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Ecco perchè dico NO al Nucleare, votando SI al referendum…

Posted by darmel su 12 giugno 2011

Oggi è un giorno storico per l’Italia e che verrà ricordato negli anni a venire. Finalmente è arrivato il momento per gli italiani di fare qualcosa per il proprio Paese, per fare qualcosa per la loro (nostra!) Italia.

Andate a votare e scegliete il futuro che desiderate per voi e i vostri figli!

Qui vi cito alcuni motivi per dire NO al Nucleare, votando SI al referendum, dello scrittore Carlo Dorofatti

1. Perché l’’Italia non ha alcuna necessità di comprare energia elettrica. Infatti secondo i dati TERNA pubblicati nel 2009, quando ancora il ricorso alle fonti rinnovabili non era al massimo, la potenza installata in Italia al 31/12/2008 era di 98.625 MW e la potenza massima richiesta in Italia nel 2008 era di 55.292 MW.
Abbiamo quindi un’eccedenza di energia superiore a quasi tutti i paesi europei!!!

 2. L’energia elettrica ci avanza, ma la compriamo. Perché? Perché l’ENEL è privata e deve fare profitto e preferisce tenere i suoi impianti spenti o farli funzionare solo saltuariamente per poi comprare l’energia elettrica a prezzi stracciati da Paesi che la svendono perché ne producono troppa, come la Francia.

 3. Perché quando le miniere facili di Uranio saranno esaurite, ci vorrà più energia per estrarlo e arricchirlo di quanta ce ne fornirà. 
In natura non esiste comunque l’Uranio da solo: si estrae un minerale, che va macinato, lavorato, arricchito e trasformato nel combustibile per le centrali, trasportato fino alla centrale… ed è molto radioattivo.

 4. Perché dovremo importare Uranio da altri paesi, esattamente come il petrolio, Il suo prezzo aumenterà sempre di più perché sarà necessario estrarlo da miniere che ne conterranno sempre meno. 

5. Perché in tutto il mondo solo sette società controllano l’85% dei giacimenti di Uranio e soltanto quattro fanno ben il 95% dell’arricchimento del combustibile.

 6. Perché nella migliore delle ipotesi, non avremo centrali nucleari funzionanti prima di 15 anni. Completamente fuori tempo massimo per il clima!!!

 7. Perché da una centrale nucleare escono gas, liquidi e solidi tutti fortemente radioattivi. I gas radioattivi non vengono intrappolati, e si liberano interamente, come gli Xe 133, Kr 85, H 3, il Trizio. Ci sono studi serissimi,come lo studio tedesco, KIKK Studium, e uno americano che dimostrano che c’è un forte aumento di leucemie nei bambini e di tumori degli embrioni tra la gente che vive vicino alle centrali nucleari.

 8. Perché non spenderemo meno in bolletta. Infatti bisogna tener conto non solo della spesa per le centrali ma dell’intero ciclo, specie dei costi successivi dovuti al deposito delle scorie e allo smantellamento delle centrali, ovvero i “costi differiti” di cui nessuno parla mai. 

9.Perché il nucleare ci costa ancora in bolletta (voce A2) per le vecchie centrali fuori uso 1 miliardo di euro all’anno, senza produrre più UN SOLO kWh da 23 anni.

 10. Perché in un anno una sola centrale da 1000 MW produce scorie che contengono la stessa radioattività prodotta da 1000 bombe come quella di Hiroshima.

 11. Perché nessuno al mondo è ancora riuscito a trovare una soluzione definitiva al problema delle scorie che sono radioattive per lungo tempo; le scorie ad alta attività lo sono anche per centinaia di migliaia di anni.

 12. Perché esistono due tipi di scorie, quelle a bassa e media attività e quelle ad alta attività. Quelle a bassa e media attività sono messe in contenitori appositi e poi in depositi di superficie, che in molti paesi, come la Gran Bretagna, sono già quasi pieni, oppure si cerca di affossarle sottoterra, tipo nelle miniere di sale, come ad Asse, in Germania che stanno cedendo e da un momento all’altro crollare, così stanno cercando di ritirare fuori tutti i bidoni. Solo che alcuni sono rotti…
Quelle ad alta radioattività quelle ad alta attività restano radioattive anche 200.000 anni, e nessuno al mondo sa dove metterle al sicuro. E sono in giro per il mondo: in Francia hanno seppellito scorie radioattive sotto un parcheggio, in Italia navi con veleni sono state affondate.

