qualità di editore di PagineBianche e PagineGialle, a fornire i dati aggiornati. Ogni anno vengono distribuite alle famiglie italiane 27,7 milioni di copie del volume PagineBianche e 22,5 del volume Pagine Gialle, utilizzando un totale di 45mila tonnellate di carta. Si tratta di carta speciale per elenchi, acquistata per il 45% in Finlandia, il 45% in Svezia e il 10% in Canada. Sul totale il 30% è carta riciclata e il 70% proviene da foreste oggetto di piani di riforestazione. Dagli anni ’70 è inoltre attivo un servizio di ritiro sul territorio italiano degli elenchi distribuiti nell’anno precedente.

A fronte dei milioni di volumi che Seat dichiara di distribuire ci sono però, secondo i dati GfK Eurisko dell’ultimo trimestre forniti sempre da Seat, 23,9 milioni di consultatori. Quanto basta per far pensare che gli italiani che utilizzano gli elenchi cartacei sono un numero inferiore rispetto alle copie distribuite e che probabilmente questi italiani preferiscono la versione online o altri servizi. Per loro, magari non proprio per tutti ma sicuramente per chi ha a cuore la questione ambientale e il risparmio energetico, arriva il consiglio degli avvocati del Codacons.

Ad ogni modo io personalmente ho già chiesto al mio operatore telefonico italiano di non ricevere più l’elenco telefonico… io non so davvero che farmene. Fatelo anche voi se non vi serve! Basta consumare risorse senza rendercene conto.
Spesso la gente si chiede cosa può fare per aiutare il mondo o la natura. In verità l’azione del singolo è molto importante e si può fare davvero tanto, con tanti piccoli cambiamenti… e questo può essere il primo. Chiamate il vostro operatore telefonico!

Fonte: repubblica.it

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Vortice dei rifiuti nell’oceano Pacifico, la situazione è peggiore del previsto

Posted by darmel su 1 settembre 2009

Lo chiamano Pacific Trash Vortex, il vortice di spazzatura dell’Oceano Pacifico, ha un diametro di circa 2500 chilometri è profondo 30 metri ed è composto per l’80% da plastica e il resto da altri rifiuti che giungono da ogni dove. “E’ come se fosse un’immensa isola nel mezzo dell’Oceano Pacifico composta da spazzatura anziché rocce. Nelle ultime settimane la densità di tale materiale ha raggiunto un tale valore che il peso complessiva di questa “isola” di rifiuti raggiunge i 3,5 milioni di tonnellate”, spiega Chris Parry del California Coastal Commission di San Francisco, che è da poco tornato da un sopralluogo.

Questa incredibile e poco conosciuta discarica si è formata a partire dagli anni Cinquanta, in seguito all’esistenza della North Pacific Subtropical Gyre, una lenta corrente oceanica che si muove in senso orario a spirale, prodotta da un sistema di correnti ad alta pressione. L’area è una specie di deserto oceanico, dove la vita è ridotta solo a pochi grandi mammiferi o pesci.

Per la mancanza di vita questa superficie oceanica è pochissimo frequentata da pescherecci e assai raramente è attraversata anche da altre imbarcazioni. Ed è per questo che è poco conosciuta ai più. Ma proprio a causa di quel vortice l’area si è riempita di plastica al punto da essere considerata una vera e propria isola galleggiante. Il materiale poi, talvolta, finisce al di fuori di tale vortice per terminare la propria vita su alcune spiagge delle Isole Hawaii o addirittura su quelle della California.

In alcuni casi la quantità di plastica che si arena su tali spiagge è tale che si rende necessario un intervento per ripulirle, in quanto si formano veri e propri strati spessi anche 3 metri. La maggior parte della plastica giunge dai continenti, circa l’80%, solo il resto proviene da navi private o commerciali e da navi pescherecce.

Nel mondo vengono prodotti circa 100 miliardi di chilogrammi all’anno di plastica, dei quali, grosso modo, il 10% finisce in mare. Il 70% di questa plastica poi, finirà sul fondo degli oceani danneggiando la vita dei fondali. Il resto continua a galleggiare.

Gli scienziati hanno trovato una situazione peggiore del previsto. E’ diventato più “denso” il vortice dei rifiuti che galleggia nell’Oceano Pacifico, dove il gioco delle correnti raduna in un’area grande quanto la Francia i frammenti di plastica provenienti da tutto il mondo.

