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Ecologia, Salute ed Economia

Archive for the ‘sostenibilità’ Category

Progetto “Adotta un Kw”

Posted by darmel su 26 agosto 2009

Retenergie Società Cooperativa nasce il 19 dicembre 2008 per iniziativa di un gruppo di persone impegnate nel campo delle autoproduzioni di energia da fonti rinnovabili.

La missione della cooperativa consiste nel produrre energia rinnovabile da impianti di produzione a basso impatto ambientale attraverso la forma dell’azionariato popolare (come allargamento dell’esperienza “Adotta un kw” promossa da Solare Collettivo). La sfida progettuale è includere gli utilizzatori finali di energia, chiudendo un circolo virtuoso che parte dalla produzione arrivando fino al consumo.

Essa costituisce un’opportunità economica dalla forte connotazione ideale per chi è attento a problemi ambientali e sociali quali inquinamento, limitatezza delle risorse, equità nella loro distribuzione.

La forma scelta è la cooperativa perchè gli obiettivi devono essere coerenti con i mezzi utilizzati per raggiungerli: partecipazione, autogestione, solidarietà. Sono benvenute proposte e critiche, per condividere il cammino: la cooperativa è un’impresa che si costruisce insieme strada facendo.

Durante l’estate Paridao si è informato sul progetto Adotta un kW. Non è più Solare Collettivo che si occupa del progetto che è passato a Retenergie. Vi riporto qui di seguito la presentazione del progetto che Paridao mi ha gentilmente inoltrato.

La nostra storia è cominciata nel 2007 con Solare Collettivo, un’associazione culturale il cui scopo è diffondere tematiche inerenti giustizia sociale e energie rinnovabili; nel corso del 2008 l’associazione ha promosso la realizzazione del progetto Adotta un kw, culminato nella costruzione di un impianto fotovoltaico da 20 kw sul tetto della Coop Proteo di Mondovì, Cuneo. Oltre a ciò sono in corso altri progetti di natura differente – energia/agricoltura biologica, energia/paesi in via di sviluppo – che si possono vedere nel sito www.solarecollettivo.it

Solare Collettivo per il futuro non intende realizzare altri impianti da energie rinnovabili. Per questo scopo a Dicembre 2008 è stata creata Retenergie Società Cooperativa www.retenergie.it

Da quella data in avanti tutti quelli che vogliono partecipare al progetto di costruire collettivamente impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili possono associarsi ad essa.

Inoltre la grande caratteristica di novità della cooperativa risiede nel fatto che un domani, quando gli impianti saranno operativi, i soci potranno utilizzare a casa loro o sul posto di lavoro, l’energia prodotta dalle loro stesse centrali, anche se i luoghi di produzione e consumo sono geograficamente lontani: questo è reso possibile dall’attuale ordinamento del comparto energetico in Italia.

Gli impianti che vogliamo fare sono

  • fotovoltaici in zone vocate con taglie minime di 20 kw su tetti o al limite su terreni fortemente compromessi quali discariche o cave, in ogni caso non su terreni agricoli
  • Idroelettrici di piccola-media taglia su canali artificiali o corsi d’acqua già antropizzati per minimizzare l’impatto ambientale

  • microeolico ( max 1 Mw ).
  • Impianti di cogenerazione con particolare attenzione a filiera corta e utilizzo di biomasse legnose derivanti da pulizie dei boschi evitando l’utilizzo di colture no food e di liquami derivanti da allevamenti zootecnici intensivi.
Per la prima fase di questo grande progetto abbiamo bisogno di allargare la base sociale, in particolare Soci Sovventori che apportino capitale, in modo da ridurre per quanto possibile l’intervento delle banche. In un secondo momento, quando avremo fatto gli impianti, potremo accogliere Soci Cooperatori, quelli cioè che si associano per poter consumare, con vantaggi di varia natura, l’energia prodotta. Soci Sovventori e Cooperatori possono coincidere. 

Chi volesse investire cifre maggiori lo può fare sempre sotto la forma di aumento del capitale o in alternativa con il Prestito Sociale che si è stabilito per l’anno in corso avere un tasso di rivalutazione del 3,5% annuo.

Dato che ci interessa un modello di sviluppo democratico e decentrato cerchiamo il più possibile di coinvolgere gruppi locali che si interessino a individuare i siti e le tipologie per degli impianti nuovi, per questo è importante appoggiarci o favorire il nascere di gruppi di persone organizzati che promuovano la nascita dei singoli progetti.

Queste entità, denominate Nodi Locali, godono della massima autonomia nella proposta dei progetti e delle modalità per realizzarli pur facendo parte a tutti gli effetti della Cooperativa.

La prima realizzazione sarà una Centralina idroelettrica da 60 kw in provincia di Reggio Emilia, nel frattempo stiamo facendo i progetti per altri due impianti idroelettrici, uno da 200 kw in provincia di Cuneo e l’altro da 100 kw in provincia di Treviso. Inoltre stiamo lavorando alla realizzazione di un impianto fotovoltaico in provincia di Torino.

Ecco uno schema molto semplificato del progetto:

  • il socio entra nella cooperativa con 500 euro o più
  • la cooperativa costruisce gli impianti che producono energia
  • tramite lo stesso GSE o un trader ( o grossista accreditato) l’energia viene conferita ai soci della coop mediante un accordo con un Distributore Locale ( anche di notte quando il fotovoltaico non produce o in estate quando l’idroelettrico potrebbe rallentare: è questo il motivo per il quale occorre utilizzare la Rete nazionale come “serbatoio”)
  • con gli utili derivanti dal proprio lavoro la coop rivaluta il capitale sociale o il prestito sociale dei soci ( secondo vantaggio)
  • in sostanza il socio che ha messo 500 euro dopo un anno vede rivalutato il proprio capitale dell’x%, paga l’energia un prezzo trasparente, ne conosce la provenienza ( no carbone, petrolio, gas, nucleare, ecc…) e partecipa consapevolmente a tutto il processo di produzione e consumo dell’energia stessa.
Riteniamo che questo sia un passaggio fondamentale nel cammino verso la realizzazione di un modello di sviluppo sostenibile all’interno di un disegno mirato a dare nuova dignità e consapevolezza all’uomo; dignità che non può realizzarsi se non in equilibrio con la natura attraverso un ideale di giustizia sociale ed economica che deve caratterizzare tutte le nostre scelte.

