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Ecologia, Salute ed Economia

Posts Tagged ‘natura’

Una centrale ad impatto zero darà energia al parco naturale di Pratolino

Posted by darmel su 18 ottobre 2009

Il bello di un parco naturale è il poter respirare l’aria pulita e vedere animali come se stessero nel loro habitat naturale. Ma anche una struttura simile per poter funzionare ha bisogno dell’elettricità, e sarebbe un controsenso se per generarla si inquinasse un posto così incontaminato. Per questo in Toscana hanno avuto una grande idea, e cioè costruire una centrale elettrica che funziona con un mix di energie rinnovabili, e soprattutto che ha zero emissioni.

La centrale si chiama Diamante ed è situata al centro del parco naturale di Pratolino, vicino Firenze. La struttura ha appunto la forma di un diamante alto 12 metri e con un diametro di 8, formato da 38 pannelli fotovoltaici a celle monocristalline e 42 facce in vetro temprato per catturare il sole che in queste zone c’è quasi tutto l’anno. Ma non bisogna disperare nelle giornate nuvolose. La centrale è in grado di generare energia attraverso l’accumulo di idrogeno.

Infatti all’interno della struttura ci sono tre sfere di vetroresina, il cui funzionamento è spiegato dal professor Luigi Maffei, docente di Architettura Tecnica alla facoltà di ingegneria dell’Università di Pisa:

Queste sfere contengono innovativi serbatoi a idruri metallici e a bassa pressione per l’accumulo energetico di idrogeno. Si tratta di un sistema integrato di produzione e stoccaggio di energia da fonte solare che assicura l’autosufficienza energetica di un piccolo condominio.

Ma non finisce qui. Infatti la struttura esterna, che esteticamente ha anche un valore artistico, visto che richiama l’architettura Rinascimentale che si è sviluppata proprio nella zona toscana, è costruita in maniera tale da essere sempre in continua evoluzione e poter progredire di pari passo con le nuove scoperte nel campo della tecnologia solare, così da inserire nuovi pannelli o strutture alternative per accrescerne le potenzialità energetiche in futuro.

Oltre a dare energia al parco, la centrale sarà anche un ottimo strumento didattico, dato che sarà inserito come meta per le gite scolastiche, per avvicinare un po’ di più i bambini italiani all’ecologia, cosa che finora è stata fatta molto poco da altre parti d’Italia.

Fonte:
Corriere della Sera
ecologiae.com

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Qualcuno fermi la deforestazione

Posted by darmel su 18 agosto 2009

Nell’ultimo secolo la Terra ha subito un tracollo ecologico disastroso. La causa principale sta nella distruzione degli habitat naturali ed in particolare nella deforestazione indiscriminata (Massa, 1999).

Gli impatti più drammatici si riscontrano nelle foreste tropicali, che coprono il 6% circa delle terre emerse: in queste zone la deforestazione procede ad un ritmo incalzante, pari a circa 150.000 km2 l’anno (metà dell’estensione dell’Italia).

Decine di milioni di ettari di foresta tropicale sono destinati alla produzione agricola. Il boom brasiliano della soia (destinata sia ai capi di bestiame europei e nordamericani che all’uomo) nel Mato Grosso e nel Parà è la causa principale della recente impennata nella deforestazione, aumentata di oltre il 2% nel biennio ‘02-‘03 rispetto ai due anni precedenti (le coltivazioni di soia raggiungono, nel solo Brasile, 60 milioni di ettari) (Francone, Carne e fame).

Per non parlare poi delle coltivazioni di rendita: caffè, the, chinino, ananas, banane, agave, cacao e gomma, che determinano la perdita di enormi aree di foresta. Lo sfruttamento delle terre per le coltivazioni di rendita, tra l’altro, aumenta i prezzi delle derrate agricole, il cui acquisto diviene impossibile per i cittadini meno facoltosi – circa il 90% della popolazione.