Sta terminando la spedizione del Project Kaisei organizzata dallo Scripps Institution of Oceanography. che ha mandato sul posto due navi.

Si era parlato della possibilità di trasformare quella plastica in carburante, ma ora non se ne fa più cenno. Ecco comunque i risultati.

Gli scienziati sono rimasti impressionati dalla quantità di plastica in cui si sono imbattuti e dalla crescente densità del vortice dei rifiuti.

Le Bbc News riportano le dichiarazioni di Mary Crowley , che era stato sul posto per la prima volta trent’anni fa. Allora, egli riferisce, si incontravano pezzi di plastica isolati.

Adesso, dice, la situazione è sorprendentemente cambiata. In mezz’ora si possono tranquillamente contare 400 pezzi di plastica sulla superficie dell’oceano.

Il vortice dei rifiuti si trova in una zona del Pacifico lontana dalle rotte commerciali e in cui raramente le imbarcazioni si avventurano. E’ impressionante, dicono ancora gli scienziati, vedere una così forte impronta della presenza umana a centinaia e di chilometri di distanza dalle coste e in un luogo assolutamente deserto.

I ricercatori ora contano di effettuare numerose analisi di laboratorio sui campioni di plastica che hanno raccolto, in cerca di sostanze tossiche.

Fra l’altro è di poche settimane fa la notizia che la plastica non è indistruttibile ma si decompone in mare rilasciando sostanze pericolose.

Il vortice dei rifiuti si trova fra le Hawaii e il Giappone. Fu scoperto nel 1997 dall’oceanografo Charles Moore. Continuerà a crescere finchè ci sarà plastica che finisce in mare.

Il sole e l’azione delle onde trasformano lentamente la plastica in minuti frammenti. Il mare somiglia ad un minestrone di immondizia.

Sulle Bbc News vortice dei rifiuti del pacifico, la situazione è peggiore del previsto

Fonte:
Blogeko.info
decrescitafelice.it

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Un sedicenne trova il modo di degradare la plastica

Posted by darmel su 27 agosto 2009

Daniel Burd era stufo di avere a che fare con gli indistruttibili sacchetti di plastica e ha trovato dei batteri in grado di decomporli molto rapidamente. La plastica viene decomposta in settimane, invece che in secoli, e il processo avviene a temperatura ambiente.

Il primo esperimento e’ stato veramente banale: ridurre la plastica in polvere, aggiungervi acqua di rubinetto, lievito, un po’ di sporcizia da discarica e lasciare il tutto a 30 gradi per qualche tempo. I microrganismi si riprodussero e dopo qualche settimana Daniel aveva delle colture batteriche con cui lavorare.

Daniel mise delle strisce di plastica dentro delle provette, di cui alcune contenevano i batteri e una solo acqua bollita (sterile). Dopo 6 settimane le strisce di plastica nelle fialette con i batteri pesavano il 17% in meno, mentre quella nella fiala di controllo non aveva subito variazioni di peso. La decomposizione batterica funzionava!!!

Daniel a questo punto identificò le specie batteriche presenti nel suo brodo e scopri che vi erano 4 ceppi, di cui uno (Sphingomonas) attivo nel degradare la plastica ed uno (Pseudomonas) che, pur non degradando direttamente, favoriva l’azione del primo.

Ora si trattava di trovare le migliori condizioni di crescita per questi due ceppi che, a 37 gradi, una concentrazione ottimale e l’aggiunta di acetato di sodio, riescono a degradare la plastica del 43% in 6 settimane. Il tutto funziona anche con sacchetti di plastica interi, non polverizzati.

Grazie a questa ricerca Daniel ha vinto il primo premio alla Canada Wide Science Fair in Ottawa, e abbastanza soldi da poter andare all’università, dove intende studiare scienze.

Fonte: ecowiki.it

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No-Impact Man, vivere con zero rifiuti si può

Posted by darmel su 22 giugno 2009

Ormai è partita la moda dei film-documentari sull’ecologia. A breve verrà rilasciato il trailer di No-Impact Man, un nuovo film che si aggiunge al filone degli eco-movie.  La storia è basata sulla vicenda di Colin Beavan e della sua famiglia, che come in un reality show si è sottoposto ad un esperimento durato un anno in cui si è tentato di vivere con uno stile di vita con zero rifiuti nella città di New York.

Lo scopo del film è aumentare l’auto-consapevolezza che è possibile per ognuno vivere senza produrre rifiuti, o riducendoli all’osso. Tra alcuni momenti di sentimentalismo, la maggior parte del film presenta un interessante commento alle sfide della transizione ad uno stile di vita che è coerente con il valore ecologico.