 

I Soci Sovventori si associano con la quota base di 500 euro che diventa capitale sociale, tutti gli anni l’Assemblea si riunisce per discutere il bilancio e in presenza di utile assegna ad ogni socio la propria quota di rivalutazione, secondo quanto indicato sul Regolamento Soci Sovventori.

Un progetto con una filosofia analoga lo potete trovare al seguente link: People of Energy di Apigor Energia 
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Qualcuno fermi la deforestazione

Posted by darmel su 18 agosto 2009

Nell’ultimo secolo la Terra ha subito un tracollo ecologico disastroso. La causa principale sta nella distruzione degli habitat naturali ed in particolare nella deforestazione indiscriminata (Massa, 1999).

Gli impatti più drammatici si riscontrano nelle foreste tropicali, che coprono il 6% circa delle terre emerse: in queste zone la deforestazione procede ad un ritmo incalzante, pari a circa 150.000 km2 l’anno (metà dell’estensione dell’Italia).

Decine di milioni di ettari di foresta tropicale sono destinati alla produzione agricola. Il boom brasiliano della soia (destinata sia ai capi di bestiame europei e nordamericani che all’uomo) nel Mato Grosso e nel Parà è la causa principale della recente impennata nella deforestazione, aumentata di oltre il 2% nel biennio ‘02-‘03 rispetto ai due anni precedenti (le coltivazioni di soia raggiungono, nel solo Brasile, 60 milioni di ettari) (Francone, Carne e fame).

Per non parlare poi delle coltivazioni di rendita: caffè, the, chinino, ananas, banane, agave, cacao e gomma, che determinano la perdita di enormi aree di foresta. Lo sfruttamento delle terre per le coltivazioni di rendita, tra l’altro, aumenta i prezzi delle derrate agricole, il cui acquisto diviene impossibile per i cittadini meno facoltosi – circa il 90% della popolazione.

Se questo tipo di agricoltura è volto direttamente a fini commerciali, l’agricoltura di sussistenza ha semplicemente il fine di mantenere il nucleo familiare. Eppure, anche questa pratica è diventata insostenibile. Fin dai tempi più antichi, la tecnica agricola più diffusa nelle regioni tropicali del Sud America è il cosiddetto slash-and-burn, taglio-e-incendio: i gruppi nomadi locali penetrano nel cuore della foresta, bruciano un’area di piccola estensione e vi si stabiliscono per due o tre anni. In questo periodo, il terreno viene sfruttato per le coltivazioni finché i raccolti non diventano troppo scarsi, quindi viene sottoposto al pascolo.

A causa della povertà del suolo tipica delle foreste tropicali, il raccolto ottenuto basta appena per sfamare il nucleo familiare, tagliando ogni possibilità di sfruttamento economico. Esaurite le risorse del terreno, gli agricoltori itineranti cercano un nuovo sito da incendiare e sfruttare, in un circolo vizioso senza fine.

L’esplosione demografica, le guerre civili e la spartizione ineguale delle terre (in Brasile, il 5% dei capofamiglia ha il possesso del 70% delle terre – Massa, 1990) hanno incrementato drasticamente questo fenomeno, rendendolo insostenibile.

Mentre un tempo le aree disboscate avevano il tempo di ricostituirsi (in 20-25 anni), ora i cicli di sfruttamento sono diventati troppo ravvicinati. In questo contesto i proprietari terrieri, forti della loro influenza politica, spingono i governi locali ad incentivare la colonizzazione di nuove terre, piuttosto che una ripartizione più equa di quelle già disboscate. Nel 1960 il governo brasiliano destinò ai piccoli coltivatori la parte settentrionale della foresta amazzonica: in dieci anni andarono persi 115.000 km2 di foresta tropicale (e con essa svariate specie animali endemiche).

Parallelamente all’aumento demografico è cresciuta la richiesta di legname, sia come legna da ardere destinata ai paesi in via di sviluppo, sia come legname industriale per i paesi sviluppati (Massa, 1990). In una foresta tropicale, solo il 5% degli alberi può fornire il legname adatto all’industria, per cui il suo commercio sarebbe del tutto sostenibile. Purtroppo gli alberi vengono spesso abbattuti senza criterio, danneggiando anche quelli privi di valore commerciale.

Formare i taglialegna al riconoscimento e cura degli alberi da conservare è troppo costoso, per cui si procede ad un abbattimento di massa.

D’altra parte, la legna da ardere destinata alle popolazioni in via di sviluppo che ne fanno uso (circa due miliardi di persone) viene raccolta ad un ritmo superiore alla sua ricrescita. Come alternativa, molte popolazioni usano lo sterco di bovino essiccato, privando i campi coltivati di un ottimo concime.

In ultima analisi, le cause della deforestazione possono essere tutte ricondotte sia all’eccessivo aumento demografico dell’uomo, sia alla concentrazione delle terre nelle mani di pochi proprietari terrieri. La deforestazione porta dunque forti vantaggi per pochi, mentre costituisce un’autentica tragedia per milioni di persone sia dal punto di vista economico che sociale.

Consideriamo la situazione dei popoli indigeni delle aree prese d’assalto. In Brasile, gli Amerindi sono passati da 5 milioni di individui prima della conquista dell’America latina da parte degli europei, agli attuali 200.000. Lo sterminio è continuato dai tempi della colonizzazione fino al 1970, anche ad opera dell’SPI, il Servizio governativo di Protezione degli Indios, manovrato dai proprietari terrieri.