 13. Perché il problema delle scorie, enorme problema anche economico, lo erediteranno le generazioni future. E fra 50 anni nessuno si ricorderà più di dove sono state messe e nessuno già oggi può dare garanzie sulla resistenza dei depositi agli eventi naturali del pianeta.

 14. Perché la radiottività persiste per migliaia, milioni, miliardi di anni: il plutonio 241000 anni, l’uranio 238 4,5 miliardi di anni, l’uranio 235 710 milioni di anni, l’uranio 234 245000 anni.

 15. Perché l’Italia installerà i reattori EPR, che nessuno al mondo ha ancora installato. Nelle centrali in costruzione in Finlandia e in Francia stanno causando tantissimi problemi. Infatti l’Agenzia per la Sicurezza Nucleare finlandese ha fatto sospendere i lavori perché ha trovato ben 2.100 non conformità nel cantiere e ha scoperto che le saldature del circuito di raffreddamento della centrale, che sono una struttura importantissima per la sicurezza, non sono a norma!

 16. Perché i famosi reattori di IV generazione non saranno pronti prima del 2030-2040 e a tutt’oggi si fanno promesse sulle caratteristiche di una tecnologia che esiste solo nelle ipotesi di studio, sottraendo intanto fondi agli studi, sulle rinnovabili, ad esempio…

 Fonte: Ecco perchè dico NO al Nucleare, votando SI al referendum…

 

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Seci Energia acquisisce la maggioranza di Exergy

Posted by darmel su 12 gennaio 2011

È stato firmato il contratto definitivo di acquisto da parte di Seci Energia (Gruppo Industriale Maccaferri) della quota di maggioranza di Exergy, società con sede a Legnano (Milano) leader nel settore dell’ORC e dei servizi di ingegneria. Lo Studio Bernoni Professionisti Associati di Milano ha assistito Exergy in qualità di advisor, mentre Seci Energia è stata assistita dal team interno.

Grazie a questa acquisizione, il Gruppo Industriale Maccaferri entra nel business dell’efficienza energetica attraverso la tecnologia Orc (ciclo Rankine a fluido organico) che consente di sfruttare fonti di calore a bassa temperatura, recuperando calore dallo scarico di motori, turbine o forni industriali, gas flare, sorgenti geotermiche a bassa entalpia, sistemi CSP a concentrazione solare e adatta ad ogni applicazione di piccola taglia a combustione esterna, quali ad esempio gli impianti a biomassa.

Seci Energia è la sub-holding del Gruppo Industriale Maccaferri in cui sono concentrate le attività energetiche operanti nel settore delle biomasse con Powercrop e Sab, nel solare con Enerray, nel termoelettrico con Termica Celano e Termica Colleferro, nel biogas con Sebigas, nell’eolico con Was e nell’idroelettrico con società attive nella penisola balcanica.

Fonte: IlGiornale

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Fusione nucleare: a Padova generata un’elica di plasma da fusione a 15 milioni di gradi

Posted by darmel su 18 settembre 2009

Parliamo di energie alternative, di risorse rinnovabili, di fonti energetiche diverse dagli idrocarburi. Insomma, parliamo di una branca di studio che è sulla bocca di tutti ma della quale pochi conoscono gli attuali sviluppi. Ad esempio: lo sapevate che negli ultimi sessant’anni un’enorme mole di studi si è concentrata sul tentativo di ricavare energia dalla fusione nucleare? Sapevate anche che in Italia, a Padova, c’è uno dei più grandi esperimenti al mondo per lo studio della fusione termonucleare?

Si chiama RFX, e nelle scorse settimane ha raggiunto un traguardo notevole. I ricercatori padovani sono infatti riusciti a produrre un plasma da fusione a 15 milioni di gradi. Questo plasma è in grado di assumere spontaneamente una conformazione “a elica” che gli conferisce una maggiore stabilità.

Ma che importanza ricopre la elica di plasma padovana nello sviluppo di energia da fusione?

