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Ecologia, Salute ed Economia

Archive for the ‘sostenibilità’ Category

La Grande Fame

Posted by darmel su 10 gennaio 2011

Grano_import_export_2010.jpg

Principali Paesi esportatori (verdi) e importatori (rossi) di cereali per milioni di tonnellate 2009/2010

Cos’hanno in comune la rivolta in corso in Algeria, gli incendi estivi in Russia e le inondazioni in Australia? La risposta è l’aumento del prezzo dei cereali che ha raggiunto il suo picco all’inizio del 2011. Il prezzo è aumentato del 32% da giugno a dicembre 2010 e continua a salire. Le ultime rivolte per il cibo, i vecchi “assalti ai forni“, avvennero nel 2008 in molti Paesi, tra cui l’Egitto, la Somalia e il Cameroun in occasione del precedente picco. Rispetto ad allora la situazione è cambiata in peggio. Alcuni tra i principali produttori di cereali sono stati colpiti da siccità come l’Argentina e gli Stati Uniti, da inondazioni come l’Australia o da un caldo infernale, mai registrato nell’ultimo secolo, come la Russia. I Paesi importatori devono pagare di più, ma spesso non è sufficiente per ottenere la quantità di cibo necessaria.

La Russia, finora la terza esportatrice di frumento, dovrà importare 5 milioni di tonnellate di cereali e insieme all’Ucraina ha posto restrizioni all’esportazione. La Cina, da nazione esportatrice, è diventata importatrice, in prevalenza da Argentina e Stati Uniti, a causa dell’urbanizzazione e della crescente scarsità d’acqua. Nei primi sette mesi del 2010 la Cina ha importato circa 38 milioni di tonnellate di cereali, con un aumento del 20% anno su anno. La sola quantità di grano importata nel 2010 è stata 56 volte quella del 2009. Nel mondo le prime nazioni importatrici sono nelle aree del Nord Africa e nel Medio Oriente. Non sorprende che la prima reazione sia avvenuta in Algeria ed è probabile che si possa estendere a macchia d’olio. Secondo la FAO un miliardo di persone nel mondo soffre la fame. Il peggioramento del clima e la diminuzione dei raccolti, un andamento che non sembra reversibile nei prossimi anni, non potrà che aumentare il numero degli affamati e delle nazioni che terranno per sé i loro raccolti. Primum vivere.

La Comunità Europea nel suo complesso per ora esporta cereali, ma tra tutti i suoi membri la prima importatrice di cereali dall’esterno della UE è l’Italia. Non sembra vero, ma riusciamo a eccellere nel peggio con una tenacia formidabile. Nel periodo gennaio/luglio 2010 abbiamo importato ben 6,7 milioni di tonnellate di cereali. L’autosufficienza alimentare è la prima assicurazione per il nostro futuro. E’ necessario il rilancio dell’agricoltura. Meno cemento e più campi di grano.

Fonte: beppegrillo.it


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Quibio, la bioplastica tutta italiana

Posted by darmel su 15 marzo 2010

Dall’idea di due cagliaritani, Giuseppe Brau e Maria Grazia Sanna, 10 anni fa è nato Quibio, portale specializzato nell’e-commerce di prodotti in bioplastica, biodegradabile e compostabile al 100%. I prodotti possono essere acquistati sul sito di Quibio e verranno spediti gratuitamente in tutta Italia in sole 48 ore, questo è quanto promettono alla Quibio.

Ci sono utensili per la casa ad uso quotidiano, ed usa e getta, di tutte le categorie, tutti rigorosamente col prefisso bio: biobicchieri e biotazzine, biovaschette, biopannolini, biopattumiere, biopiatti, biociotole, biotovaglie, bioposate, biogiochi, bioguanti… insomma, di tutto e di più.

I prezzi sembrano abbastanza competitivi. I pannolini, ad esempio, in confezione da 30 vengono intorno ai 14 euro, e non dimentichiamoci il trasporto gratuito (con un ordine minimo di 30 euro) e la possibilità di ricevere i prodotti comodamente a casa nostra. Un po’ più costose mi sono sembrate invece le posate: una confezione da cinquanta forchette in bioplastica costa intorno agli 8 euro, quando nei supermercati si trovano anche 100 posate ad un euro. Ma non si può avere tutto, e l’ecosostenibilità spesso, si sa, che ha costi proibitivi. Va meglio per le tovagliette in carta riciclata che partono dai sei euro. La Quibio fornisce carte da imballaggio, sacchetti biodegradabili e altri prodotti a molte aziende italiane, senza dimenticare i privati. La mission dell’azienda è fornire:

Posate, piatti, bicchieri e tutti quei prodotti di largo consumo destinati a trovare una collocazione nel mercato, tra gli utenti ecosensibili che preferiscono l’utilizzo di oggetti rispettosi della natura. Il nostro primo obiettivo è la sensibilizzazione all’utilizzo dei prodotti ecocompatibili nel settore dell’usa e getta.