Per fare largo alle coltivazioni intere tribù sono state annientate spacciando un’iniezione di vaiolo con un vaccino (Chierici, Odinetz-Hervé, 1989).

Nella descrizione delle cause della deforestazione sono naturalmente emerse alcune delle principali conseguenze economiche e sociali – sfruttamento delle popolazioni locali, allontanamento dalle loro terre d’origine, impoverimento estremo del suolo.

A livello ecologico, il maggior impatto è rappresentato dalla perdita della biodiversità: visto che le foreste tropicali ospitano circa il 50% di tutte le specie animali esistenti sul pianeta, si calcola che il numero di specie perse ogni anno per la deforestazione di questi ecosistemi si aggiri attorno alle 20-30.000 specie (Wilson, 1989).

La perdita di biodiversità non si limita solo alle specie che abitano il sito deforestato, ma anche a quelle che occupano siti adiacenti. È come se in un quartiere residenziale, abitato da persone che richiedono uno standard abbastanza elevato, venissero abbattuti alcuni palazzi e negozi, lasciando i calcinacci in bella mostra.

Non gli inquilini dei palazzi distrutti sono costretti ad andarsene, ma anche quelli che abitano i palazzi adiacenti, non essendo più soddisfatti dello standard del quartiere, abbandonano la zona.

In ecologia, questo viene definito effetto isola: se gli alberi rimasti coprono un’area troppo ristretta, creano un’isola solo apparentemente abitabile, ma che in realtà non riesce più a soddisfare le esigenze degli individui.

Tra i danni che comporta la deforestazione, occorre ricordare l’erosione del suolo: gli alberi, con le loro radici profonde e resistenti, fungono da “collante” per il terreno. Di conseguenza, tagliare gli alberi sul versante di una montagna o di una collina significa eliminare un naturale freno alle valanghe (come purtroppo abbiamo potuto constatare dai numerosi casi di valanghe di fango che hanno investito alcuni centri in Italia).

Se il taglio avviene in una regione pianeggiante, aumenta l’erosione da parte del vento, che si traduce nell’impoverimento del suolo. Il danno può estendersi ad ecosistemi più lontani, perché i detriti in aumento a causa dell’erosione intorpidiscono i corsi d’acqua o soffocano le barriere coralline.

La deforestazione tuttavia non interessa solo l’area direttamente colpita dal fenomeno, in cui determina diminuzione della biodiversità, erosione e totale depauperamento del terreno, sradicamento e sfruttamento delle popolazioni native, ma ha un’importante effetto su scala globale: il cambiamento climatico.

Le piante assorbono anidride carbonica e liberano ossigeno sotto forma di vapore. Questo, sotto forma di nuvole, viene spinto dalle differenze di pressione sulle terre aride, dove torna alla terra come pioggia. Continuando con l’esempio della foresta tropicale, polmone del pianeta, il taglio degli alberi impedisce la formazione delle nuvole di vapore, quindi che cada la pioggia nelle zone aride, contribuendo, così, al processo di desertificazione su scala planetaria.

Sebbene la situazione possa sembrare irreversibile, le nuove generazioni si stanno dimostrando molto sensibili ai problemi della conservazione e portano la speranza nel cuore della foresta. Sempre più riserve naturali vengono istituite in ogni parte del mondo, in modo che le aree ora scoperte siano protette da vincoli legislativi ferrei.

Sopra la foresta amazzonica, fra l’altro, sono sempre puntati i satelliti dell’Inpe – Istituto nazionale di ricerche spaziali – e, a seguito dell’apertura di nuove piste illegali all’interno della foresta, l’Ibama brasiliano (l’Ente governativo di controllo ambientale) ha ottenuto dall’esercito degli elicotteri per pattugliare costantemente la foresta.

D’altronde, secondo l’ipotesi Gaia per cui la Terra sarebbe un unico grande organismo vivente, continuando su questa rotta, l’uomo assume sempre più il ruolo di parassita del Pianeta. Nei miliardi di anni di evoluzione della Terra, la nostra presenza ha le dimensioni di una breve influenza.

Se non invertiremo questa tendenza, Gaia non impiegherà molto tempo a reagire e, in conclusione, gli unici ad aver perso davvero qualcosa saremo noi.

Fonte: terranauta.it

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In Norvegia gli autobus vanno con le acque reflue

Posted by darmel su 17 agosto 2009

In Norvegia, precisamente a Oslo, hanno deciso di impegnarsi molto seriamente non solo per abbattere le emissioni di C02, per migliorare i trasporti pubblici e per sganciarsi dalla dipendenza del petrolio, ma anche per assicurare uno sviluppo sostenibile in armonia con l’ambiente.

Insomma, la soluzione è stata trovata nelle acque reflue della città che andranno ad alimentare gli autobus cittadini, 350 per l’esattezza, che dalla fine del 2010 useranno biometano ricavato da due impianti per il trattamento delle acque nere. Il metano sarà prodotto dal prossimo settembre.

Le acque nere possono bastare

L’obiettivo è di far circolare nella capitale norvegese entro la fine del 2010 circa 350 bus cittadini grazie al biometano prodotto dagli impianti per il trattamento di rifiuti urbani. Un modo certamente nuovo per ridurre l’inquinamento da CO2 e realizzare l’ambizioso piano norvegese di tagliare il traguardo delle emissioni zero entro il 2050.

Da settembre, perciò i due impianti di trattamento delle acque nere di Oslo inizieranno a produrre metano. “Oslo mira ad essere una delle capitali più sostenibili al mondo sul piano ambientale – spiega il manager del progetto, Ole Jakob Johansen -. Usare biometano ha senso. Non soltanto infatti quello prodotto dalla rete fognaria andrebbe perso, ma la riduzione di emissioni calcolata per ogni bus sarà un passo nella lunga strada per le emissioni zero”.