Ne abbiamo parlato direttamente con Piero Martin che, insieme a Maria Ester Puiatti del Cnr, è  responsabile scientifico dell’esperimento.

W: Buongiorno professore. Per cominciare, qual’è lo stato attuale delle ricerche sulla fusione?
P.M.: In tutto il mondo ci sono laboratori che lavorano sulla fusione a confinamento magnetico. Il gas di isotopi di idrogeno, dove dovrebbero avvenire le reazioni di fusione, viene contenuto in un reattore a forma di ‘ciambella’ da un campo magnetico. Sperimentalmente ci sono tre tipi di dispositivi: il
Tokamak, lo Stellarator e il Reversed Field Pinch (configurazione a campo rovesciato, RFP). Queste tre tipologie differiscono sostanzialmente per la forma del campo magnetico utilizzato per confinare il plasma.

W: La nuova configurazione del vostro plasma in cosa differisce da quelle finora sperimentate?
P.M: Il nostro esperimento si chiama RFX ed è un RFP. Utilizza un campo magnetico di ampiezza molto inferiore rispetto al Tokamak. Questo potenzialmente può comportare notevoli semplificazioni tecnologiche e consente di studiare la fisica dei processi di fusione in un regime di basso campo magnetico. RFX è dotato di 192 bobine elettriche che controllano la stabilità del plasma producendo opportuni campi magnetici. Il sistema è controllato da un potente computer, che elabora 600 misure simultanee di stabilità e reagisce in tempi inferiori al millesimo di secondo. Si tratta del più avanzato sistema di controllo in feedback della stabilità mai realizzato per un esperimento a fusione.

W: Che miglioramento comporta la forma ad elica in termini di contenimento ed efficienza energetica? 
P.M.: RFX ha evidenziato come nella configurazione magnetica RFP il plasma assuma una forma  elicoidale. In questa forma il campo magnetico produce un efficiente strato di isolante termico con uno spessore di circa 20 centimetri. Questo strato consente di mantenere il plasma, riscaldato da un’intensa corrente elettrica, ad una temperatura centrale di circa 14-15 milioni di gradi. È  un miglioramento significativo rispetto a prima (un fattore 4 nella qualità del contenimento energetico). In questa configurazione il plasma sembra anche avere migliori proprietà di stabilità.

W: Quali sono le temperature raggiunte nel plasma? Quali dei campi magnetici usate?
P.M.: Le temperature massime finora raggiunte sono di circa 1300-1400 elettronvolt, che corrispondono a circa 15 milioni di gradi Kelvin. Il campo magnetico applicato è di qualche decimo di Tesla.

W: In un futuro reattore, come potrà essere estratta e utilizzata l’energia?
P.M.: Gli esperimenti attuali ancora non producono energia.
ITER, il nuovo grande esperimento in fase di costruzione a Cadarache, nel sud della Francia, sarà il primo esperimento che produrrà significative quantità di energia da fusione (400 Mega watt). In un futuro reattore commerciale l’energia prodotta dalla fusione andrà a riscaldare un fluido che circolerà attorno al reattore, da cui si genererà energia elettrica attraverso un comune schema termo-elettrico.

Fonte: wired.it

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Nel 2008 l´Italia ha importato dall´estero solo il 12% dell´energia che ha usato

Posted by darmel su 10 settembre 2009

LIVORNO. Il rapporto “Dati Statistici sull´energia elettrica in Italia” pubblicato da Terna, che è incaricata alla sua redazione annuale essendo il suo Ufficio di Statistica membro del Sistema Statistico Nazionale (Sistan), mostra un quadro interessante riguardo alla produzione.
Il rapporto si riferisce al 2008, in cui si registra una produzione nazionale netta in aumento del 1,9% rispetto all’anno precedente, con un valore di 307,1 miliardi di kWh. Nonostante nello stesso anno la richiesta di energia elettrica sia stata di 339,5 miliardi di kWh, con un decremento dello 0,1% rispetto all’anno precedente.

La richiesta di energia elettrica sulla rete è stata soddisfatta per l’88,2% da produzione nazionale (86,4% nel 2006), per un valore pari a 299,4 miliardi di kWh, al netto dei consumi dei servizi ausiliari e dei pompaggi, con un aumento del 2,0% rispetto al 2007.