Se questo tipo di agricoltura è volto direttamente a fini commerciali, l’agricoltura di sussistenza ha semplicemente il fine di mantenere il nucleo familiare. Eppure, anche questa pratica è diventata insostenibile. Fin dai tempi più antichi, la tecnica agricola più diffusa nelle regioni tropicali del Sud America è il cosiddetto slash-and-burn, taglio-e-incendio: i gruppi nomadi locali penetrano nel cuore della foresta, bruciano un’area di piccola estensione e vi si stabiliscono per due o tre anni. In questo periodo, il terreno viene sfruttato per le coltivazioni finché i raccolti non diventano troppo scarsi, quindi viene sottoposto al pascolo.

A causa della povertà del suolo tipica delle foreste tropicali, il raccolto ottenuto basta appena per sfamare il nucleo familiare, tagliando ogni possibilità di sfruttamento economico. Esaurite le risorse del terreno, gli agricoltori itineranti cercano un nuovo sito da incendiare e sfruttare, in un circolo vizioso senza fine.

L’esplosione demografica, le guerre civili e la spartizione ineguale delle terre (in Brasile, il 5% dei capofamiglia ha il possesso del 70% delle terre – Massa, 1990) hanno incrementato drasticamente questo fenomeno, rendendolo insostenibile.

Mentre un tempo le aree disboscate avevano il tempo di ricostituirsi (in 20-25 anni), ora i cicli di sfruttamento sono diventati troppo ravvicinati. In questo contesto i proprietari terrieri, forti della loro influenza politica, spingono i governi locali ad incentivare la colonizzazione di nuove terre, piuttosto che una ripartizione più equa di quelle già disboscate. Nel 1960 il governo brasiliano destinò ai piccoli coltivatori la parte settentrionale della foresta amazzonica: in dieci anni andarono persi 115.000 km2 di foresta tropicale (e con essa svariate specie animali endemiche).

Parallelamente all’aumento demografico è cresciuta la richiesta di legname, sia come legna da ardere destinata ai paesi in via di sviluppo, sia come legname industriale per i paesi sviluppati (Massa, 1990). In una foresta tropicale, solo il 5% degli alberi può fornire il legname adatto all’industria, per cui il suo commercio sarebbe del tutto sostenibile. Purtroppo gli alberi vengono spesso abbattuti senza criterio, danneggiando anche quelli privi di valore commerciale.

Formare i taglialegna al riconoscimento e cura degli alberi da conservare è troppo costoso, per cui si procede ad un abbattimento di massa.

D’altra parte, la legna da ardere destinata alle popolazioni in via di sviluppo che ne fanno uso (circa due miliardi di persone) viene raccolta ad un ritmo superiore alla sua ricrescita. Come alternativa, molte popolazioni usano lo sterco di bovino essiccato, privando i campi coltivati di un ottimo concime.

In ultima analisi, le cause della deforestazione possono essere tutte ricondotte sia all’eccessivo aumento demografico dell’uomo, sia alla concentrazione delle terre nelle mani di pochi proprietari terrieri. La deforestazione porta dunque forti vantaggi per pochi, mentre costituisce un’autentica tragedia per milioni di persone sia dal punto di vista economico che sociale.

Consideriamo la situazione dei popoli indigeni delle aree prese d’assalto. In Brasile, gli Amerindi sono passati da 5 milioni di individui prima della conquista dell’America latina da parte degli europei, agli attuali 200.000. Lo sterminio è continuato dai tempi della colonizzazione fino al 1970, anche ad opera dell’SPI, il Servizio governativo di Protezione degli Indios, manovrato dai proprietari terrieri.

Per fare largo alle coltivazioni intere tribù sono state annientate spacciando un’iniezione di vaiolo con un vaccino (Chierici, Odinetz-Hervé, 1989).

Nella descrizione delle cause della deforestazione sono naturalmente emerse alcune delle principali conseguenze economiche e sociali – sfruttamento delle popolazioni locali, allontanamento dalle loro terre d’origine, impoverimento estremo del suolo.