Lavorare i microrganismi

La maggior parte del metano che fuoriusciva dagli impianti per trattare i rifiuti urbani della città finora veniva semplicemente bruciato nell’atmosfera, rilasciando circa 17mila tonnellate di CO2. Il processo che porta alla produzione del metano biologico è in quattro fasi ed è conosciuto come digestione anaerobica. In sostanza, utilizza microrganismi per metabolizzare diverse sostanze, dai rifiuti umani agli avanzi di cibo. Oslo ha adottato da tempo una strategia per lo Sviluppo sostenibile e per la riduzione dell’effetto serra e delle emissioni inquinanti. Il documento più recente stilato dalle autorità della capitale norvegese estende la pianificazione per la salvaguardia dell’ambiente e della qualità dell’aria fino al 2014. “Oslo dovrà assumere un ruolo centrale tra le capitali del mondo per lo sviluppo sostenibile. Lo sviluppo economico, sociale e culturale deve essere adattato alla capacità dell’ambiente naturale di sostenerlo. Dovremo consegnare la città alle generazioni future in condizioni ambientali migliori di quelle che abbiamo ereditato”, si legge nel documento.

Linee pubbliche ecologiche

Le linee guida per la tutela dell’ambiente urbano integrano diversi aspetti della vita cittadina, a cominciare dal sistema di trasporto pubblico, ben sviluppato se paragonato ad altre città della stessa dimensione. Il traffico è la causa principale delle emissioni inquinanti a Oslo e il governo municipale è da tempo impegnato per incrementare il trasporto pubblico e ridurre il numero di automobili sulle strade della città. Tra le misure messe in campo, ci sono ad esempio i pedaggi stradali per l’ingresso nell’area urbana e la pulizia delle strade e delle autostrade nella regione di Oslo con il cloruro di magnesio, che riduce l’impatto dell’inquinamento. Grazie ad accordi con la vicina città di Akershus, Oslo ha creato un sistema per il pagamento di pedaggi per chi circola sulla rete stradale attorno alla città. Le risorse ricavate finanziano in parte i progetti per un disegno del traffico urbano che rispetti l’ambiente.

Il Piano della mobilità

Il Piano della mobilità punta inoltre su mezzi di trasporto “amici” dell’ambiente. La municipalità incoraggia l’uso di automobili a emissioni basse o zero e di bio carburanti estratti dall’olio vegetale o di pesce. Il Governo norvegese ha addirittura introdotto vantaggi fiscali a favore di chi utilizza carburanti biologici e si rifornisce in distributori appositi. A Oslo si investe anche sulle tecnologie per l’alimentazione di macchine a idrogeno e sono nati addirittura corsi per una guida ecologica, ovvero per insegnare a guidare in modo da minimizzare lo spreco di energia e le emissioni nocive. La capitale norvegese ama molto le due ruote. Le piste ciclabili hanno ormai raggiunto la lunghezza di 95 chilometri e si lavora continuamente per estenderle.

La Carta della Terra

Oslo ha siglato l’Earth Charter contenente “Valori e principi per un futuro sostenibile”. “Stiamo vivendo un momento critico per la Terra, un periodo in cui l’umanità deve fare i conti con il suo futuro – si legge nel documento -. Nell’era della globalizzazione, il futuro prospetta contemporaneamente grandi rischi e grandi promesse. Dobbiamo prendere coscienza che, sebbene viviamo immersi in culture diverse, siamo comunque un’unica famiglia con un destino comune”. “Dobbiamo perciò restare uniti e lavorare assieme per approdare ad una società sostenibile – prosegue la Carta – fondata sul rispetto per la natura, i diritti umani universali, la giustizia economica e la cultura della pace. Per raggiungere questo obiettivo, è indispensabile che gli uomini si comportino in modo responsabile. La Terra è la nostra casa e il bene dell’umanità dipende dalla nostra capacità di tutelare la biosfera e l’ecosistema”.

Paola Gregorio

Fonte: giornaledibrescia.it

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Il dissalatore più grande d’Europa placa la sete di Barcellona

Posted by darmel su 7 agosto 2009

MADRID- Da oggi l’area metropolitana di Barcellona ha l’acqua necessaria al fabbisogno di un quinto della sua popolazione, senza la necessità di ricorrere al travaso dai fiumi Segre o Ebro.

E’ stato inaugurato dal presidente della Generalitat, José Montilla, l’impianto di desalinizzazione per uso urbano più grande d’Europa, a El Prat de Llobregat, una delle maggiori infrastrutture realizzate dal governo catalano per porre fine ai problemi provocati dalla siccità in Catalogna.

Con un investimento di 230 milioni di euro, per il 75% coperto con fondi Ue, l’impianto approvvigionerà 4,5 milioni di persone, coprendo il 24% del consumo d’acqua in ambito metropolitano, con una produzione di 200 milioni di litri al giorno, fino a 60 ettometri cubi di acqua l’anno.

Il progetto, realizzato dopo la deroga del Piano Idrologico Nazionale, che prevedeva il travaso del fiume Ebro, è stato definito da Montilla il “simbolo della Catalogna del futuro” e della scommessa della regione sul processo di potabilizzazione dell’acqua marina.

Quello de Llobregat è infatti uno dei 4 impianti previsti dal piano regionale che saranno a regime nei prossimi quattro anni, con l’obiettivo di produrre 200 ettometri cubi di acqua l’anno: a parte quello inaugurato oggi, i due di Tordera, di cui uno già funzionante, e quello di Foix, a Cubelles, attualmente in fase di aggiudicazione del progetto. Si chiude così una lunga stagione di polemiche che, a causa della siccità severa registrata nella regione negli ultimi anni, sono state oggetto dello scontro politico, con il travaso dell’Ebro approvato dal partito Popolare nel 2000 e successivamente revocato dal governo tripartito a guida socialista; o quello del Rodano, invocato i nazionalisti di CiU nel 2008, in piena crisi idrica.

Per far fronte all’emergenza, che rischiava di svuotare completamente i bacini delle riserve idriche, la Generalitat approvò un anno fa la realizzazione delle condotte idriche per trasportare l’acqua verso Barcellona dai fiumi ed assicurare l’approvvigionamento dell’area metropolitana.