Interessante notare rispetto alle quote d’importazione di energia elettrica che sempre dal confronto con l’anno 2007, nel 2008 il nostro paese ha chiuso con una diminuzione di energia elettrica importata (-11,2%) e un saldo positivo di quella esportata verso altri paesi pari ad un + 28,3%.

Complessivamente nel 2008 il saldo estero è ammontato a poco più di 40 miliardi di kWh (11,8% del fabbisogno nazionale), con una diminuzione del 13,5% rispetto al 2007.
Interessante notare che tra i paesi verso cui esportiamo la nostra energia elettrica vi sia oltre alla Grecia anche la Francia, da cui quindi importiamo (al netto delle esportazioni) circa un quarto del totale, mentre la quota più consistente deriva dalla Svizzera.

Disaggregando per fonte i dati relativi alla produzione (al netto dei servizi ausiliari), si evidenzia un andamento diversificato tra le varie fonti, con un sensibile incremento delle
principali fonti rinnovabili – idrica, eolica e fotovoltaica – a fronte invece di flessione della quota di produzione termoelettrica da fonti tradizionali, che rappresentano comunque ancora la quota più consistente.

La produzione da fonte termica, che rappresenta ancora l´81,5% della produzione netta nazionale, è comunque diminuita del 1,5% rispetto all´anno precedente e tra i combustibili impiegati si conferma il primato del gas naturale pari al 65,8% della produzione termoelettrica complessiva. Diminuita invece la quota derivante dai prodotti petroliferi, in contrazione del 16,5% rispetto all’anno precedente, con una quota nel 2008 del 6,8%, che è quasi comparabile alla produzione da altri combustibili, tra cui i rifiuti ed altri scarti. In flessione anche la produzione da carbone e lignite (-2%) che rappresenta comunque ancora la fonte da cui si ricava il 15,6% dell’energia.

Considerevole l’incremento di produzione da fonti rinnovabili, in particolare, l’idroelettrica che nel 2008 è aumentata del 22,9% e fotovoltaica che ha visto un incremento del 395% rispetto al 2007 e che ha raggiunto i 192,9 milioni di kWh. Notevole anche la produzione eolica che è cresciuta del 20,3%.

Complessivamente la produzione netta da fonti rinnovabili è aumentata del 21,3%, con un contributo in crescita di tutte le fonti tranne quella geotermica.

Fonte: greenreport.it

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Crescita economica e picco del petrolio

Posted by darmel su 8 settembre 2009

Il «peak oil», momento di massima produzione di petrolio oltre il quale inizia una inesorabile discesa, è un fantasma di cui si discetta da decenni. Già negli anni Cinquanta il geofisico americano Marion King Hubbert allarmò i petrolieri paventando il raggiungimento del picco, sul continente statunitense, negli anni Settanta. Hubbert indovinò e divenne un punto di riferimento. Vent’anni dopo le grandi crisi petrolifere, Colin Campbell riprese in mano i suoi studi diventando uno dei massimi esperti internazionali. Nel 2001, mettendo insieme diversi scienziati e contributi, fondò Aspo, acronimo di Association for the study of peak oil.

A oltre cinquant’anni dalle prime previsioni di Hubbert il mondo si interroga davvero su come andare oltre quel barile di oro nero che ne accompagna lo sviluppo da 150 anni. Luca Pardi, vicepresidente di Aspo Italia e primo ricercatore dell’Istituto per i processi chimico-fisici del Cnr, prende spunto dall’intervista rilasciata al Sole24ore.com da Claudio Bertoli, direttore del Dipartimento Energia e Trasporti del Cnr, in cui veniva previsto il collasso energetico per il 2065 e il picco del petrolio per il 2030. Pardi contesta sia le previsioni temporali che l’analisi delle soluzioni (il Cnr indicava nella fusione nucleare la maggiore promessa, ndr). «Il metabolismo socio-economico del pianeta dipende dal petrolio – spiega Pardi -. E’ la fonte energetica più conveniente, non esiste nulla di paragonabile: è per questo che il momento di picco è un evento critico di dimensioni inaudite. Vediamo una certa semplificazione del problema che rischia di indurre un eccessivo ottimismo nel settore e nei cittadini».