Particolarmente interessante è stato l’argomento del cambiamento radicale dello stile di vita. La moglie del protagonista, Michelle Conlin, era un amante di Prada e di Starbucks, e perciò inizialmente sembrava poco interessata alla faccenda. Ma, procedendo nel film, i vantaggi del loro nuovo stile di vita la coinvolgono sempre più, ed è qui la sua vera vittoria. Un esempio del cambiamento di vita è l’alimentazione, che dimostra come sia possibile evitare di mangiare cibi confezionati, una cosa che pare impossibile negli Stati Uniti. L’alimentazione ecologica si basa sulla cucina locale, spiega addirittura come comportarsi al mercato, riconoscere i prodotti lattiero-caseari locali, e tutti i comportamenti che in America possono sembrare assurdi, mentre per noi bene o male sono all’ordine del giorno.

Se il film sarà considerato soltanto come un prodotto per ambientalisti fricchettoni, magari messo nel cassetto con la scritta “film di serie B” come quelli di Al Gore, di Leonardo Di Caprio, o il più recente Home, e non come uno studio valido sul campo che tenta di far capire che la bassa incidenza dello stile di vita è possibile, probabilmente il mondo avrà ben poche speranze di sopravvivere a lungo. Il film uscirà in America tra qualche settimana, per vederlo in Italia bisognerà attendere un po’ di più, sempre che la produzione non decida di rilasciarlo on-line con i sottotitoli.

Fonte: ecologiae.com

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Guida al riciclo: a Milano Amsa mette a disposizione il sito “dove lo butto?” consulente ecologico virtuale

Posted by darmel su 10 aprile 2009

 

Si chiama “dove lo butto?” ed accorre in aiuto di tutti quelli che, di fronte a un rifiuto, non sanno da che parte buttarlo per un corretto riciclo. Si trova all’ indirizzo www.dovelobutto.net e dispone di un simpatico “assistente virtuale” che indica, inserendo il nome del rifiuto, dove va buttato.
Milano è la prima grande città italiana e una delle poche a livello europeo in cui sia stato attivato su tutto il territorio, centro e periferia, un sistema di raccolta differenziata “porta a porta”: ad eccezione di alcune postazioni stradali per carta e vetro, infatti, tutto il rifiuto indifferenziato e la quasi totalità del rifiuto differenziato è stoccato in spazi privati e conferito a piano strada nei giorni e negli orari comunicati da Amsa a ciascuno stabile.

VIA I CASSONETTI STRADALI
Questo sistema ha permesso di eliminare completamente i cassonetti stradali per la raccolta dei rifiuti indifferenziati e quasi completamente le campane per la raccolta differenziata della carta e del vetro (attualmente sono presenti sul territorio circa 225 postazioni), con effetti positivi in termini di igiene e di decoro urbano.

IL SERVIZIO DI RACCOLTA RIFIUTI
Il servizio di raccolta rifiuti viene svolto tra le ore 6.00 e le ore 11.50 del mattino: in particolare entro le ore 8.00 i camion dedicati alla raccolta devono uscire dalle zone centrali e tra le ore 8.00 e le ore 11.50 dalle zone esterne. La raccolta dei rifiuti a Milano viene effettuata presso ogni stabile due giorni alla settimana; in entrambi i giorni si raccolgono i rifiuti indifferenziati, mentre in una sola delle due giornate gli operatori di Amsa raccolgono i sacchi gialli per plastica e metallo e svuotano i cassonetti condominiali per la raccolta differenziata di carta e vetro.

Il servizio di raccolta rifiuti ingombranti a domicilio è offerto ai cittadini milanesi gratuitamente, con alcuni limiti (peso, volume e dimensioni), nel rispetto delle modalità determinate nell’ Ordinanza del Sindaco per la Raccolta Differenziata dei Rifiuti, in vigore dall’ 8 febbraio 2001.