Le piogge, per fortuna più intese durante lo scorso inverno, hanno riportato i bacini a livelli di normalità. L’acqua dolce proveniente dalla desalinizzazione sarà drenata da una condotta che capta l’acqua marina, a 2,2 km dalla costa e a 30 metri di profondità. Una stazione di pompaggio la immette, attraverso condotte del diametro di due metri, nell’impianto di Llobregat, per la desalinizzazione.

I costi di produzione sono elevati, dato che uno dei principali problemi è il grande consumo di elettricità necessario per il funzionamento dell’impianto. A tal fine, riferisce oggi la stampa spagnola, sono stati installati dei dispositivi di recupero energetico che, utilizzando la stessa pressione dell’acqua, consentono di ridurre della metà il consumo di energia. Il riscaldamento, il raffreddamento e l’acqua calda a scopi sanitari necessari all’impianto sono realizzati mediante energia solare termica. Efficienza e sostenibilità ambientale, senza alterare il naturale corso dei fiumi, sono le parole d’ordine del piano idrico adottato dalla Generalitat.

Una volta desalinizzzata, l’acqua sarà portata da El Prat de Llobregat al deposito di Fontsanta, a Sant Joan Despì, dove confluiscono anche le acque dell’impianto di potabilizzazione di Abrera e, dopo essere stata mescolata, viene immessa nella rete idrica per il consumo.

Fonte: ilmediterraneo.it

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Domenico Finiguerra: sindaco a crescita zero

Posted by darmel su 28 giugno 2009

Vi proponiamo l’intervista a Domenico Finiguerra, sindaco virtuoso di Cassinetta di Lugagnano (MI), primo e finora unico Comune “a crescita zero” d’Italia. Un comune che non ha previsto un’estensione urbanistica del piano regolatore, e che in un contesto iper-edificato ed iper-cementificato come quello lombardo, ha deciso di anteporre il benessere dei suoi cittadini e del suo territorio ai soldi facili che l’edilizia può procurare. Un simbolo della campagna “Stop al consumo di territorio”.

Gentile Domenico Finiguerra, innanzitutto grazie per la Sua disponibilità. Che cosa l’ha portata, come sindaco, a decidere di rendere Cassinetta di Lugagnano il primo comune “a crescita zero” in Italia?

Per me è stato l’amore. Si, l’amore per mio figlio.

Ma non è stata una decisione solo mia. Bensì dell’intero gruppo che si è riconosciuto nella lista civica Per Cassinetta. Fermare l’espansione urbanistica e il cemento era ed è tuttora uno dei pilastri della nostra Politica. Il motivo principale sta nell’aver preso coscienza di un fatto: il territorio non è infinito e non è riproducibile.

Una volta preso atto di questo, abbiamo adottato l’unica decisione che può concretamente contrastare il fenomeno della cementificazione selvaggia che comincia a soffocare non solo l’ambiente, l’agricoltura e il paesaggio, ma anche i cittadini. Nelle nostre discussioni, è sempre presente un interlocutore mai considerato: le generazioni future, i nostri figli.

Il consumo di territorio ha assunto nell’ultimo decennio proporzioni molto preoccupanti. Seguendo un modello di sviluppo funzionale ad una sommatoria di interessi singoli e per nulla orientato al soddisfacimento e alla salvaguardia del bene comune, il nostro Paese ha cavalcato un’urbanizzazione ampia, rapida e violenta. Le aree destinate ad edilizia privata, le zone artigianali, commerciali e industriali con relativi svincoli e rotonde si sono moltiplicate ed hanno fatto da traino a nuove grandi opere infrastrutturali (autostrade, tangenziali, alta velocità).

Dinamiche complesse che però sono il risultato di un dato di fatto molto semplice: la cementificazione, oggi, non è considerata un’emergenza. Nonostante dati allarmanti e fatti concreti, il consumo di territorio non è considerato un problema.

Così, da un minuscolo comune lombardo, abbiamo deciso di lanciare un sasso nello stagno del grande dibattito italiano. Si è deciso di dire stop al consumo di territorio. Ed è stato fatto, appunto, con un’azione concreta. L’adozione di un Piano Regolatore che non prevede nessuna nuova espansione urbanistica, ma che punta tutto sul recupero dell’esistente. Una decisione che ha suscitato grande interesse, forse eccessivo.

Occorreva ed occorre prendere atto che la terra d’Italia che ci accingiamo a consegnare alle prossime generazioni è malata. Così, noi abbiamo cominciato a curarla. A partire dalla porzione di terra da noi amministrata.

E l’adozione di un Piano Regolatore battezzato a “crescita zero”, ha fatto emergere con chiarezza l’incompatibilità e l’avversità della scelta operata rispetto al modello di sviluppo dominante. Soprattutto nella provincia di Milano.

Quali pensa che siano i vantaggi di una tale scelta, considerando il fatto che l’espansione del territorio nei piani regolatori è vista generalmente come fonte di guadagno per le casse comunali?

Il vantaggio sta nell’ipotizzare e praticare un modello alternativo. E il venir meno di ingenti introiti per oneri di urbanizzazione ci ha fatto trovare un’ Altra Politica.

Oggi i comuni versano in condizioni economiche precarie. Entrate in diminuzione e uscite in aumento producono bilanci in forte squilibrio. In assenza di una reale autonomia finanziaria, per un sindaco e la sua giunta, è sempre più difficile far quadrare i conti.

Se poi l’attività amministrativa è ispirata da manie di grandezza (molti amministratori vogliono e promettono oltre misura: palazzetti, piscine, centri civici, bowling, rotonde, eventi e appuntamenti autoreferenziali), diventa ancora più difficile trovare le risorse necessarie.

Così, grazie al combinato disposto di una legge, che consente di applicare alla parte corrente dei bilanci gli oneri di urbanizzazione e della disponibilità di territorio i comuni praticano la monetizzazione del territorio.