Il Cnr prevede il peak oil per il 2030. Voi?
C’è molta confusione. Nel novembre scorso l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), agenzia intergovernativa dei paesi Ocse, ha presentato, nel suo World energy outlook 2008 (Weo2008) un quadro della situazione e le proiezioni fino al 2030. Ebbene, il picco del petrolio estratto dai giacimenti in attività è già stato raggiunto. Il picco globale potrebbe, secondo l’Aie, essere rimandato a dopo il 2030 solo se si comincerà a produrre petrolio da risorse il cui sviluppo richiederebbe ingenti investimenti: la stima è di ventiseimila miliardi di dollari. Investimenti che, al momento, appaiono fuori dalla portata di qualsiasi compagnia petrolifera pubblica o privata. La produzione globale oggi arriva a 83-85 milioni di barili al giorno. Il livello è lo stesso dal 2004. I modelli secondo noi più attendibili indicano un possibile momento di picco per il 2010.

Quindi l’anno prossimo. Eppure vengono scoperti nuovi giacimenti, come quello di Bp nel Golfo del Messico, definito dalla compagnia «gigantesco»…
Vero, ma il giacimento di Tiber, stando a quanto dice Bp, contiene 3 miliardi di barili che dopo le prime trivellazioni potrebbero arrivare a 6 miliardi. Non è poco, ma nel mondo ne vengono consumati 30 miliardi l’anno. Siamo a un decimo. I giacimenti scoperti negli anni Sessanta, come quello di Ghawar, contenevano 170 miliardi di barili. Dall’inizio degli anni Ottanta consumiamo più di quanto troviamo.

Le nuove tecnologie non possono allontanare la data in cui il petrolio inizierà a diminuire andando a scovarlo in posti un tempo impensabili?
Può incidere ma molto poco. Credo che la nostra previsione sul momento di picco abbia un margine di errore di cinque anni, non venti o trenta.

Passiamo al carbone. Diverse analisi concordano sul fatto che durerà di più.
Sì, ma meno di quanto si pensi: molte delle riserve disponibili non potranno essere sfruttate al 100%. Oltre un certo limite l’estrazione non è più conveniente. Uno studio del 2007 dell’Energy watch group prevede un picco globale del carbone entro la metà del secolo.

Cosa c’è oltre?
Crediamo molto nelle rinnovabili. La critica che viene mossa storicamente a questo tipo di energia è che il suo contributo rimane marginale nella torta complessiva e intermittente (il fotovoltaico non funziona di notte, l’eolico quando non c’è vento, ndr). La crescita degli ultimi anni è stata rilevante in assoluto, meno in relazione al fabbisogno energetico. Guardando avanti bisogna puntare sulle grandi centrali, non solo alla microgenerazione. Arrivare alla produzione di centinaia di Megawatt. Per uscire dalla nicchia. Io stesso sono tra i piccoli investitori del
progetto Kitegen per l’eolico d’alta quota che può fornire notevole potenza e risolvere il problema dell’intermittenza, visto che in quota i venti sono più abbondanti.

E il nucleare?
Le tecnologie da fissione nucleare sono affidabili e mature. Il punto è che le circa 450 centrali attualmente in esercizio dipendono per circa il 40% dall’Uranio di riserve strategiche accumulate in passato e certamente finite. Anche qui ci sarà un picco, previsto per metà secolo.

In cinquant’anni potrebbero però vedere la luce le centrali di quarta generazione e quelle a fusione nucleare.
Ha detto bene, “potrebbero”. Sono tecnologie estremamente complicate, diffido di appuntamenti così lontani nel tempo.

Però anche le vostre previsioni sul picco del carbone e dell’uranio arrivano a metà secolo
Fare previsioni non è mai semplice. I modelli servono per ragionare con un set di variabili sulle direzioni future, non per indovinare l’anno preciso. Il problema è che le politiche vengono scelte su modelli mentali, mentre quelli di cui parlo sono fisico-matematici. Spesso si fanno paralleli con il passato, pensando che all’era del petrolio ne seguirà un’altra, fucina di ulteriore sviluppo.