Insomma un usa e getta tutto italiano e tutto biodegradabile, che si propone su larga scala, con prodotti di vario genere, e che festeggia il suo decennale nell’e-commerce con un po’ di sana pubblicità. Anche quella, rigorosamente, bio.

Fonte:
Quibio.it
ecologiae.com

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Fa’ la cosa giusta! Milano 2010 – Fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili

Posted by darmel su 13 marzo 2010

In questi anni è andato crescendo l’interesse per il mondo che si riconosce nella definizione di “Economia Solidale”: un sistema di relazioni economiche e sociali che pone l’uomo e l’ambiente al centro, cercando di coniugare sviluppo con equità, occupazione con solidarietà e risparmio con qualità. Sempre più realtà produttive, infatti, intraprendono un percorso di sostenibilità ambientale e responsabilità sociale e, al contempo, cresce il numero di cittadini consapevoli dell’importanza e della forza che risiede nella loro capacità di partecipazione diretta e nelle loro scelte di acquisto.

Per questi motivi, Terre di Mezzo ha dato vita al “Fa’ la cosa giusta!”, un evento che si propone di diffondere sul territorio nazionale le “buone pratiche” di consumo e produzione, dando vita a eventi in grado di comunicare i valori di riferimento dell’Economia Solidale e valorizzare le specificità e eccellenze del territorio, in rete e in sinergia con il tessuto istituzionale, associativo e imprenditoriale locale.
Nata nel 2004 a
Milano, Fa’ la cosa giusta! è giunta alla sua 7° edizione nazionale presso i 22.000mq dei padiglioni 1 e 2 di fieramilanocity e ha visto la presenza di 50.000 persone(+25%), 5000 studenti e 640 giornalisti accreditati, che hanno visitato gli oltre 500 stand presenti (+20%).

La sezione speciale si chiama Critical Fashion, un vero e proprio “salone nel salone” dedicato alla ‘moda critica’, bella e giusta. Saranno presentati progetti e prodotti mirati a valorizzare l’estetica, lo stile e le tendenze insieme alle loro qualità etiche. Dall’abbigliamento alle scarpe, dai gioielli al tessile casa. Saranno 14 le sezioni tematiche di Fa’ la cosa giusta! 2010: dall’editoria indipendente all’economia carceraria, dalla casa sostenibile al turismo solidale e poi ancora energie rinnovabili, ecoprodotti, progetti di educazione alimentare, finanza etica, commercio equo e solidale e molto altro.

Tra le novità dell’anno uno spazio per il diritto al cibo, una piazza, dedicata alla sovranità alimentare, chiamata Kuminda, che in una lingua della antille significa ‘cibo’. Il progetto ”Verde di Tutti” punta invece a dare nuove idee e buone pratiche per rendere più verde le nostre case e città, favorendo l’incontro con gruppi e associazioni che lavorano per riconquistare gli spazi pubblici e abbandonati della città. Infine l’ultima novità sarà la Scuola di AltRa amministrazione, in cui verranno presentate le migliori iniziative sperimentate dalle amministrazioni comunali nel corso degli ultimi anni. Ci sarà anche un intenso programma culturale che attraverso incontri, workshop, laboratori e lectio magistralis darà la possibilità di conoscere da vicino temi e protagonisti dell’economia solidale.

Fa’ la cosa giusta! si terrà a fieramilanocity, viale Scarampo 14, Milano.
MM1 Amendola Fiera o Lotto. Padiglioni 1 e 2, ingresso da P.ta Scarampo

Giorni e orari di apertura:
Venerdì 12 marzo: 9-21
Sabato 13 marzo: 9–23
Domenica 14 marzo: 10–19

Per ulteriori informazioni: www.falacosagiusta.org

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Jeremy Rifkin: riduciamo i consumi di carne

Posted by darmel su 3 novembre 2009

Tutti gli scritti del professor Jeremy Rifkin, economista di fama mondiale, hanno in qualche modo influenzato le opinioni di studiosi e politici. Difficile dire lo stesso per Ecocidio, il saggio uscito quasi vent’anni fa contro quella che viene definita la «cultura della bistecca».