Un circolo vizioso che, se non interrotto, porterà al collasso intere zone/regioni urbane. Un meccanismo deleterio, che permette di finanziare i servizi ai cittadini con gli oneri di urbanizzazione, con l’edilizia, la quale produce nuovi residenti e nuove attività e quindi nuove domande di servizi, e così via, con effetti devastanti. Un meccanismo che di fatto droga i bilanci comunali, finanziando spese correnti con entrate una tantum, che prima o poi finiranno, perchè ripeto il territorio non è infinito.

Quindi il primo vantaggio, sta nell’aver interrotto questo circolo vizioso. Risparmiando la terra. Ma questa scelta oltre a recare beneficio alla terra, ha messo in moto, data la scarsità di risorse con le quali ci dobbiamo misurare tutti i giorni, sobrietà e austerità. Virtù amministrative che, dati i tempi, è sempre più urgente reintrodurre nella pratica politica quotidiana.

Come è riuscito a convincere, se ce ne è stato bisogno, il Consiglio Comunale?

La mia maggioranza è un “monocolore”. Un monocolore per la terra. La nostra politica urbanistica ha passato tre esami. Il primo nel 2002, quando ci siamo presentati per la prima volta ottenendo il 51% dei consensi. Il secondo prima dell’approvazione del piano regolatore nel corso di un lungo processo partecipato. Il terzo nel 2007, quando dopo aver approvato il piano regolatore, gli elettori ci hanno premiato con il 62%.

Gli elettori li abbiamo convinti parlando. Illustrando e spiegando che questo modello di sviluppo non va. E che è necessario invertire la rotta. Perchè il futuro non può stare in un centro commerciale dove riversarsi nei fine settimana. Non può stare su una tangenziale. Non può stare in periferie anonime, dove le relazioni sociali sono ai minimi termini e i rapporti umani sono come gelati: una leccata e via.

Presso Cassinetta di Lugagnano è stata presentata a livello nazionale la campagna “Stop al consumo di territorio”. Pensa che possa davvero avere successo una tale iniziativa in un Paese come l’Italia, così soggetto a cementificazione, speculazione edilizia ed abusivismo?

Me lo auguro e i segnali che ci arrivano vanno in quella direzione. Sono ormai più di diecimila gli aderenti ed oltre 200 le associazioni che promuovono iniziative sul territorio. La campagna si propone di affermare il diritto al territorio non cementificato.

“L’Italia è un paese meraviglioso” recita il manifesto nazionale. Viviamo seduti su una miniera d’oro. Ma la stiamo usando come latrina. La campagna vuole essere quel tale che arriva e dice: “Scusi, può evitare. Mi da fastidio…

Cosa pensa del “Piano casa” ideato dall’attuale governo?

Rischia di diventare l’ennesimo condono mascherato.

Quali alternative suggerirebbe, Lei, per rilanciare in modo più “sensato” il settore edilizio?

I nostri immobili sono colabrodo. Consumano 20mc di metano al mq all’anno. Se si ipotizzasse una Grande Opera Pubblica, consistente nel recupero di tutto il patrimonio edilizio esistente rendendolo più efficiente dal punto di vista energetico e nel recupero dei molti angoli deturpati del territorio italiano da ecomostri, si rilancerebbe, eccome, l’edilizia. E sarebbe un investimento per il futuro. Per il turismo, per la cultura.

Il nostro Piano Regolatore, non ha fermato l’edilizia. L’ha indirizzata verso il recupero e verso il restauro. Corti, cortili, ville, cascine, ruderi. Certo non lavorano le grandi imprese immobiliari. Ma i piccoli artigiani. Specialisti del restauro e non quelli della speculazione.

Lei ha partecipato anche al libro L’anticasta: l’Italia che funziona, con altri autori quali Maurizio Pallante e Marco Boschini. Un libro che può risollevare gli animi degli italiani…

In Italia ci sono centinaia di persone che nell’ombra sperimentano quotidianamente un nuovo modo di fare politica. Difficilmente salgono alla ribalta dei talk show televisivi. Se fossero invitati a Ballarò o a Porta a Porta, renderebbero visibile un’altra Italia. Quella che non fa della politica un esercizio tattico. Ma che utilizza il potere per cercare nuove vie e rendendole praticabili anche per gli altri. Interpretando il significato dato alla politica da Aristotele. Lavorare per il bene comune. Il libro di Marco Boschini e Michele Dotti, raccoglie queste nostre storie e le mette a disposizione. Spero davvero molti Italiani sappiano prendere spunto per appassionarsi e per trovare tempo e spazio da dedicare alla rinascita di questo paese.

A proposito di Pallante e Boschini, pensa che Associazioni come quella della Decrescita felice o dei Comuni Virtuosi, con le loro proposte che vanno oltre alla mera critica di ciò che non va, possano aiutare gli enti locali nella gestione della cosa pubblica?

Le esperienza virtuose sono a disposizione. Basta cercarle, copiarle e adattarle. E non ascoltare mai i “mestieranti” della politica. Quelli che ai cittadini che vorrebbero occuparsi del loro paese, del loro quartiere o della loro città, dicono: “Eh…la politica è difficile. Enormi responsabilità. Leggi, regolamenti, normativa. Ci pensiamo noi. Non ti preoccupare. Tu continua a guardare la TV”.

Fonte: terranauta.it

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Greenpeace: Metro SpA diventa “amica delle foreste”

Posted by darmel su 28 giugno 2009

Con una lettera inviata a Greenpeace, FSC Italia e al Ministero dell’Ambiente, l’amministratore delegato di Metro S.p.A Antonio Marzia rende noto che negli acquisti lignei (quali traverse ferroviarie e legnami di armamento, mobili ed arredi) la società richieda sistematicamente prodotti certificati FSC (Forest Stewardship Council) e che analoga certificazione FSC sarà richiesta nell’acquisto del 50% della carta per fotocopie (mentre il restante 50% sarà costituito da fibre riciclate post-consumo).