Non è così?
Chi l’ha detto? Io credo che ci sarà un cambio di paradigma. La crescita economica continua ed infinita finirà. Non si tornerà alla stessa abbondanza. Gli ecosistemi terrestri non possono reggere questi ritmi, lo sviluppo ha dei limiti. Dovremo abituarci.

di Luca Savioli (luca.salvioli@ilsole24ore.com)

Fonte: ilsole24ore.com

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Energia e class action: il finto nuovo

Posted by darmel su 17 agosto 2009

Parte domani quella che il ministro allo Sviluppo Economico, Claudio Scajola, ha definito una “piccola rivoluzione nella politica energetica, industriale e dei consumatori”, la cosiddetta legge sviluppo.

Vediamo due particolari su energia e class action. Energia La nuova strategia energetica nazionale: un mix elettrico con il 50% di fonti fossili (contro l’attuale 83%), il 25% di rinnovabili dall’attuale 18%, il 25% di nucleare. Le prime due percentuali le aspettiamo al varco tra qualche anno.

Il nucleare sarebbe scelto anche per diminuire la nostra dipendenza energetica dall’estero, ma la tecnologia nucleare e’ di importazione, cioe’ estera (Francia), il combustibile (uranio) e’ estero (il 58% delle riserve sono in Canada, Australia e Kazakhstan), e la Francia con il suo 78% di produzione elettrica nucleare importa piu’ petrolio dell’Italia. Inoltre: * dove si metteranno queste centrali? Forse qualche Sindaco compiacente per servilismo di parte verra’ trovato, ma le popolazioni resteranno inermi o accadra’ peggio di quanto accaduto per gli inceneritori di rifiuti? * dove andranno a finire le scorie radioattive (1) che’ nessuno al mondo sa dove metterle? Infine la produzione elettrica rappresenta il 18% del nostro fabbisogno energetico complessivo, l’82% del fabbisogno energetico va essenzialmente ai trasporti. Il che significa che per 4/5 di fabbisogno energetico dovremo ancora far riferimento al petrolio e derivati, il 25% del 18% fa 4,5%, che e’ la quota riservata alla produzione di energia elettrica dal nucleare sul fabbisogno energetico complessivo.
Una percentuale cosi’ bassa non sarebbe meglio ottenerla con l’ottimizzazione della produzione e potenziando le energie rinnovabili? Class action L’azione giudiziaria collettiva dovrebbe entrare in vigore il prossimo 1 gennaio e ancora non si sa come sara’ articolata.

E sara’ possibile per illeciti commessi a partire dal 15 agosto, data posticipata rispetto al 1 luglio (che gia’ era un’ulteriore posticipazione) per evitare azioni contro Alitalia e i suoi disastri a fine luglio. Siamo sicuri che non ci sara’ una nuova posticipazione visto che Alitalia e’ sempre li’ come prima e le tante Alitalia popolano il nostro assetto economico disastrato?

Fonte: newsfood.com

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Enel sole: il nuovo sistema di illuminazione pubblica fa risparmiare il 60% dell’energia

Posted by darmel su 27 giugno 2009

Enel Sole – la società di Enel specializzata nel settore dell’illuminazione pubblica che gestisce più di 2 milioni di punti luce – nell’ambito del “World Future Energy Summit” che si è tienuto ad Abu Dhabi, dal 19 al 22 gennaio 2009, ha presentato il nuovo sistema innovativo di illuminazione pubblica, basato su tecnologia LED (Light-Emitting Diode).

Il nuovo sistema Archilede di Enel Sole, realizzato presso gli stabilimenti di iGuzzini – produttore leader nel settore dell’illuminazione – sulla base delle specifiche tecniche predisposte da Enel Sole, consentirà di risparmiare oltre il 40% dell’energia destinata all’illuminazione pubblica rispetto alle migliori tecnologie tradizionali – le lampade a vapori di Sodio ad Alta Pressione (SAP) e ad Alogenuri Metallici – e fino al 60% rispetto a tecnologie tradizionali a minore efficienza – le lampade a Vapori di Mercurio (VM) – con un consistente contenimento dei costi energetici e un basso impatto ambientale.

Ottiche innovative ed elettronica “intelligente” fanno del nuovo apparecchio LED – ampiamente testato presso i laboratori certificati da IMQ – il sistema ideale per rispondere alle più svariate esigenze di illuminazione stradale: innovativa modalità di regolazione di ciascun punto luce, programmabile secondo le esigenze di sicurezza e viabilità; eccellente uniformità della luce e minimizzazione delle dispersioni; resa cromatica elevata, basso impatto ambientale nel rispetto delle prescrizioni delle Leggi vigenti in materia di risparmio energetico e inquinamento luminoso.