Professor Rifkin, il suo j’accuse contro un sistema alimentare basato essenzialmente sul consumo di carne è rimasto praticamente inascoltato. Perché?
In effetti è un problema di cui nessuno vuole parlare – risponde Rifkin –. Pochi sanno che l’allevamento e la produzione di carne contribuiscono al riscaldamento globale più di tutti i mezzi di trasporto messi insieme. La produzione di carne è in assoluto la seconda causa di emissioni di gas serra sul pianeta (la prima è il riscaldamento degli edifici). Eppure nessun leader politico dei 175 paesi nel mondo ha mai speso una sola parola su questo tema, inclusi Obama e Al Gore.
Siamo nel mezzo di una crisi economica, ambientale ed energetica senza precedenti che sta mettendo a repentaglio la stessa sopravvivenza della nostra specie. In questo contesto osservo che, da un lato, l’allevamento occupa il 28% delle terre non ghiacciate del pianeta e 1,3 miliardi di capi di bestiame consumano una spropositata quantità di risorse, mentre dall’altro lato 850 milioni di persone soffrono per scarsa nutrizione. L’assurdo è che delle grandi quantità di cereali prodotte nel mondo, solo un terzo viene destinato all’alimentazione umana. Il resto viene destinato a foraggio per il bestiame allevato nei paesi ricchi, dove per contro si muore per malattie come cancro, colesterolo, infarto, diabete. Vale a dire malattie spesso causate da un eccessivo consumo di carne.
Credo sia arrivato il tempo di discutere a livello globale sul l’impatto che questo tipo di agricoltura sta avendo sulla nostra economia, sull’ambiente e sui milioni di persone che ogni giorno muoiono di fame.

Qualcosa le fa credere che sia in atto una maggiore presa di posizione nella giusta direzione, o l’atteggiamento è rimasto quello di allora?
Potrei citare Rajendra Pachauri, premio Nobel per la pace nel 2007 insieme ad Al Gore, il quale ha dichiarato pubblicamente che la migliore soluzione per contrastare il cambiamento climatico è la riduzione del consumo di carne. Ma nessuno sembra abbia colto il valore di quella dichiarazione. Paul McCartney ne ha parlato, sua moglie Linda, deceduta di tumore, ha scritto la prefazione del mio libro per l’edizione inglese, io ne ho parlato, il ministro tedesco dell’Ambiente ne sta parlando.
Negli Usa, invece, non è successo nulla. Si va avanti con l’industrializzazione degli allevamenti, con le bestie tenute in spazi ristretti che favoriscono la diffusione di virus che mutano a contatto tra un esemplare e l’altro. L’ultimo caso è l’influenza suina, prima c’era stata l’aviaria. Dobbiamo svegliarci! Se questa maniera di fare agricoltura è nociva per gli animali, lo è anche per la popolazione, per l’ambiente e per il pianeta.

Cambiare la cultura di una popolazione è difficile. Quale potrebbe essere lo strumento da utilizzare per indirizzare le persone verso regimi nutrizionali caratterizzati da un minore consumo di carne?
Assistiamo quotidianamente a discussioni globali su come ridurre il consumo energetico domestico, su come utilizzare più efficientemente l’energia, sul riciclo dei rifiuti e su come rendere più efficiente il consumo di carburante, ma non c’è ancora alcun dibattito su come ridurre il consumo di carne. Si parla di come tassare le emissioni di anidride carbonica, come già avviene per il petrolio, ma non si parla di tassare la carne. Perché? Ricordiamoci che l’uomo è onnivoro e che i nostri antenati erano cacciatori occasionali. Siamo stati disegnati biologicamente per ingerire un grande quantitativo di frutta e verdura e poca carne.
Il regime alimentare che dovrebbe essere adottato in tutto il mondo è la dieta mediterranea. Questo permetterebbe di ridurre l’utilizzo di carne e liberare terre agricole: si potrebbe quindi coltivare più cibo per l’umanità, facendone di conseguenza diminuire il prezzo. La salute della popolazione migliorerebbe, poiché nei paesi ricchi si ridurrebbero le malattie derivanti dal l’alto consumo di grasso animale, mentre in quelli più poveri aumenterebbe la quantità di cibo a disposizione, garantendo alla popolazione una vita decente.
È veramente così difficile cambiare le nostre abitudini alimentari riducendo il consumo di carne e aumentando quello di cereali, frutta e verdura?

Fonte: luxury24.ilsole24ore.com

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Turismo sostenibile: vacanze gratis facendo volontariato

Posted by darmel su 2 novembre 2009

Vi presentiamo il mondo delle vacanze gratis: vacanze da volontari, che permettono di arricchire se stessi ma anche il territorio, senza intaccare il portafoglio. Una forma di turismo sostenibile, per l’ambiente e per le nostre economie!

Nel mondo sono diverse le associazioni che si occupano di volunteer holidays (vacanze da volontario) e ci permettono di trascorrere delle vacanze interessanti completamente gratis. Spesso infatti coniugano il volontariato in viaggio con attività culturali, studio delle lingue e progetti di scambio culturale, proponendo pacchetti di vario impegno e durata. Si tratta nella maggior parte dei casi di associazioni non a scopo di lucro, che reinvestono sul territorio gli eventuali proventi della loro attività.
Alcune si occupano di temi specifici, come
Blue Ventures, una no profit specializzata nella conservazione dell’ambiente marino e nello sviluppo sostenibile delle comunità costiere dei tropici.
Altre, più genericamente, promuovono l’interculturalità e la fratellanza globale attraverso campi di volontariato in molti paesi. È il caso per esempio di
United Planet, altra organizzazione no profit che propone progetti di volontariato in più di 50 paesi del mondo di durata variabile da una settimana a un anno.
Anche in questo settore Internet si rivela una risorsa preziosa: portali specializzati, come
responsibletravel.com si occupano di raccogliere tutte le offerte disponibili nel mondo e di trovare quella più adatta con ricerche su misura. Si può scegliere il periodo, la durata, il paese di destinazione e il tipo di attività volontaria che si intende fare. La ricerca metterà a disposizione tutti i viaggi offerti dai tour operator nel database con le caratteristiche richieste.