A livello ecologico, il maggior impatto è rappresentato dalla perdita della biodiversità: visto che le foreste tropicali ospitano circa il 50% di tutte le specie animali esistenti sul pianeta, si calcola che il numero di specie perse ogni anno per la deforestazione di questi ecosistemi si aggiri attorno alle 20-30.000 specie (Wilson, 1989).

La perdita di biodiversità non si limita solo alle specie che abitano il sito deforestato, ma anche a quelle che occupano siti adiacenti. È come se in un quartiere residenziale, abitato da persone che richiedono uno standard abbastanza elevato, venissero abbattuti alcuni palazzi e negozi, lasciando i calcinacci in bella mostra.

Non gli inquilini dei palazzi distrutti sono costretti ad andarsene, ma anche quelli che abitano i palazzi adiacenti, non essendo più soddisfatti dello standard del quartiere, abbandonano la zona.

In ecologia, questo viene definito effetto isola: se gli alberi rimasti coprono un’area troppo ristretta, creano un’isola solo apparentemente abitabile, ma che in realtà non riesce più a soddisfare le esigenze degli individui.

Tra i danni che comporta la deforestazione, occorre ricordare l’erosione del suolo: gli alberi, con le loro radici profonde e resistenti, fungono da “collante” per il terreno. Di conseguenza, tagliare gli alberi sul versante di una montagna o di una collina significa eliminare un naturale freno alle valanghe (come purtroppo abbiamo potuto constatare dai numerosi casi di valanghe di fango che hanno investito alcuni centri in Italia).

Se il taglio avviene in una regione pianeggiante, aumenta l’erosione da parte del vento, che si traduce nell’impoverimento del suolo. Il danno può estendersi ad ecosistemi più lontani, perché i detriti in aumento a causa dell’erosione intorpidiscono i corsi d’acqua o soffocano le barriere coralline.

La deforestazione tuttavia non interessa solo l’area direttamente colpita dal fenomeno, in cui determina diminuzione della biodiversità, erosione e totale depauperamento del terreno, sradicamento e sfruttamento delle popolazioni native, ma ha un’importante effetto su scala globale: il cambiamento climatico.

Le piante assorbono anidride carbonica e liberano ossigeno sotto forma di vapore. Questo, sotto forma di nuvole, viene spinto dalle differenze di pressione sulle terre aride, dove torna alla terra come pioggia. Continuando con l’esempio della foresta tropicale, polmone del pianeta, il taglio degli alberi impedisce la formazione delle nuvole di vapore, quindi che cada la pioggia nelle zone aride, contribuendo, così, al processo di desertificazione su scala planetaria.

Sebbene la situazione possa sembrare irreversibile, le nuove generazioni si stanno dimostrando molto sensibili ai problemi della conservazione e portano la speranza nel cuore della foresta. Sempre più riserve naturali vengono istituite in ogni parte del mondo, in modo che le aree ora scoperte siano protette da vincoli legislativi ferrei.

Sopra la foresta amazzonica, fra l’altro, sono sempre puntati i satelliti dell’Inpe – Istituto nazionale di ricerche spaziali – e, a seguito dell’apertura di nuove piste illegali all’interno della foresta, l’Ibama brasiliano (l’Ente governativo di controllo ambientale) ha ottenuto dall’esercito degli elicotteri per pattugliare costantemente la foresta.

D’altronde, secondo l’ipotesi Gaia per cui la Terra sarebbe un unico grande organismo vivente, continuando su questa rotta, l’uomo assume sempre più il ruolo di parassita del Pianeta. Nei miliardi di anni di evoluzione della Terra, la nostra presenza ha le dimensioni di una breve influenza.

Se non invertiremo questa tendenza, Gaia non impiegherà molto tempo a reagire e, in conclusione, gli unici ad aver perso davvero qualcosa saremo noi.