Lo scorso marzo alcuni attivisti avevano srotolato un enorme striscione alla stazione metro del Colosseo a Roma con il messaggio “African forest destruction sponsored by Metro”, mentre al porto di Ravenna un altro gruppo marchiava il legname incriminato e si incatenava ai tronchi, chiedendo l’intervento del Corpo Forestale dello Stato e dell’ente certificatore FSC.

“Siamo soddisfatti per l’impegno assunto da Metro S.p.A. Ora siamo sicuri che la nostra metropolitana non verrà costruita deforestando l’Africa e il Pianeta. – afferma Chiara Campione, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace Italia – Questo è un risultato importante per la nostra campagna. Ma non finisce qui. Greenpeace continuerà a fare pressione affinchè l’Italia, che è uno dei porti più importanti per l’ingresso del legno illegale in Europa, assuma un ruolo chiave per proteggere le foreste”.

Fonte: terranauta.it

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Alpi: Noi, taglialegna e ambientalisti

Posted by darmel su 27 giugno 2009

Ancora qualche settimana e poi una nuova certificazione si aggiungerà a quelle che Alpi, multinazionale della trasformazione del legno di Modigliana, in provincia di Forlì, possiede già. Si tratta del riconoscimento del Bureau Veritas che attesta il rispetto delle leggi forestali del Camerun, dove il gruppo guidato da Vittorio Alpi è la prima realtà industriale del settore, con tre siti produttivi e oltre 500 mila ettari di foresta tropicale in concessione. «Abbattiamo solo pochi alberi per ettaro, in modo che il tessuto forestale possa cicatrizzarsi velocemente, e poi lasciamo riposare l’area per 30 anni» spiega Alpi a Economy.

L’impegno per una gestione sostenibile della natura era già stato dimostrato con l’accordo firmato tra Alpi e il Tropical forest trust, un’organizzazione non profit internazionale impegnata nella tutela delle risorse tropicali. Mentre in Italia, dove la materia prima è costituita dal pioppo, Alpi ha già ottenuto la certificazione di Sgs e il marchio di Fsc (Forest Stewardship Council), associazione di cui fanno parte anche Wwf e Greenpeace.

«Una gestione sostenibile della foresta ci garantisce il suo utilizzo economico e al tempo stesso fornisce un importante contributo al reddito degli abitanti della regione» aggiunge Alpi. In Africa lavorano 1.500 dipendenti, impegnati nel taglio dei tronchi di Ayous e nella successiva lavorazione. Di questi, 150 operano al largo della Costa d’Avorio su una chiatta lunga 95 metri. Su questo stabilimento galleggiante, varato nel 1975 nei cantieri di Ravenna e poi rimorchiato fino in Africa, si procede alla sfogliatura del legno. Capofila del gruppo in terra africana è la Alpicam Industries che trasforma il legno per gli stabilimenti italiani.

Con un fatturato 2008 stimato in 168 milioni di euro e un utile di 20 milioni, il gruppo Alpi, tra Italia e Africa, può contare su otto stabilimenti e 2.895 addetti. Nell’ultimo anno ha prodotto 41,5 milioni di metri quadrati di tranciato, qualcosa come l’equivalente di circa 5.800 campi di calcio, rifornendo oltre 1.300 produttori di mobili e porte. «Le aziende italiane e tedesche sono le migliori per la qualità del prodotto, ma vendiamo in tutto il mondo» dice Alpi.

Il core business è immutato da decenni e si chiama Alpilignum: si tratta di un foglio in legno destinato al rivestimento dei mobili che può essere realizzato in svariati colori e grazie alla particolare lavorazione può assumere le stesse venature di essenze pregiate e rare.

Fonte:
alpi.it
blogonomy.it

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Enel sole: il nuovo sistema di illuminazione pubblica fa risparmiare il 60% dell’energia

Posted by darmel su 27 giugno 2009

Enel Sole – la società di Enel specializzata nel settore dell’illuminazione pubblica che gestisce più di 2 milioni di punti luce – nell’ambito del “World Future Energy Summit” che si è tienuto ad Abu Dhabi, dal 19 al 22 gennaio 2009, ha presentato il nuovo sistema innovativo di illuminazione pubblica, basato su tecnologia LED (Light-Emitting Diode).

Il nuovo sistema Archilede di Enel Sole, realizzato presso gli stabilimenti di iGuzzini – produttore leader nel settore dell’illuminazione – sulla base delle specifiche tecniche predisposte da Enel Sole, consentirà di risparmiare oltre il 40% dell’energia destinata all’illuminazione pubblica rispetto alle migliori tecnologie tradizionali – le lampade a vapori di Sodio ad Alta Pressione (SAP) e ad Alogenuri Metallici – e fino al 60% rispetto a tecnologie tradizionali a minore efficienza – le lampade a Vapori di Mercurio (VM) – con un consistente contenimento dei costi energetici e un basso impatto ambientale.

Ottiche innovative ed elettronica “intelligente” fanno del nuovo apparecchio LED – ampiamente testato presso i laboratori certificati da IMQ – il sistema ideale per rispondere alle più svariate esigenze di illuminazione stradale: innovativa modalità di regolazione di ciascun punto luce, programmabile secondo le esigenze di sicurezza e viabilità; eccellente uniformità della luce e minimizzazione delle dispersioni; resa cromatica elevata, basso impatto ambientale nel rispetto delle prescrizioni delle Leggi vigenti in materia di risparmio energetico e inquinamento luminoso.

A inizio 2009 è stato inaugurato ad Alessandria, Lodi e Piacenza la fase di sperimentazione di questa nuova tecnologia. Presso il Comune di Alessandria è stato acceso il primo impianto LED in Corso Lamarmora a fine marzo 2009, prima fase del progetto pilota che prevede complessivamente l’installazione di circa 150 centri luminosi a LED. Se il progetto pilota avrà successo sarà poi esteso a livello nazionale.