Se siete alla ricerca di una vacanza che vi arricchisca spiritualmente e che non vi prosciughi il portafoglio, avete a disposizione molte opportunità anche in Italia. Nel nostro Bel Paese esistono infatti diverse organizzazioni, cooperative, Onlus che offrono pacchetti di vacanze gratis come volontari.
Ecco alcuni esempi:
la Comunità Impegno Servizio Volontario (CISV) organizza insieme all’agenzia di turismo responsabile CTA campi di lavoro in America Latina; oppure la cooperativa Viaggi Solidali, con sede a Torino, propone “campi di conoscenza”, soggiorni stanziali in cui è previsto un aiuto diretto e volontario da parte del viaggiatore a popolazioni in condizioni di disagio sociale, in cui le escursioni turistiche sono limitate in genere al fine settimana.

Tra le associazioni italiane più attive sul fronte delle vacanze volontariato c’è sicuramente Legambiente: scopo dei campi lavoro-vacanza gratis è sostenere le piccole economie locali e gli antichi saperi che rischiano di scomparire, praticare stili di vita più sostenibili per l’uomo e per l’ambiente, conoscere culture diverse per riconoscersi nell’altro, valorizzando le differenze; riscoprire e far amare alle comunità i tantissimi tesori nascosti negli angoli più impensabili del nostro fantastico territorio. Nei campi volontariato di Legambiente si cerca di agire all’interno di contesti critici: si recuperano e valorizzano territori, ambienti, monumenti e antichi saperi che sono minacciati dall’abbandono, anche culturale.
Il
centro C.R.U.M.A. (Centro Recupero Uccelli Marini e Acquatici) di Livorno organizza campi estivi dal 14 Giugno al 13 Settembre. Aspetto fondamentale dei campi del C.R.U.M.A. è la tutela della biodiversità, con l’occasione per gli amanti della natura di rendersi utili per lo svezzamento dei piccoli caduti dal nido. Ogni anno il Centro libera più di 500 pulli caduti dal nido. Nel periodo estivo infatti il 95-98 % delle cause di ricovero sono proprio piccoli caduti dal nido.
Siete appassionati di archeologia? I
Gruppi Archeologici d’Italia, un’associazione di volontariato che si occupa di tutela, valorizzazione e salvaguardia del patrimonio storico, archeologico e più in generale culturale del nostro Paese, organizza campi in Italia durante tutto l’anno: i prossimi in partenza sono a Tolfa, Falerii, Farnese e Ischia di Castro. I partecipanti ai campi archeologici potranno riscoprire la memoria storica della nostra civiltà, vivere in prima persona la realizzazione di un scavo archeologico, la documentazione ed il restauro dei reperti e delle evidenze monumentali, l’indagine topografica di un territorio, la progettazione e l’allestimento museografico di un’area monumentale.
Have a good volunteer holidays, everyone!

Alessandro Ingegno

Fonte: yeslife.it

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Sostanze chimiche tossiche: 7 grandi aziende hi-tech siglano l’accordo per eliminarle

Posted by darmel su 18 ottobre 2009

Sette aziende hanno progettato alcune soluzioni ambientali che negano la necessità per la maggior parte, o in alcuni casi per tutti, di usare le sostanze chimiche come bromurati e clorurati nel campo dell’elettronica di consumo. Le organizzazioni ambientali, ChemSec e Clean Production Action, hanno affermato che le seguenti società stanno guidando l’industria dell’elettronica verso l’allontanamento dalle sostanze chimiche che possono portare a problemi di salute e ambientali:

  • Apple (USA): ha istituito un programma innovativo che limita l’uso di quasi tutti i composti del bromo e cloro in tutte le loro linee di prodotto. Apple offre ora una vasta gamma di prodotti senza PVC e BFR, tra cui iPhone e iPod, così come i computer che sono privi di BFR e la maggior parte degli impieghi del PVC.
  • Sony Ericsson (UK): Sony Ericsson non solo rimuove le sostanze potenzialmente pericolose dai suoi prodotti, ma assume anche il complicato compito di stabilire inventari chimici completi per tutte le proprie linee di prodotto. I prodotti dell’azienda sono ora al 99,9% senza BFR e non avranno componenti in PVC entro la fine del 2009.
  • Seagate (US): Il più grande produttore di unità disco del mondo ha ora creato dei drives che non usano più cloro e bromo.
  • DSM Engineering Plastics (Paesi Bassi): Questo importante produttore di materiale plastico è tra i primi ad offrire un portafoglio completo di ingegneria delle materie plastiche, che sono prive di bromo e cloro. Hanno sviluppato e prodotto un nuovo polimero con poliammide ad elevata temperatura 4T senza bromo per i connettori e prese con un co-poliestere termoplastico che può essere usato in sostituzione del PVC per fili e cavi.
  • Nan Ya (Taiwan) e Indium (US): Nan Ya, uno dei maggiori produttori di laminato, e Indium, un produttore di pasta saldante hanno superato notevoli difficoltà tecniche per la produzione senza bromo e cloro dei componenti sui circuiti stampati in grado di soddisfare gli stessi standard di affidabilità dei loro derivati alogenati, ma ora ci sono riusciti.
  • Silicon Storage Technology, Inc. (USA): Il produttore di semiconduttori è stato il primo nel settore della fornitura di chip senza bromo alla Apple e alle altre aziende.

Queste sette società dimostrano che ci sono alternative meno tossiche e costose, efficaci per non compromettere le performance e l’affidabilità. Sono in buona posizione per ottenere un vantaggio competitivo in un mercato e in un contesto normativo sempre più sensibile per l’utilizzo di sostanze chimiche tossiche nei prodotti di consumo

ha spiegato il Direttore del Progetto CPA Alexandra McPherson. Il volume alto nell’utilizzo di bromo e cloro in ritardanti di fiamma e le applicazioni di plastica di resina, come i ritardanti di fiamma bromurati (BFR) e cloruro di polivinile (PVC) hanno attirato l’attenzione di tutto il mondo quando gli studi scientifici hanno dimostrato il loro collegamento con la formazione di composti di diossina altamente tossica. La diossina, un potente cancerogeno umano che è tossico in quantità molto basse, insieme ad altri composti problematici, è rilasciata nell’ambiente durante la combustione e fusione dei rifiuti elettronici.

Il riciclaggio delle apparecchiature obsolete non è sufficiente per ridurre il flusso di rifiuti sempre più in crescita nel mondo. Inoltre, gran parte dei rifiuti è sempre più spedita verso i Paesi in via di sviluppo con la capacità ancor meno di una corretta gestione dei rifiuti. Molti studi documentano l’accumulo di questi inquinanti diffusi nell’aria, acqua, suolo e sedimenti, dove sono sempre più ingeriti da esseri umani e animali.

Fonte: ecologiae.com

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Una centrale ad impatto zero darà energia al parco naturale di Pratolino

Posted by darmel su 18 ottobre 2009

Il bello di un parco naturale è il poter respirare l’aria pulita e vedere animali come se stessero nel loro habitat naturale. Ma anche una struttura simile per poter funzionare ha bisogno dell’elettricità, e sarebbe un controsenso se per generarla si inquinasse un posto così incontaminato. Per questo in Toscana hanno avuto una grande idea, e cioè costruire una centrale elettrica che funziona con un mix di energie rinnovabili, e soprattutto che ha zero emissioni.

La centrale si chiama Diamante ed è situata al centro del parco naturale di Pratolino, vicino Firenze. La struttura ha appunto la forma di un diamante alto 12 metri e con un diametro di 8, formato da 38 pannelli fotovoltaici a celle monocristalline e 42 facce in vetro temprato per catturare il sole che in queste zone c’è quasi tutto l’anno. Ma non bisogna disperare nelle giornate nuvolose. La centrale è in grado di generare energia attraverso l’accumulo di idrogeno.

Infatti all’interno della struttura ci sono tre sfere di vetroresina, il cui funzionamento è spiegato dal professor Luigi Maffei, docente di Architettura Tecnica alla facoltà di ingegneria dell’Università di Pisa:

Queste sfere contengono innovativi serbatoi a idruri metallici e a bassa pressione per l’accumulo energetico di idrogeno. Si tratta di un sistema integrato di produzione e stoccaggio di energia da fonte solare che assicura l’autosufficienza energetica di un piccolo condominio.

Ma non finisce qui. Infatti la struttura esterna, che esteticamente ha anche un valore artistico, visto che richiama l’architettura Rinascimentale che si è sviluppata proprio nella zona toscana, è costruita in maniera tale da essere sempre in continua evoluzione e poter progredire di pari passo con le nuove scoperte nel campo della tecnologia solare, così da inserire nuovi pannelli o strutture alternative per accrescerne le potenzialità energetiche in futuro.

Oltre a dare energia al parco, la centrale sarà anche un ottimo strumento didattico, dato che sarà inserito come meta per le gite scolastiche, per avvicinare un po’ di più i bambini italiani all’ecologia, cosa che finora è stata fatta molto poco da altre parti d’Italia.

Fonte:
Corriere della Sera
ecologiae.com

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Cancro e agenti tossici: cosa sta succedendo?