Fonte: mondoecoblog.com

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Greenvision Ambiente: l’anima bio dell’immondizia

Posted by darmel su 9 aprile 2009

I tedeschi, si sa, nelle tecnologie «verdi» sono dei maestri. E in Italia le prime ricadute di questa supremazia si avvertono in Alto Adige. Se n’è accorta anche Greenvision Ambiente, la società del gruppo Burani quotata al mercato Expandi che, nell’estate del 2007, ha acquisito il 51% di Ladurner Ambiente (il gruppo Ladurner ha mantenuto il 49%), azienda di Lana (Bolzano). Grazie anche a quell’acquisizione, Greenvision Ambiente si appresta a comunicare i dati del 2008 che, come anticipa a Economy l’amministratore delegato, Marco Benassi, vedono il giro d’affari «nelle vicinanze dei 230 milioni, con un ebitda che tende al 10%».
Il business della società di San Polo d’Enza (Reggio Emilia) si articola in tre segmenti. I prodotti e le attività di ecoedilizia, le energie «rinnovabili» e i servizi ambientali. All’interno del segmento «rinnovabili» rientra la costruzione di impianti che smaltiscono l’immondizia in modo biologico, senza incenerimento, ma con un trattamento meccanico-biologico di cui Ladurner ha una tecnologia esclusiva e brevettata.
Realizzati in un tempo massimo di 12-14 mesi, garantiscono una riduzione dei volumi del 50%: con 100 tonnellate di rifiuti si producono 50 tonnellate di combustibile. E soprattutto hanno un grande vantaggio: la tecnologia Ladurner offre dei tempi di processo che sono la metà di quelli necessari agli impianti prodotti dai concorrenti, assicura Benassi: due settimane per trasformare i rifiuti.
Altro che incenerimento con i relativi timori sulle emissioni di diossina: qui non si brucia nulla. Unica controindicazione: questi rifiuti devono poi essere utilizzati in centrali a carbone o in cementifici, che non possono essere troppo lontani dall’impianto. Così a Fusina (Venezia), la maggiore installazione firmata Greenvision, in grado di trattare 200 mila tonnellate l’anno di immondizia, il Cdr (combustibile da rifiuti) viene destinato alla vicina centrale dell’Enel.
«In questo momento gli impianti di Venezia e di La Spezia sono quelli di maggiori dimensioni» spiega l’amministratore delegato «ma, compresi quelli più piccoli e altri impianti destinati invece al biogas, ne abbiamo realizzati un centinaio: adesso puntiamo all’estero, dove abbiamo già avviato dei contatti nei Paesi dell’Est, nell’area del Golfo e in Nord Africa».
Un altro filone che promette sviluppi interessanti è il trattamento dei fanghi da depurazione delle acque reflue. «Possono essere bruciati, ma è molto costoso, noi abbiamo una tecnologia di essiccazione che permette di ridurre molto l’umidità, e quindi il peso, con un procedimento di ossidazione» aggiunge Benassi. Che conclude: «Noi mettiamo a disposizione la forza del gruppo, lasciando autonomia alle società operative: siamo criticati perché abbiamo molte minorities, ma grazie a questo modello abbiamo potuto presentare a Ladurner una possibilità interessante, e l’operazione è stata chiusa con successo».

Fonte: blogonomy.it

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Emergenza rifiuti in Italia: le 10 proposte concrete di Legambiente

Posted by darmel su 7 aprile 2009

LIVORNO. 10 proposte per risolvere concretamente, e con risvolti positivi sul piano economico e occupazionale, l’emergenza rifiuti in Italia: è questo il piano di lavoro individuato da Legambiente e illustrato, oggi a Roma, nel corso del convegno “Rifiuti Made in Italy”. Rivolgendosi al Governo e al Parlamento e supportata da un nutrito gruppo di operatori del settore e di rappresentanti di istituzioni, Legambiente ha provato ad indicare la strada per migliorare la gestione dei rifiuti, partendo dalle buone pratiche da replicare e le modifiche normative necessarie per il recepimento della direttiva europea.

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Nestlè: uova di Pasqua ad imballaggio ridotto

Posted by darmel su 7 aprile 2009

Le uova di Pasqua Nestlé in vendita nel Regno Unito hanno molto meno imballaggio di quelle in vendita in Italia. La multinazionale ha ridotto l’imballaggio del 30% e sostituito buona parte della plastica usata come protezione delle uova con del cartone riciclato e riciclabile. La promozione dice a grandi lettere “facile da riciclare”.

In Italia non si vedono le stesse campagne ecologiche su cui punta la filiale britannica, ma si punta all’abbinamento del marchio con altri prodotti (I Cesaroni, Shrek, Le Cronache di Narnia…). Forse che in Italia la Nestlé sappia che chi e’ sensibile a certi temi come l’ecologia probabilmente boicotta il marchio per via del latte in polvere?