Qualche numero. Con i primi 400 punti luce, le tre città risparmieranno per l’illuminazione pubblica sin da subito circa 90.000 chilowattora all’anno pari a circa il 55% dei relativi consumi di EE in presenza di un importante aumento della luminosità, con minori costi in bolletta e circa 45,5 tonnellate di CO2 evitate ogni anno. In proporzione, se tutti i comuni italiani adottassero il nuovo sistema di illuminazione e nell’ipotesi di utilizzare in pieno le caratteristiche di luminosità e regolabilità dei LED si potrebbero risparmiare fino a 2,5-3 Terawattora annui e 1,2 – 1,5 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Forse in questo modo non avremo bisogno di costruire onerose centrali nucleari (che per intenderci pagheremo noi cittadini), poichè la tecnologia per consumare meno mantenendo inalterato il nostro prezioso stile di vità già c’è.

Ma c’è di più. Enel Sole, che opera da sempre impiegando tecnologie innovative per incrementare l’efficienza complessiva degli impianti e ottimizzare i consumi di energia elettrica, offre ai clienti una soluzione integrata comprendente la progettazione, fornitura in opera e collaudo per facilitare l’introduzione della nuova tecnologia e, laddove richiesto, un’anticipazione in conto capitale per consentire alle amministrazioni comunali di ottenere risultati immediati e una programmabilità della spesa.

Enel Sole è la società di Enel che opera nel mercato dell’illuminazione pubblica ed artistica. Con circa 4.000 Comuni serviti e oltre 2 milioni di punti luce, Enel Sole è oggi il maggiore operatore italiano del settore, con una quota di mercato di circa il 22%.

Fonte:
enel.it
diariodelweb.it

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Asti: il Comune usa i pipistrelli come anti-zanzare

Posted by darmel su 23 giugno 2009

Che i pipistrelli siano acerrimi nemici delle zanzare lo sappiamo e dunque il Comune di Asti ha avviato un nuovo progetto in campo ambientale: da quest’anno, per la lotta alle zanzare, oltre alle consuete tecniche di disinfestazione, si stanno percorrendo strade alternative ed ecologiche usando proprio i pipistrelli.

La sperimentazione consiste nel monitoraggio dei pipistrelli in ambiente urbano e nell’installazione di circa una ventina di bat box, le casette-nido utilizzate come rifugio da parte dei pipistrelli stessi. In una bat box possono nidificare anche più di 200 cuccioli di pipistrello.
L’assessore all’ambiente, Diego Zavattaro, ha dichiarato che:

Il Comune è da anni impegnato nel Progetto di Monitoraggio e Lotta alla Zanzara Tigre. Il progetto riguardante i pipistrelli, oltre ad avere un grande valore ecologico, proteggendoli come chiedono le leggi nazionali e le direttive europee, consente di eliminare le zanzare appartenenti a specie di abitudini notturne, in particolare nelle zone dove la presenza di queste ultime e’ più numerosa. Ogni pipistrello, infatti, è in grado di mangiare più di 2mila zanzare a notte.

Fonte:
ecoblog.it
comune.asti.it

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Sistemi 2000: Il mio supermercato è “verde”

Posted by darmel su 22 giugno 2009

La rivoluzione verde per lui è già iniziata. Sergio Lupi, presidente e fondatore del gruppo marchigiano Sistemi 2000, specializzato nella produzione di arredi per la grande distribuzione, dal 1° gennaio 2008 ha messo al bando legno e plastica «vergini» per utilizzare solo materia prima  di riciclo. «Il progetto di riconversione della mia azienda in chiave ecosostenibile è partito nel 2007 sull’onda della necessità di sfuggire alla morsa dell’eccessivo costo del petrolio» racconta a Economy l’imprenditore.
Un anno di investimenti in ricerca e sviluppo e di preparazione per le modifiche a stampi e macchinari, poi è nato il marchio R-Evolution che oggi contraddistingue mobili e scaffalature in legno riciclato, cestini per la spesa e portaprezzi in polietilene proveniente dalla raccolta differenziata di bottiglie e tappi. «Per produrre un chilo di Pet riciclato servono 200 grammi di petrolio, ovvero il 90% in meno di quello necessario a produrre Pet vergine» sottolinea Lupi.
Un bel risparmio, che si traduce in vantaggio anche per le aziende della grande distribuzione: l’arredamento prodotto con materiale da riciclo costa infatti tra il 5 e l’8% in meno della media. Senza contare il ritorno di immagine di cui può godere un supermercato «verde». «Oggi il consumatore è molto attento alle problematiche ambientali e al risparmio energetico, quindi utilizzare arredi e accessori ecofriendly costituisce una leva di marketing per i supermercati» prosegue Lupi.

In controtendenza. La strategia di inserirsi in un business in rapida espansione come quello del «green retail» ha già dato i primi risultati: tra gennaio e marzo 2009, infatti, in controtendenza rispetto all’economia italiana, Sistemi 2000 ha registrato un incremento di fatturato del 60% rispetto all’anno precedente. «Il 2008 si è chiuso con un giro d’affari di 13,1 milioni di euro: per quest’anno il budget è di 14,5 milioni di euro, mentre il numero degli addetti salirà da 53 a 62 persone».
Non si fermano neppure gli investimenti. Dopo i 700 mila euro spesi per la riconversione, nei prossimi tre anni verranno impiegati 3 milioni di euro per la produzione di attrezzature con materiali riciclati e per completare così la gamma degli articoli da proporre ai propri clienti. Tra le novità dei prossimi mesi ci sarà il cestino-trolley per la spesa che si alza da solo.
«In futuro i supermercati saranno interamente ecologici» prevede Lupi, che ha messo nel suo portafoglio clienti tutti i big della grande distribuzione. «Prima ero uno dei tanti, adesso offro prodotti unici» ammette l’imprenditore, che punta anche  a rafforzare le collaborazioni con le università per studiare nuove soluzioni tecniche.

Barbara Gabbrielli

Fonte: blogonomy.it

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