Posted by darmel su 8 settembre 2009

La recente scomparsa di giovani e giovanissimi per cancro nel nostro territorio ha riempito le cronache nelle ultime settimane: passata l’emozione del momento e lasciando perdere gli interrogativi che i singoli casi suscitano e su cui anche la Magistratura indaga, vorrei tornare a riflettere su questo tema così scottante.

Secondo gli ultimi dati dei Registri Tumori in Italia un uomo su due ed una donna su due è destinato a vedersi diagnosticare un cancro nel corso della vita. Al di là delle benevole favole che qualcuno, da decenni, continua a raccontare (e cioè che la soluzione del problema cancro è a portata di mano, che si tratta di un effetto legato solo all’ invecchiamento, che fra 10 anni nessuna donna più morirà per cancro alla mammella), la realtà è ben altra ed è sotto gli occhi di tutti.

Di fatto l’età di insorgenza dei tumori si è abbassata straordinariamente: da una recente ricerca risulta che in Italia gli interventi per cancro alla mammella in età giovane sono cresciuti in sei anni del 28.6%, e se da un lato diminuisce l’incidenza dei tumori correlati al fumo, specie nei maschi, sta drammaticamente aumentando l’incidenza di tumori che nulla o quasi hanno a che fare col tabagismo: linfomi, leucemie, cancro a rene, pancreas, prostata, tumori cerebrali ormai sempre più correlati anche con l’uso del telefonino.

I tumori nell’infanzia poi sono in drammatico aumento: in Italia +2% annuo (doppio rispetto alla media europea) e tra i bambini sotto l’anno di età l’incremento è addirittura del 3.2% annuo. Vorrei anche ricordare che l’incremento di cancro è solo la punta dell’iceberg del danno complessivo alla salute che stiamo recando ai nostri bambini: mi riferisco all’aumento di disturbi neuropsichici, intellettivi, relazionali, del comportamento, fino all’autismo, per non parlare dell’incredibile incremento di patologie allergiche, respiratorie, endocrino – metaboliche, diabete, disturbi alla tiroide, criptorchidismo, ecc.

Cosa sta succedendo?

Non sarà che ciò che alcuni medici, spesso definiti “allarmisti”, sostengono da anni è tragicamente vero?

Vi invito a fare un semplice ragionamento: cosa mai vi può capitare se camminate in un campo minato? E’ ovvio che tante più mine sono state disseminate tanto più è probabile incapparci e saltare per aria… Così è per il cancro e le “mine” cui mi riferisco sono cancerogeni noti da decenni quali benzene, arsenico, nichel, cromo, cadmio, piombo, diossine, per non parlare di PCB, particolato e pesticidi che continuiamo a riversare intorno a noi e di cui mai nessuno parla, visto che solo la CO2 (che non è un veleno!) sembra meritare l’onore delle cronache!

Da dati ufficiali emerge, ad esempio, che in Italia, nel pieno rispetto dei limiti di legge, abbiamo immesso in un anno in aria ed acqua: benzene 715.6 ton, arsenico 8.0 ton, cadmio 3.0 ton, cromo 140.0 ton, nichel 80.6 ton. L’inventario europeo delle diossine ci dice che in un anno nel nostro paese ne sono state prodotte 558 grammi, ovvero, in media, circa 1,5 g al giorno: può sembrare poco ma rappresenta la dose massima tollerabile per oltre 10 miliardi (!) di persone… Sapendo che si tratta di molecole che hanno tempi di dimezzamento di decine/centinaia di anni e che quindi ogni nuova dose si aggiunge alla precedente, come la mettiamo? La nostra regione poi è al primo posto per uso di fitofarmaci e spargiamo in media 5.7 kg di prodotti chimici per ettaro.

Ci siamo mai chiesti dove vanno a finire tutti questi veleni?

Purtroppo ovunque e anche dove non vorremmo mai trovarli, ad esempio nel sangue del cordone ombelicale in cui sono centinaia le sostanze chimiche tossiche, cancerogene e nocive che si ritrovano stabilmente: qualcuno può pensare, in totale buona fede di assolverle?

Da tempo è arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti ed agire per ridurre l’esposizione delle popolazioni agli agenti tossici promuovendo la Prevenzione Primaria.

Non è necessario per fare questo conoscere i minimi dettagli del processo della cancerogenesi o il ruolo che ogni singolo agente riveste: la letteratura segnala ormai, su larga scala ed in individui sani, come l’espressione di geni “chiave” si modifichi a seconda dell’esposizione a tossici ambientali e di conseguenza si alterino funzioni cruciali del nostro corpo aprendo la strada all’insorgere di neoplasie e non solo.

Il fallimento dell’approccio “riduzionista”, il vecchio paradigma secondo cui si analizza un agente per volta, senza tenere conto delle innumerevoli variabili biologiche e che non permette mai o quasi di giungere a conclusioni esaustive, è ormai sotto gli occhi di tutti.