A inizio 2009 è stato inaugurato ad Alessandria, Lodi e Piacenza la fase di sperimentazione di questa nuova tecnologia. Presso il Comune di Alessandria è stato acceso il primo impianto LED in Corso Lamarmora a fine marzo 2009, prima fase del progetto pilota che prevede complessivamente l’installazione di circa 150 centri luminosi a LED. Se il progetto pilota avrà successo sarà poi esteso a livello nazionale.

Qualche numero. Con i primi 400 punti luce, le tre città risparmieranno per l’illuminazione pubblica sin da subito circa 90.000 chilowattora all’anno pari a circa il 55% dei relativi consumi di EE in presenza di un importante aumento della luminosità, con minori costi in bolletta e circa 45,5 tonnellate di CO2 evitate ogni anno. In proporzione, se tutti i comuni italiani adottassero il nuovo sistema di illuminazione e nell’ipotesi di utilizzare in pieno le caratteristiche di luminosità e regolabilità dei LED si potrebbero risparmiare fino a 2,5-3 Terawattora annui e 1,2 – 1,5 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. Forse in questo modo non avremo bisogno di costruire onerose centrali nucleari (che per intenderci pagheremo noi cittadini), poichè la tecnologia per consumare meno mantenendo inalterato il nostro prezioso stile di vità già c’è.

Ma c’è di più. Enel Sole, che opera da sempre impiegando tecnologie innovative per incrementare l’efficienza complessiva degli impianti e ottimizzare i consumi di energia elettrica, offre ai clienti una soluzione integrata comprendente la progettazione, fornitura in opera e collaudo per facilitare l’introduzione della nuova tecnologia e, laddove richiesto, un’anticipazione in conto capitale per consentire alle amministrazioni comunali di ottenere risultati immediati e una programmabilità della spesa.

Enel Sole è la società di Enel che opera nel mercato dell’illuminazione pubblica ed artistica. Con circa 4.000 Comuni serviti e oltre 2 milioni di punti luce, Enel Sole è oggi il maggiore operatore italiano del settore, con una quota di mercato di circa il 22%.

Fonte:
enel.it
diariodelweb.it

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Arriva il bioetanolo sostenibile, la benzina del futuro

Posted by darmel su 10 giugno 2009

Tenuta Cassana, alle porte di Tortona (Alessandria). È qui, nel cuore della pianura Padana, che «cresce» la benzina del futuro. Una cinquantina di ettari dedicati all’arundo donax, la canna palustre, e al sorgo, le due colture oggi in pole position per diventare la materia prima del bioetanolo di seconda generazione, più apprezzato di quello attuale perché ottenuto non più da zucchero ma da cellulosa, dunque da biomasse non food. Due volte l’anno, a inizio estate e in autunno, il raccolto dalla tenuta Cassana viene trasportato a pochi chilometri di distanza, nel cuore del Parco tecnologico scientifico di Rivalta Scrivia dove si trova Chemtex Italia con il primo impianto in Italia capace di trasformare in benzina verde su scala pre-industriale non più il mais o la canna da zucchero, ma biomasse legno-cellulosiche decisamente meno pregiate come, appunto, canna palustre e sorgo. Ma anche, volendo, il cippato di legno.

Come raccontato da «Il Sole 24 Ore NordOvest» oggi in edicola, il primo a visitare il nuovo sito di Rivalta, l’impianto in questione entrerà in funzione nei prossimi giorni. È il fiore all’occhiello del progetto di ricerca Pro.E.Sa., che vede protagonista il gruppo Mossi&Ghisolfi (tra i leader mondiali nella produzione di Pet), un pool di laboratori universitari e Pmi dell’Alessandrino, insieme a Regione Piemonte e ministero delle Attività produttive: in totale, gli investimenti si aggirano intorno ai 120 milioni, di cui 90 a carico del gruppo M&G.