Fonte: terranauta.it

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Asti: il Comune usa i pipistrelli come anti-zanzare

Posted by darmel su 23 giugno 2009

Che i pipistrelli siano acerrimi nemici delle zanzare lo sappiamo e dunque il Comune di Asti ha avviato un nuovo progetto in campo ambientale: da quest’anno, per la lotta alle zanzare, oltre alle consuete tecniche di disinfestazione, si stanno percorrendo strade alternative ed ecologiche usando proprio i pipistrelli.

La sperimentazione consiste nel monitoraggio dei pipistrelli in ambiente urbano e nell’installazione di circa una ventina di bat box, le casette-nido utilizzate come rifugio da parte dei pipistrelli stessi. In una bat box possono nidificare anche più di 200 cuccioli di pipistrello.
L’assessore all’ambiente, Diego Zavattaro, ha dichiarato che:

Il Comune è da anni impegnato nel Progetto di Monitoraggio e Lotta alla Zanzara Tigre. Il progetto riguardante i pipistrelli, oltre ad avere un grande valore ecologico, proteggendoli come chiedono le leggi nazionali e le direttive europee, consente di eliminare le zanzare appartenenti a specie di abitudini notturne, in particolare nelle zone dove la presenza di queste ultime e’ più numerosa. Ogni pipistrello, infatti, è in grado di mangiare più di 2mila zanzare a notte.

Fonte:
ecoblog.it
comune.asti.it

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Così muoiono le api. Strage in frutteti e agrumeti. Gli apicoltori accusano i pesticidi

Posted by darmel su 7 giugno 2009

Il filmato girato pochi giorni fa è impressionante. C’è un tappeto, letteralmente un tappeto, di api morte davanti agli alveari. Sono così tante che si tirano su a manciate.

Dopo il divieto di conciare i semi con i pesticidi neonicotinoidi, questa primavera non si sono più verificate morie di api nella Pianura Padana. Ma il fenomeno si è spostato al Sud: è di proporzioni devastanti. Gli apicoltori, in attesa dei risultati delle analisi, accusano i pesticidi: non c’è traccia di malattia, dicono.

E ora guardate nel filmato come le api muoiono avvelenate nei luoghi in cui cresce il nostro cibo. Dovremmo preoccuparci, credo. Più per noi che per le api.

Il filmato è stato girato per l’Unaapi (Unione Nazionale Associazioni Apicoltori Italiani), ad opera del veterinario Andrea Besana e del dottor Claudio Porrini dell’Università di Bologna.

Le riprese sono state effettuate nella piana di Sibari e nel Metaponto, in alveari collocati in prossimità di frutteti ed agrumeti. Sul sito dell’Unaapi si legge che non si tratta di coltivazioni industriali, ma viene praticata soprattutto la vendita diretta ai consumatori.

Sempre sul sito dell’Unaapi si dice che i principali indiziato sono gli insetticidi a largo raggio e micidiale efficacia: il Lannate (recentemente posto fuori legge) e quelli a base di neoticotinoidi come Confidor e Actara, usati sia per polverizzazione e sia per fertirrigazione.

Affermano testualmente gli apicoltiori: “I venditori di chimica con ‘permesso di uccidere’ indicano irresponsabilmente l’uso di un’arma devastante come l’insetticida Actara proprio nella fioritura dell’arancio”.

Ho intervistato Francesco Panella, presidente dell’Unaapi, per sapere quanti sono gli alveari ridotti in questo modo nell’Italia meridionale. Mi ha risposto così.

“So per certo che si tratta di diverse decine di migliaia di alveari ma non esistono sul posto elementi di monitoraggio analoghi a quelli messi in atto negli anni recenti sugli spopolamenti di alveari nella zona in cui si coltiva il mais”

“Non è la prima volta che si verifica una cosa del genere, ma l’entità dei danni cresce di anno in anno”

Avrete notato nel filmato che ad un certo punto un apicoltore apre un’arnia: gli insetti sono pochi e apatici. Dovrebbe accadere l’esatto contrario, come mi ha fatto notare Francesco Panella: “in questa stagione l’alveare deve brulicare di api, tutte le superfici ricoperte da uno strato di viandanti attive e operose”

“I danni constatati sono: sparizione della gran maggioranza delle api, api nei pressi della porticina in preda a convulsioni o a evidenti sintomi di intossicazione, insorgenza di patologie della covata. E’ evidente che tali famiglie, se sopravviveranno e riusciranno a riprendersi, non produrranno più miele, quantomeno nel 2009.