Fortunatamente nel mondo si infittisce la schiera di medici e ricercatori indipendenti che invocano un cambio di rotta nella strategia della guerra contro il cancro, ossia una drastica riduzione della esposizione ad agenti tossici e nocivi in tutti gli ambiti di vita, l’unica strada che finora ci si ostina a non imboccare con decisione. Eppure, in quei rari casi in cui questo si è fatto, i risultati non sono mancati: in Svezia, dove trenta anni fa sono stati messi al bando determinati pesticidi, seguendo le indicazioni di medici coraggiosi, oggi si registra una riduzione nella incidenza dei linfomi.

Si tratta di una strada difficile, che va contro enormi interessi, economici e non solo. M. Plank (premio Nobel per la Fisica) ci ricorda che “i vecchi paradigmi vengono abbandonati solo quando coloro che su di essi hanno costruito la propria carriera e fortuna sono morti”.

Ma ricordiamo anche le parole di Samuel Epstein, un grande medico americano: ”quasi tutti gli americani conoscono le pene causate dal cancro a parenti e amici. Il crimine è che molti di questi tumori sarebbero evitabili”; se trasferiamo queste parole all’infanzia ed alle giovani generazioni l’obbligo di abbandonare i vecchi paradigmi e di passare dalle parole ai fatti diventa ancora più pregnante e credo convenga a tutti noi riflettere, anche ai primi d’agosto e sotto l’ombrellone, sulla necessità di fare cambiare idea a chi di dovere prima che sia davvero troppo tardi per tutti!

Fonte: terranauta.it

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Crescita economica e picco del petrolio

Posted by darmel su 8 settembre 2009

Il «peak oil», momento di massima produzione di petrolio oltre il quale inizia una inesorabile discesa, è un fantasma di cui si discetta da decenni. Già negli anni Cinquanta il geofisico americano Marion King Hubbert allarmò i petrolieri paventando il raggiungimento del picco, sul continente statunitense, negli anni Settanta. Hubbert indovinò e divenne un punto di riferimento. Vent’anni dopo le grandi crisi petrolifere, Colin Campbell riprese in mano i suoi studi diventando uno dei massimi esperti internazionali. Nel 2001, mettendo insieme diversi scienziati e contributi, fondò Aspo, acronimo di Association for the study of peak oil.

A oltre cinquant’anni dalle prime previsioni di Hubbert il mondo si interroga davvero su come andare oltre quel barile di oro nero che ne accompagna lo sviluppo da 150 anni. Luca Pardi, vicepresidente di Aspo Italia e primo ricercatore dell’Istituto per i processi chimico-fisici del Cnr, prende spunto dall’intervista rilasciata al Sole24ore.com da Claudio Bertoli, direttore del Dipartimento Energia e Trasporti del Cnr, in cui veniva previsto il collasso energetico per il 2065 e il picco del petrolio per il 2030. Pardi contesta sia le previsioni temporali che l’analisi delle soluzioni (il Cnr indicava nella fusione nucleare la maggiore promessa, ndr). «Il metabolismo socio-economico del pianeta dipende dal petrolio – spiega Pardi -. E’ la fonte energetica più conveniente, non esiste nulla di paragonabile: è per questo che il momento di picco è un evento critico di dimensioni inaudite. Vediamo una certa semplificazione del problema che rischia di indurre un eccessivo ottimismo nel settore e nei cittadini».

Il Cnr prevede il peak oil per il 2030. Voi?
C’è molta confusione. Nel novembre scorso l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), agenzia intergovernativa dei paesi Ocse, ha presentato, nel suo World energy outlook 2008 (Weo2008) un quadro della situazione e le proiezioni fino al 2030. Ebbene, il picco del petrolio estratto dai giacimenti in attività è già stato raggiunto. Il picco globale potrebbe, secondo l’Aie, essere rimandato a dopo il 2030 solo se si comincerà a produrre petrolio da risorse il cui sviluppo richiederebbe ingenti investimenti: la stima è di ventiseimila miliardi di dollari. Investimenti che, al momento, appaiono fuori dalla portata di qualsiasi compagnia petrolifera pubblica o privata. La produzione globale oggi arriva a 83-85 milioni di barili al giorno. Il livello è lo stesso dal 2004. I modelli secondo noi più attendibili indicano un possibile momento di picco per il 2010.

Quindi l’anno prossimo. Eppure vengono scoperti nuovi giacimenti, come quello di Bp nel Golfo del Messico, definito dalla compagnia «gigantesco»…
Vero, ma il giacimento di Tiber, stando a quanto dice Bp, contiene 3 miliardi di barili che dopo le prime trivellazioni potrebbero arrivare a 6 miliardi. Non è poco, ma nel mondo ne vengono consumati 30 miliardi l’anno. Siamo a un decimo. I giacimenti scoperti negli anni Sessanta, come quello di Ghawar, contenevano 170 miliardi di barili. Dall’inizio degli anni Ottanta consumiamo più di quanto troviamo.