In Italia le uova di cioccolato richiedono un enorme volume di trasporto, cosa che potrebbe essere evitata se i consumatori smettessero di preferire la confezione “col fiocco in alto” al posto di quella “a forma di uovo”. Se ci fate caso, anche le uova bio o quelle equo-solidali sono confezionate col fiocco in alto. Altro modo di ridurre il traffico dovuto al trasporto di uova di Pasqua e’ scegliere quelle piene. Se ne sprecano meno (quelle rotte) e si porta in giro meno spazio vuoto.

Fonte:
ecowiki.it
nestle.co.uk

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Le scandalose verità del nucleare

Posted by darmel su 1 aprile 2009

Lungo le strade nella provincia russa di Čeljabinsk, negli Urali meridionali, si notano strani cartelli stradali che esortano chi transita a chiudere finestrini e prese d’aria. Fino al 1991 questi luoghi erano severamente vietati agli stranieri (in parte lo sono ancora) ed erano sconosciuti al resto del mondo. Alcune città della zona non compaiono neppure nelle mappe geografiche perché ufficialmente non esistono. L’aria, la terra e le acque apparentemente normali della provincia di Čeljabinsk contengono la morte. Una morte invisibile fatta di radiazioni.
È qui che sorgono e sono ancora abitati Čelyabinsk-40, Čelyabinsk-65 e Čelyabinsk-70, i centri segreti russi dove furono installati, dopo la Seconda Guerra Mondiale, i maggiori complessi nucleari dell’Unione Sovietica. Čelyabinsk-40, più nota come Mayak, che in russo significa faro, è considerato il luogo più contaminato della Terra da rifiuti radioattivi.
Tuttora sede di un impianto per la produzione di plutonio destinato alla fabbricazione di bombe atomiche, l’area attorno a Mayak dal 1949 al 1967 è stata oggetto di continui e sistematici rilasci di enormi quantità di radionuclidi (elementi radioattivi) nell’ambiente, soprattutto nelle acque del fiume Techa e del lago Karachy (ormai non più potabili e prive di vita), nonostante se ne conoscessero perfettamente i pericoli.
In tutti questi anni la popolazione della zona, formata perlopiù da contadini che vivono in condizioni di estrema povertà e ignoranza, è stata esposta ad una quantità di radiazioni paragonabile a quella ricevuta dai superstiti di Hiroshima e Nagasaki. Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sono morti e continuano a morire per tumori e malformazioni congenite, nell’indifferenza delle autorità.
La Russia è una bomba nucleare ad orologeria. Nessuno sa con esattezza qual è la quantità esatta di scorie radioattive disseminate nell’ambiente in 40 anni di guerra fredda (si parla di parecchie decine di milioni di metri cubi tra rifiuti liquidi e solidi). Il problema è particolarmente grave perché le risorse economiche russe sono insufficienti ad affrontarlo e mancano adeguati controlli a causa dello scenario di completo caos nell’amministrazione statale, seguito alla disgregazione dell’Unione Sovietica.
Gli altri Paesi che hanno sviluppato attività e programmi nucleari però non sorridono. Negli Stati Uniti, esattamente come in Russia, la gestione dei rifiuti nucleari è stata in mano ai militari fino a vent’anni fa. Ciò ha comportato l’assenza di una supervisione civile e pubblica sulle modalità di smaltimento.
Oggi l’eredità della gestione militare americana, non molto attenta all’ambiente e alla salute dei cittadini, ammonta a 37 milioni di metri cubi di scorie radioattive disseminate in vari siti, spesso semplicemente sepolte sotto terra senza alcuna protezione (sono 10 le principali aree contaminate). Il Dipartimento dell’energia (DOE), che da un decennio sovrintende tutto il settore nucleare, compresa la produzione di armamenti, stima un periodo tra i 70 e i 100 anni, con una spesa da 200 a 1.000 miliardi di dollari, per risolvere la questione.
In Europa i rifiuti radioattivi provengono per lo più dal settore civile, non essendoci stata la corsa agli armamenti atomici come per gli USA e l’URSS. La produzione attuale di scorie nell’Unione Europea ammonta a circa 40.000 metri cubi l’anno. La dimensione del problema è variabile nei vari Paesi secondo i diversi sviluppi dei programmi nucleari. Francia e Gran Bretagna sono i principali produttori, avendo non solo il maggior numero di reattori attivi (rispettivamente 59 e 19), ma anche importanti programmi militari.

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