Sono stati effettuati prelievi di api morte. Analisi sono in corso all’Istituto Zooprofilattico delle Venezie. Vi terrò aggiornati sui risultati. Intanto gli apicoltori hanno scritto una lettera al ministro Zaia.

Da Unaapi strage di api in frutteti ed agrumeti dell’Italia meridionale. Gli apicoltori accusano i pesticidi

Fonte: Blogeko.info

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Aderite alla protesta per salvare la foresta dei Penam

Posted by darmel su 10 aprile 2009

I Penan sono cacciatori-raccoglitori. Un popolo che non si arrende, e che scende per l’ennesima volta, pacificamente, per le strade. Perché devono affrontare una nuova emergenza, ed è per questo che devono lasciare i loro villaggi, nelle foreste del Sarawak, la regione malese del Borneo, e scendere in strada.

Qui la notizia. Perché le strade portano troppo spesso nella vita di questi indigeni motoseghe, bulldozer, e lo stupro della foresta che è la loro casa.
Il fatto. La compagnia malese del legno Interhill, una vecchia conoscenza per le foreste del Sarawak, insieme al gruppo francese
ACCOR, è ritornata all’attacco. La Accor, rinomata catena di hotel con rete internazionale, avrebbe tutte le intenzioni di aprire, qui nell’area di Kuching, un nuovo, lussuosissimo albergo.La protesta degli indigeni Penan è pacifica, quasi rassegnata. Scendono per strada e bloccano il passaggio dei bulldozer.

Questa volta, finalmente, i Penan non sono soli. Al loro fianco si scatena una vera e propria protesta virtuale: il “blocco stradale virtuale” organizzato in loro sostegno dal Bruno Manser Fond.

Questo il testo della lettera alla Accor e alla Interhill, che potete inviare da qui:

Gentile Sig. Pélisson,

Le scrivo per comunicarLe il mio sconcerto verso la collaborazione della ACCOR con il gruppo malese Interhill nell’ambito del progetto Novotel Interhill Kuching. Il gruppo Interhill si è reso responsabile di estesi atti di distruzione ai danni delle foreste tropicali del Sarawak, condotti in violazione del diritto tradizionale delle comunità indigene.
Gli indigeni Penan, della regione del Baram, accusano il gruppo Interhill di impiegare gangster per intimidire le comunità indigene e spezzare la loro resistenza al saccheggio delle risorse naturali della foresta.
Ritengo che la cooperazione col gruppo Interhill sia incompatibile con gli standard ambientali e sociali di ACCOR e Le chiedo di interrompere la collaborazione con il gruppo Interhill. Le chiedo inoltre di inviare alle comunità Penan le scuse di ACCOR, e di esplorare opzioni di una collaborazione di ACCOR in sostegno a progetti di sviluppo sostenibile delle comunità Penan, le cui risorse di base sono già state fortemente compromesse dalle attività del gruppo Interhill.
La ringrazio per la Sua attenzione e invio cordiali saluti

In fede

Fonte: ecologiae.com

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“Salviamo l’albero più grande d’Italia”, un appello per il gigantesco castagno di Grisolia

Posted by darmel su 10 aprile 2009

castagno di grisolia

La formichina che si vede nella foto è un uomo. E il gigante che gli sta accanto è un tronco d’albero. Ci vogliono 18 passi per girargli intorno.
E’ un gigantesco castagno e si trova a Grisolia, in provincia di Cosenza. I suoi fan gli attribuiscono la veneranda età di 3000 anni e il titolo di albero più grande d’Italia.

Soprattutto vogliono salvarlo, dal momento che non è in nessun modo censito o protetto e rischia prima o poi di andare a fuoco: la zona in estate è flagellata da incendi dolosi.