Le nuove tecnologie non possono allontanare la data in cui il petrolio inizierà a diminuire andando a scovarlo in posti un tempo impensabili?
Può incidere ma molto poco. Credo che la nostra previsione sul momento di picco abbia un margine di errore di cinque anni, non venti o trenta.

Passiamo al carbone. Diverse analisi concordano sul fatto che durerà di più.
Sì, ma meno di quanto si pensi: molte delle riserve disponibili non potranno essere sfruttate al 100%. Oltre un certo limite l’estrazione non è più conveniente. Uno studio del 2007 dell’Energy watch group prevede un picco globale del carbone entro la metà del secolo.

Cosa c’è oltre?
Crediamo molto nelle rinnovabili. La critica che viene mossa storicamente a questo tipo di energia è che il suo contributo rimane marginale nella torta complessiva e intermittente (il fotovoltaico non funziona di notte, l’eolico quando non c’è vento, ndr). La crescita degli ultimi anni è stata rilevante in assoluto, meno in relazione al fabbisogno energetico. Guardando avanti bisogna puntare sulle grandi centrali, non solo alla microgenerazione. Arrivare alla produzione di centinaia di Megawatt. Per uscire dalla nicchia. Io stesso sono tra i piccoli investitori del
progetto Kitegen per l’eolico d’alta quota che può fornire notevole potenza e risolvere il problema dell’intermittenza, visto che in quota i venti sono più abbondanti.

E il nucleare?
Le tecnologie da fissione nucleare sono affidabili e mature. Il punto è che le circa 450 centrali attualmente in esercizio dipendono per circa il 40% dall’Uranio di riserve strategiche accumulate in passato e certamente finite. Anche qui ci sarà un picco, previsto per metà secolo.

In cinquant’anni potrebbero però vedere la luce le centrali di quarta generazione e quelle a fusione nucleare.
Ha detto bene, “potrebbero”. Sono tecnologie estremamente complicate, diffido di appuntamenti così lontani nel tempo.

Però anche le vostre previsioni sul picco del carbone e dell’uranio arrivano a metà secolo
Fare previsioni non è mai semplice. I modelli servono per ragionare con un set di variabili sulle direzioni future, non per indovinare l’anno preciso. Il problema è che le politiche vengono scelte su modelli mentali, mentre quelli di cui parlo sono fisico-matematici. Spesso si fanno paralleli con il passato, pensando che all’era del petrolio ne seguirà un’altra, fucina di ulteriore sviluppo.

Non è così?
Chi l’ha detto? Io credo che ci sarà un cambio di paradigma. La crescita economica continua ed infinita finirà. Non si tornerà alla stessa abbondanza. Gli ecosistemi terrestri non possono reggere questi ritmi, lo sviluppo ha dei limiti. Dovremo abituarci.

di Luca Savioli (luca.salvioli@ilsole24ore.com)

Fonte: ilsole24ore.com

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Basta sviluppo

Posted by darmel su 26 agosto 2009

«Dal giorno della pubblicazione de I limiti dello sviluppo, abbiamo convissuto con la consapevolezza che viviamo in un ecosistema fragile, che uno sviluppo economico senza fine è impossibile e che quando guadagnamo e consumiamo, rendiamo il mondo potenzialmente peggiore per i nostri figli.

Oggi anche le coscienze dei più aggressivi consumatori occidentali vengono regolarmente trafitte da schegge di eco-consapevolezza.

Allora, com’è che nulla è cambiato? Perchè la nostra cultura continua a crescere, sgobbare, produrre, quando sappiamo che potrebbe esserci fatale? […]

Concettualizzare tuta questa faccenda del pianeta in pericolo è estremamente difficile per dei cervelli che si sono evoluti per scampare al terribile percorso di vita chiamato Pleistocene, piuttosto che per comprendere il loro ruolo nel sistema planetario.

Lo sviluppo è stato troppo improvviso per il nostro caro vecchio impianto mentale. […]

A quanto pare, cercare di fare appello alla parte pensante del nostro cervello può rivelarsi molto frustrante. Per il bene della democrazia dovremmo continuare a bombardare i cervelli alti degli elettori con argomentazioni assenante sul perchè farebbero bene a comportarsi in modo eco-sostenibile.

Ma le prove dimostrano che dobbiamo anche lottare per la parte bassa, dove vengono prese molte decisioni economiche, e dove il mondo strabordante del marketing ha passato molto tempo a fare danni.

Dobbiamo trovare qualcosa che faccia appello ai nostri circuiti da età della pietra […]

La nuova sbruffonata dovrebbe essere: “Me la spasso molto più di te, perchè la mia ecologia personale è più forte: so di avere quanto basta.” »

John Naish, Basta! Con i consumi superflui, con chi li incentiva, con chi non sa farne a meno, Roma 2009, pp174-183

Fonte: ecoalfabeta.blogosfere.it

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