A pieno regime l’impianto pilota di Rivalta sarà in grado di sfornare una tonnellata al giorno di materiale pretrattato per il bioetanolo, smaltendo 20 chilogrammmi all’ora di biomassa. Una quantità ancora modesta, ma quel che conta qui è la tecnologia: «La linea in fase di montaggio – chiarisce Dario Giordano, responsabile ricerca e sviluppo del gruppo M&G – è la copia perfetta, seppur in miniatura, degli impianti di vasta scala». Morale: se, come probabile, i risultati dei test saranno quelli sperati, si potrà replicare lo schema su impianti da migliaia di tonnellate al giorno.

La linea è stata interamente progettata da Chemtex ed è coperta da cinque brevetti. La controllata del gruppo M&G ha iniziato a lavorarci alla fine del 2007, quando si è insediata nel Parco scientifico di Rivalta e ha assunto una ventina di ricercatori (chimici, agronomi, ingegneri, biologi). Da un anno e mezzo qui si fa ricerca su tutta la filiera dei biocarburanti: le biomasse di partenza, come detto, provengono dalla tenuta Cassana di Tortona; la materia organica, essicata e trinciata, viene pretrattata attraverso l’immissione di vapore acqueo ad altissima pressione, un passaggio dal quale la biomassa esce sotto forma di composto morbido e acquoso. Di qui si procede prima all’idrolisi e poi alla distillazione, due ulteriori fasi in parte sovrapposte che nell’arco di 120 ore producono il liquido finale, dal quale si distilla il bioetanolo. Nei 3mila metri quadrati dei laboratori del Pst i 40 ricercatori Chemtex studiano tutte le fasi del processo, in modo da arrivare a individuare non solo la biomassa dalla la resa maggiore, ma anche i trattamenti che ottimizzano la produzione di zuccheri.

L’obiettivo è ambizioso: «Individuare entro il 2010 la formula che ci consenta di produrre bioetanolo sostenibile dal punto di vista agricolo e a un prezzo assolutamente competitivo», aggiunge Giordano. Su quest’ultimo versante, l’Unione europea in un certo senso è venuta incontro all’attività di M&G, perché «in una recente direttiva ha previsto che i contributi per il bioetanonolo da cellulosa siano doppi rispetto a quelli di prima generazione», ricorda Guido Ghisolfi, vice presidente del gruppo. «Sono convinto – prosegue – che i contributi saranno decisivi a far decollare il mercato, ma successivamente starà in piedi da solo». A prescindere dalle oscillazioni del rivale di sempre, il petrolio: «Saremo presto in grado di produrre a costi competitivi anche con il greggio a 40 euro», assicura Ghisolfi. Che proprio per questo, dopo l’impianto pilota, punta a realizzarne un altro, questa volta non più di tipo dimostrativo. Dove? «Sicuramente in Piemonte», assicura, ma sulla destinazione definitiva la partita è ancora aperta.

di Marco Ferrando

Fonte: IlSole24Ore

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28 Marzo! Ora della Terra – Earth Hour

Posted by darmel su 26 marzo 2009

Il 28 marzo, dalle 20,30 alle 21,30 sarà l’ Ora della Terra – Earth Hour. In tutto il mondo grandi città con i loro monumenti, piccoli comuni, aziende e singoli cittadini nelle loro case spegneranno le luci.
Un gesto semplice, per accendere un messaggio che risuonerà in ogni angolo del Pianeta. Aderisci >>

Partita da Sydney nel 2007, Earth Hour – l’ Ora della Terra ha contagiato 370 città e 50 milioni di persone nel 2008 con spegnimenti che hanno coinvolto il mondo a ogni latitudine dalle isole Fiji a San Francisco, passando per Manila, Bangkok, Roma, Copenaghen, Toronto, Chicago, New York.

Per il 2009 l’ambizione è grandissima e si mira a coinvolgere un miliardo di persone e più di 1000 città. Si spegneranno icone mondiali come la Tour Eiffel, il Colosseo, le Cascate del Niagara, le piccole isole Chatham nel Pacifico e il più alto grattacielo del mondo il Taipei 101 in Cina. Guarda la lista con tutte le città. Conferma che ci sarai anche tu, partecipa all’Ora della Terra – Earth Hour 2009! Spegni le luci in casa per 60 minuti, servirà a chiedere ai grandi della Terra di agire contro i cambiamenti climatici.

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