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Le “geniali” soluzioni della geo-ingegneria per risolvere i problemi della Terra

Posted by darmel su 9 aprile 2009

Sento spesso circolare sempre in maniera più insistente idee che hanno, o avrebbero, lo scopo di sistemare i problemi climatici attraverso grandi opere e azioni dell’uomo. Questa proposta rientra nell’area di una nuova branca della scienza che si chiama geo-ingegneria: cioè l’applicazione di ingegneria planetaria alla Terra, ovvero implementando deliberatamente modifiche all’ambiente su larga scala per proteggere e favorire la vita e lo sviluppo della vita dell’uomo.

A questo proposito molti scienziati stanno iniziando a dare credito a una possibile alternativa per fermare il riscaldamento globale: fare il “reboot” del clima per contrastare il riscaldamento globale con un raffreddamento globale con l’immissione nello spazio di specchi che riflettono la luce del sole dalla Terra; concimazione degli oceani con il ferro per favorire la crescita di alghe che possono godersi il biossido di carbonio; aumentare la nuvolosità con l’immissione di particelle opache che facciano da schermo facendo rimbalzare indietro i raggi del sole; ma anche “sparare” da vulcani artificali particelle di zolfo, così come proposto dal Nobel Paul Crutzen o installare “alberi”-torri, in grado di succhiare il carbonio e sequestrarlo.

A dirlo, in maniera molto autorevole, è John Holdren (nella foto) fisico, 65 anni, consigliere scientifico del Presidente Obama in merito, appunto, agli interventi per contrastare il cambiamento climatico, il quale riconosce che alcune soluzioni potrebbero avere effetti indesiderati e che tali azioni non vanno prese alla leggera, e ha anche aggiunto: Si potrebbe arrivare ad essere tanto disperati da voler usare questi strumenti.”

Riferisce CbsNews nell’ intervista a Holdren fatta da AP che lo scienziato sta affrontando queste idee con i funzionari governativi e con l’Agenzia per la protezione ambientale della NASA: “Stiamo parlando di tutte queste questioni con la Casa Bianca. C’è un vigoroso processo in corso nel discutere tutte le opzioni energetiche per affrontare la sfida del clima.”

Holdren proporrebbe misure così drastiche e di fatto incontrollabili rispetto a politiche ambientali che mirano a ridurre le emissioni di CO2 in maniera più sicura e efficace, poichè chrede che la Terra sarebbe vicinissima ad un cambiamento climatico conclamato: entro 6 anni potrebbe scomparire il ghiaccio artico, il che di per se già modificherebbe ulteriormente il clima in maniera imprevista; c’è un rilascio di metano a causa dello scongelamento del permafrost in Siberia il che potrebbe accelerare i cambiamenti climatici e numerosi e grandi incendi in tutto il mondo. E ha concluso dicendo: “Il guaio è che nessuno sa quando queste cose accadranno.”

Vi rendete conto nelle mani di quali pazzi siamo?
Ben vengano soluzioni per ridurre le emissioni in atmosfera o simili, ma attenzione perchè credo che questa sia davvero una strada pericolosa che ci possa portare solo in una direzione: estinzione.

Ancora una volta l’uomo cerca in maniera assolutamente prepotente di sostituirsi alla natura e a dominarla in modo violento. Non saranno certo le soluzioni della geo-ingegneria a salvare l’uomo da se stesso.
Quello che a me sembra davvero molto chiaro è che l
a natura e la chimica della Terra stanno semplicemente rispondendo a una serie di cambiamenti in atto per lo meno da due secoli. Uno dei flagelli con cui dovremo presto fare i conti è la crescita demografica: una popolazione umana in forte crescita che consuma sempre più risorse (sottolineo limitate) e che genera una serie di effetti con le proprie attività (immissione in aria, terra e acqua di enormi quantità di sostanze che la natura non è in grado di smaltire) che producono cambiamenti profondi negli equilibri della Terra.

Ad ognuno il proprio ruolo: restituiamo alla natura il compito di trovare il suo equilibrio, mentre noi impegnamoci ad innalzare il nostro livello di coscienza rispettando la bellissima casa (e per ora l’unica!) su cui viviamo (la Terra). A noi l’arduo compito di cambiare da subito i nostri comportamenti fin dalle piccole cose e vivere in modo più sostenibile (cosa assolutamente possibile, anche nelle grosse città).

Fonte: ecoblog.it

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Monsanto: fare profitti a qualsiasi costo

Posted by darmel su 5 aprile 2009

Controllate il petrolio e controllerete nazioni intere; controllate il sistema alimentare e controllerete le popolazioni.” (Henry Kissinger)

Monsanto è una grossa multinazionale americana operante nel settore dell’agricoltura e delle agrobiotecnologie, opera oggi in oltre 60 paesi con 13.400 dipendenti, un fatturato che supera i 5,4 miliardi di dollari e investimenti in ricerca per oltre 500 milioni di dollari, di cui l’80 per cento nelle biotecnologie e nella genomica.

In piena crisi economica e alimentare, dovuta alla crescita dei prezzi dei beni primari, la Monsanto naviga nell’oro riuscendo ad accrescere di quasi il 30% nel 2008. La Monsanto esporta felicemente in tutto il mondo il modello di agricoltura transgenica ed è cresciuta molto in America Latina, grazie alle distese di monocolture.

La multinazionale delle sementi, invisa agli ambientalisti e ai contadini di mezzo mondo, ha dichiarato vendite per 2,6 miliardi di dollari con un incremento del 29% rispetto al 2008. Nel primo quarto del 2009 i guadagni netti della Monsanto saranno più che raddoppiati: 556 milioni di dollari, più 117% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso (256 milioni).

Il boom è dovuto in massima parte agli affari della Monsanto in America Latina, come la forte domanda dell’erbicida Roundup e la vendita di semi di soia in Brasile. Ma non solo, a tirare è anche il mais, con un incremento delle vendite del 34% (161 milioni di $), soprattutto in Argentina.

 

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Un nuovo bosco a Milano sulla tangenziale ovest

Posted by darmel su 5 aprile 2009

Buone eco-notizie per l’hinterland milanese: tra gli svincoli di Assago, Corsico-Gaggiano e Nuova Vigevanese entro giugno sorgerà un bosco ex-novo di circa 38.000 piante, su una superficie di 50mila metri quadrati. I lavori per la forestazione del bosco permanente prevedono la piantumazione di diverse tipologie di vegetali, stimando una riduzione di CO2 pari a 63 tonnellate l’anno.

Intervento promosso dalla Provincia di Milano nel protocollo d’intesa con Metrobosco, che avrà come obiettivo finale la posa di oltre 100mila piante ad alto fusto lungo le maggiori arterie di comunicazione terrestre della rete milanese.

Fonte: ecowiki.it

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I pastori avvelenano i leoni africani

Posted by darmel su 2 aprile 2009

Il Carbofuran è un principio attivo utilizzato per controllare gli insetti e alcune patologie dei cereali coltivati. In Europa è già da tempo un prodotto vietato e gli USA lo stanno escludendo dalle liste dei prodotti consentiti in agricoltura.

In Africa è facilmente reperibile ed alcuni pastori, stanchi di dover fare conti con i leoni, hanno deciso di intraprendere una loro battaglia contro i felini avvelenandoli col suddetto prodotto. Al momento sono stati una settantina i casi segnalati, ma secondo i ricercatori questa sarebbe solo la punta dell’iceberg.

Certo, parrebbe semplice la condanna, però sicuramente tra lupi, orsi e cinghiali forse non avremmo diritto a troppe prediche. Trovo difficile condannare persone che cercano di portare a casa la pagnotta. C’è bisogno tuttavia di una contromisura statale visto che i leoni (o meglio il turismo annesso) rappresentano una fonte di reddito non indifferente.

Fonte: ecoblog.it

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